In un saggio pubblicato poco prima della sua morte (“Impero e rivoluzione”, Marsilio, 2017), Vittorio Strada scrive che l’antioccidentalismo, e in particolare l’antiamericanismo, come la lotta contro la decadenza e la degenerazione dei costumi, tema caro agli slavofili e poi sfruttato anche dai sovietici, può essere “una bandiera capace di unificare solo menti retrive, mosse da particolari interessi politici”. Né la denuncia della russofobia o dell’eterna congiura delle democrazie liberali contro la pacifica Russia può andare al di là della propaganda interna, in grado di fare presa solo su un pubblico corrivo. D’altro canto il regime di Putin, che già nella sua forma sovietica voleva essere il faro del socialismo per un mondo immerso nelle tenebre del capitalismo imperialista, non può certo presentarsi come il faro dei diritti umani, cosa che neppure i più spericolati propagandisti del Cremlino oserebbero sostenere.
Del resto, in un’intervista rilasciata al Financial Times che destò molto scalpore (27 giugno 2019, Putin aveva decretato senza mezzi termini la fine dell’idea liberale nel passaggio di secolo. Nulla di nuovo sotto il sole. Si tratta infatti di un punto su cui l’ex ufficiale del Kgb è tornato più volte nel corso della sua ascesa al potere. Non per caso il saggio di Strada si chiude con una illuminante osservazione di carattere storico, ma aperta sul presente. Alla radice della ideologia russa c’è una formula triadica, elaborata per la prima volta nel 1832 dal ministro dell’Istruzione Sergej Uvarov: Trono (lo Stato autocratico), Altare (la Chiesa ortodossa), Popolo (lo Spirito nazionale). Dopo l’Ottobre ne seguì un’altra: Marxismo-leninismo, Partito comunista, Popolo sovietico.
Attualmente il posto per una nuova triade è vacante né può occuparlo il terzetto “autoritarismo, nazionalismo, militarismo”, con cui si è soliti designare il regime putiniano. Perché oggi l’impero è nudo. L’unico vestito “è il retaggio glorioso degli imperi zarista e comunista, da Ivan il Terribile e Pietro il Grande a Stalin, che portò la potenza russa al suo apogeo in senso territoriale e ideale, e la cui opera va continuata rimediando al disastro” provocato da ‘riformatori’ come Chrusciov e Gorbaciov (e, peggio ancora, Eltsin)”. A foggiare il nuovo abito dell’imperatore sul modello dell’antico -conclude l’eminente studioso- provvede attualmente un atelier di intellettuali che godono del monopolio dei mezzi d’informazione e dell’appoggio della Chiesa ortodossa, che tende a fare del cristianesimo orientale una religione nazionale di Stato. La veste è però fatta di un tessuto trasparente che “vela a stento la nudità, a differenza dei paludamenti dei grandi imperi del passato”.
Anche sotto tale profilo, l’invasione dell’Ucraina ha creato una frattura insanabile tra due grandi paesi limitrofi, legati da secolari ancorché complessi rapporti. La Russia si è autoisolata in Europa, con quali vantaggi sul piano della sicurezza territoriale è difficile dire rispetto alla perdita di affidabilità richiesta dalla pur sempre necessaria cooperazione con la comunità democratica internazionale. Probabilmente Putin è sedotto dall’idea di un anacronistico nuovo impero russo con ambizioni egemoniche europee, che, con un termine in cui geografia e ideologia si fondono, può essere chiamato “eurasiatico”. Di contro a questa prospettiva, inquietante per i suoi aspetti militari esterni e involutivi interni, data anche l’attuale ripresa del mito di Stalin come artefice della grande potenza russa, non si può escludere nel medio-lungo termine uno scenario opposto: una disgregazione dell’odierno assetto federativo della Russia, come effetto di una stagnante politica autoritaria. Del resto, la storia è piena di eterogenesi dei fini.
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Penso a quella specie di “nostalgia” contenuta nella fascinazione putiniana, filo-russa, in occidente. Nostalgia di un’unità perduta, di saldezza di governo, di comando netto e unico, di comunione d’intenti fra politico e religioso, di dettato morale che si fa Stato. L’unità compatta dello Stato, l’unicità indiscutibile della sua direzione politica, la Chiesa a esplicito supporto e legittimazione. Inutile invocare le caratteristiche positive dell’occidente di contro a ciò, al fine di
convincere, perché quelle caratteristiche son proprio ciò che si aborre e che fa sognare lo stivale russo. Che un certo tradizionalismo cattolico sia filo-russo o cmq non ostile non deve stupire, in questo quadro interpretativo. Putin è il braccio vendicatore della supremazia della Tradizione di contro l’anarchia amorale occidentale.
La Chiesa che in occidente deve essere – per i tradizionalisti- viva contestazione di un potere laicista e a-teista, se non proprio ateo, in Oriente – con la Chiesa Ortodossa- è provvido e necessario sostegno a un potere informato alla medesima interpretazione organica, unitaria, gerarchica, etica, autoritaria del mondo degli uomini.