

Dalla magistratura che canta “Bella ciao” a Salvini con il giubbotto della Polizia, il punto non è il folklore ma l’erosione della terzietà. Quando ogni ruolo viene risucchiato nello schieramento, le istituzioni smettono di essere casa comune e diventano parte del conflitto.
La scena dei magistrati che a Napoli hanno intonato “Bella ciao” dopo la vittoria del No al referendum sulla giustizia ha fatto discutere. A me ha ricordato un’altra immagine, che mi sembra speculare: quella di Matteo Salvini che, nel 2018, da ministro dell’Interno e vicepremier del governo giallo-verde, era solito indossare il giubbotto della Polizia di Stato nelle uscite pubbliche.
Pur nella diversità di contesto, i due fatti sono accomunati da una stessa dinamica: un’inopportuna sovrapposizione tra ruolo istituzionale e appartenenza o collocazione politico-ideologica. In entrambi i casi, ciò che dovrebbe restare terzo — la giurisdizione da un lato, la forza pubblica dall’altro — viene simbolicamente ricondotto a uno schieramento.
Tra l’altro, le due scene replicano, in forma di rappresentazione mediatica, quella sorta di spartizione culturale implicita delle culture politiche del nostro Paese: la destra con la polizia, la sinistra con i giudici. Ognuno difende il proprio campo: a destra con poliziotti ovviamente “senza se e senza ma”, a sinistra coi magistrati, di nuovo “senza se e senza ma”. Non c’è tempo da perdere con le sfumature.
Naturalmente, dentro questa logica passa del tutto in secondo piano la tutela di chi si trova nelle mani dello Stato — che può assumere il profilo di un agente o di un pubblico ministero — e dunque, nella stragrande maggioranza dei casi, in condizioni di inferiorità: lui, normale cittadino, di fronte a un funzionario che ha dietro di sé un intero apparato statale. Ma tanto, lo sappiamo, questa fissazione per i diritti degli individui è roba da amici dei colletti bianchi, da benestanti “liberali”, anzi da “libbberali”, come alcuni scrivono sui social in tono sfottitorio.
E tanti saluti all’Habeas Corpus, al Bill of Rights, a Cesare Beccaria, e via discorrendo fino ai giorni nostri.
È da qui che nasce una riflessione più ampia. Episodi come questi non sono solo scivoloni individuali, ma sintomi di una tendenza più profonda del nostro tempo: la progressiva scomparsa della terzietà. È il contesto in cui la formula “tutto è politica”, molto ripetuta oggigiorno, viene usata come un dispositivo che assorbe anche ciò che dovrebbe restarne parzialmente separato. Il tribalismo ha una forza annessionista quasi irresistibile. E quando la terzietà si indebolisce, non viene meno solo una forma: viene meno la possibilità stessa di avere istituzioni che funzionino come spazio comune. Da questo punto di partenza prende forma il problema più generale.
La pazienza ermeneutica può farci dire che l’espressione “tutto è politica” esprime qualcosa di vero: ogni decisione incorpora valori, interessi, visioni del mondo. Solo che la formulazione è così generica e totalizzante da poter diventare tante altre cose senza perdere forza logica: siamo o non siamo tutti parte di una società? Allora “tutto è sociale”. Siamo o non siamo tutti parlanti una certa lingua, attraverso la quale passano tutti i nostri atti e le nostre relazioni? Allora “tutto è linguistico”. E potrei continuare.
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Quel che è peggio, però, è che il termine “politica” dell’espressione “tutto è politica” è inteso ormai solo in riferimento agli schieramenti politici e ai partiti. Chi oggi afferma “tutto è politica”, dunque, spesso intende “tutto è lotta politica”.
Se le cose stanno così, nulla può più sottrarsi alla logica dello schieramento. E se nulla si sottrae, viene meno la possibilità stessa di avere luoghi, ruoli e istituzioni che funzionino come terreno comune. Il punto non è difendere una neutralità ingenua, come se fosse mai esistita una sfera completamente priva di orientamenti o conflitti. Le istituzioni non sono mai state “neutre” in senso assoluto, perché l’essere umano stesso non lo è. Sono però state, nelle fasi migliori, vincolate a comportarsi come se lo fossero.
Non si apprezzerà mai abbastanza il valore performativo del “come se”. La forza delle istituzioni non sta nell’assenza di valori di riferimento, ma nella capacità di sospendere l’appartenenza di parte nel momento in cui si esercita una funzione pubblica. È questa sospensione — fragile, sempre imperfetta — a costituire il cuore della neutralità istituzionale. Quando si afferma che tutto è politica, nel senso che abbiamo prima precisato, questa sospensione diventa sospetta.
