

L’opposizione iraniana esce dall’ultima crisi più fragile, divisa e politicamente marginale, mentre il regime, pur sotto pressione, sembra ancora capace di ricompattarsi. Il nodo decisivo resta la coesione interna: per Teheran come per Reza Pahlavi.
Se vogliamo analizzare gli eventi senza slogan, senza indulgenza verso le narrazioni costruite sui social network e senza rifugiarci nelle illusioni che dominano le camere dell’eco digitali, dobbiamo riconoscere una realtà scomoda: l’opposizione iraniana, nel suo complesso, è uscita da questa crisi come una delle principali sconfitte politiche degli ultimi anni.
La realtà sul terreno è ben diversa da quella rappresentata dagli eserciti digitali o dalle bolle informative. Fino a questo momento, il regime islamico è riuscito a sopravvivere alla fase più critica dello scontro e, almeno temporaneamente, può essere considerato il vincitore di questo round.
Se nei prossimi mesi Teheran dovesse raggiungere un accordo con gli Stati Uniti, uno scenario tutt’altro che improbabile, il sistema riceverebbe un’importante iniezione di risorse economiche.
La storia del regime islamico insegna che ogni volta che nuove risorse finanziarie sono affluite nelle casse dello Stato, le rivalità interne si sono rapidamente attenuate.
Le diverse fazioni del potere, pur divise da interessi e visioni differenti, hanno sempre trovato un punto di convergenza quando si è trattato di preservare il sistema.
In Iran il denaro non rappresenta soltanto uno strumento per il governo: è il principale collante della classe dirigente.
In questo contesto non si può escludere una graduale trasformazione del regime.
Il regime islamico potrebbe evolvere verso un modello meno rigidamente ideologico e più vicino a quello dell’Egitto di Abdel Fattah al-Sisi: uno Stato fortemente centralizzato, dominato dagli apparati di sicurezza e dall’autorità militare, ma sempre più incline a utilizzare il nazionalismo come fonte di legittimazione politica.
Una parte dell’establishment sembra infatti aver compreso che il richiamo all’identità nazionale esercita oggi un consenso ben superiore rispetto agli slogan ideologici che hanno caratterizzato la rivoluzione del 1979.
Sul fronte opposto, anche il campo monarchico attraversa una crisi profonda, che appare soprattutto come il sintomo di una crescente frammentazione interna. È sempre più difficile parlare di un movimento compatto.
Le divisioni hanno raggiunto un livello tale che persino un eventuale cambio dello staff politico del principe ereditario difficilmente sarebbe sufficiente a ricomporre le fratture ormai consolidate.
È plausibile che nei prossimi mesi il movimento monarchico si divida in due anime profondamente diverse.
Da una parte potrebbe consolidarsi una componente numericamente più contenuta ma politicamente più coerente, fedele ai principi della monarchia costituzionale, dello Stato di diritto, della democrazia liberale e dello sviluppo istituzionale.
Dall’altra potrebbe emergere un’area molto più rumorosa, ma meno strutturata, alimentata soprattutto dalla nostalgia dell’autoritarismo, dalla logica della vendetta politica e dal desiderio di una resa dei conti.
L’esperienza storica dimostra che movimenti di questo tipo raramente rimangono fedeli a un’idea politica: tendono piuttosto ad allinearsi con qualsiasi nuovo centro di potere.
Se domani dovesse affermarsi una nuova élite proveniente dagli apparati militari o da una parte dell’attuale establishment, è probabile che molti di questi attori cambierebbero rapidamente schieramento.
Naturalmente, tutti questi scenari presuppongono una condizione fondamentale: che il regime islamico riesca nelle prossime settimane a ricomporre le proprie tensioni interne e a presentarsi ai negoziati con una linea politica unitaria.
Se invece le divisioni dovessero aggravarsi, il Paese potrebbe entrare in una fase estremamente pericolosa, nella quale il rischio di un nuovo conflitto armato aumenterebbe sensibilmente.
In tale scenario potrebbe prendere forma quella che alcuni osservatori considerano una delle opzioni strategiche preferite da Israele: l’indebolimento progressivo dell’Iran attraverso l’erosione interna e l’eventuale degenerazione in una lunga fase di instabilità politica e conflitto civile.
Washington potrebbe continuare a privilegiare la strada del contenimento e del compromesso negoziale, ma gli attori regionali non necessariamente condividono le stesse priorità strategiche.
Anche il principe ereditario Reza Pahlavi si trova oggi di fronte a un passaggio decisivo.
Se intende continuare a svolgere un ruolo significativo nelle future dinamiche politiche iraniane, dovrà anzitutto affrontare e risolvere le profonde divisioni presenti nel proprio campo politico.
La politica non premia la moltiplicazione di messaggi contraddittori.
Un leader viene percepito come credibile solo quando riesce a trasmettere una visione chiara, coerente e condivisa, sia all’opinione pubblica sia agli interlocutori internazionali.
Così come il regime islamico ha bisogno di presentarsi con una voce unica al tavolo negoziale per garantire la propria sopravvivenza politica, allo stesso modo il principe Reza Pahlavi necessita di una maggiore coesione interna e di una strategia definita se vuole restare un attore rilevante nello scenario iraniano.
In caso contrario, il rischio di una sua progressiva marginalizzazione appare oggi, alla luce degli sviluppi recenti, più concreto dell’ipotesi di un suo rilancio politico.
L’Iran si trova alle soglie di un passaggio storico.
Ma la storia tende a favorire coloro che riescono prima di tutto a vincere la battaglia all’interno del proprio campo.
Tanto per il potere quanto per l’opposizione, la sfida decisiva non è soltanto quella contro l’avversario, bensì quella contro le proprie divisioni interne.
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La voce dell’opposizione rimane debole e spesso inascoltata per paura di ritorsioni in un regime ideologico che ha come obiettivo interno principale il controllo quasi totale delle vite dei cittadini. Se le divisioni interne al regime davvero esistono, solo il ruolo di una parte dell’esercito insieme a gruppi di resistenza attiva potrebbe dare speranza di qualche cambiamento al potere.
Se c’era una possibilità di creare problemi seri al regime era quando iniziarono le grandi proteste in tutte le città del Paese. Era quello il momento giusto per intervenire per gli Stati Uniti e Israele, ma Trump ha prima illuso una parte del popolo iraniano e poi rimandato l’azione per motivi non chiari dato che in seguito comunque ha autorizzato gli attacchi.
Forse le forze americane non erano ancora pronte. Ma allora non fai dichiarazioni facendo intendere qualcosa di chiaro esponendo i cittadini iraniani alla furia del regime.
Troppe cose sono andate storte sotto la guida di Trump e forse c’era da aspettarselo nel modo in cui ha gestito tutte le pratiche interne ed estere fino ad ora.