Ogni gesto viene interpretato come segnale di campo, ogni ruolo come maschera di un’appartenenza più profonda. Non è più possibile distinguere tra chi agisce “come parte” e chi agisce “come istituzione”. Il risultato è una progressiva confusione tra i piani: il rappresentante politico che enfatizza simbolicamente il proprio schieramento anche nel ruolo istituzionale, il funzionario o il magistrato che manifesta apertamente una posizione politica, il giornalista che rinuncia a ogni pretesa di distanza.
Ormai la legittimazione deriva dall’essere riconoscibili come parte, non dal saper incarnare una funzione. Chi resiste è percepito come finto, ipocrita, opportunista, infiltrato. La società della trasparenza impone che si metta in vetrina il proprio credo politico-ideologico anche quando la funzione imporrebbe maggiore sobrietà. Tutto ciò comprime la libertà di tutti: la partigianeria si è espansa nella casa comune, occupando tutti gli spazi, tutte le intercapedini comuni. Se cambi campo rispetto a quello di arruolamento, scatta l’accusa di alto tradimento. L’imparzialità è culturalmente delegittimata.
Ma a cosa servono le istituzioni, se non a essere terze? Il loro compito non è eliminare il conflitto, bensì renderlo praticabile entro regole condivise. Sono lo spazio in cui il conflitto può svolgersi senza trasformarsi in guerra permanente. Se però vengono percepite come parte tra le parti, perdono la loro funzione arbitrale. Non sono più “casa comune”, ma terreno conteso. E quando il terreno comune scompare, il conflitto si radicalizza.
Qui si manifesta la contraddizione più profonda della politicizzazione totale. Più si insiste sul fatto che tutto è politico, più si dissolvono le condizioni che permettono alla politica democratica di esistere. Perché la democrazia non è solo scontro tra visioni, ma anche riconoscimento di un quadro condiviso entro cui quello scontro può avvenire. Senza quel quadro, resta solo la logica binaria: o noi o loro. E, in una logica puramente binaria, le istituzioni terze appaiono superflue, quando non sospette.
Il problema non riguarda solo il livello nazionale. Se si allarga lo sguardo, si intravede una dinamica analoga anche nelle sedi internazionali. L’idea di diritti umani universali — per quanto storicamente situata, imperfetta e spesso applicata in modo selettivo — ha rappresentato un tentativo di costruire un linguaggio comune, un minimo denominatore condiviso tra soggetti profondamente diversi. Quando anche questo linguaggio viene interamente riassorbito nella logica del conflitto, i diritti cessano di essere criteri e diventano strumenti: non più base comune, ma arma retorica.
Le risoluzioni degli organismi internazionali esprimono sempre meno un orizzonte condiviso, e sempre più il braccio di ferro tra blocchi culturali pronti a screditarsi vicendevolmente, ovviamente in nome del diritto internazionale.
Non si tratta di rimpiangere un’età dell’oro che probabilmente non è mai esistita. Le istituzioni sono sempre state attraversate da tensioni, interessi, ambiguità. La loro “neutralità” è sempre stata parziale e spesso contestata. Ma c’è una differenza tra una neutralità imperfetta, continuamente negoziata, e la sua dissoluzione completa. Nel primo caso, esiste ancora uno spazio in cui è possibile appellarsi a regole comuni, criticare deviazioni, chiedere coerenza. Nel secondo, ogni appello suona ingenuo o strumentale, perché manca il presupposto condiviso.
Difendere la neutralità, allora, non significa negare che tutto abbia anche una dimensione politica. Significa piuttosto impedire che questa consapevolezza diventi totalizzante. Vuol dire riconoscere che, proprio perché siamo inevitabilmente situati, abbiamo bisogno di costruire luoghi e ruoli in cui quella situazione venga temporaneamente sospesa. La terzietà non è una via più debole rispetto a quella del posizionamento esplicito, anzi: essa dice che uno spazio del conflitto democraticamente vigilato è un valore irrinunciabile, da difendere con ogni mezzo. Altro che debolezza.
In questo senso, la neutralità non è uno stato, ma una pratica. È fatta di regole, di autocontrollo, di limiti accettati. È, in ultima analisi, una forma di responsabilità. Se questa pratica viene meno, non restiamo in un mondo più autentico o più sincero. Restiamo in un mondo più povero di mediazioni, in cui il conflitto è più esposto e meno governabile. E allora la formula “tutto è politica”, da intuizione critica, si trasforma in profezia che si autoavvera: dicendo che non esiste nulla al di fuori della politica, contribuiamo a distruggere proprio ciò che rende la politica abitabile.

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C’è una differenza apparentemente piccola ma determinante a mio avviso tra il politico e il funzionario e cioè che il primo è stato eletto dal popolo, mentre il secondo viene nominato a volte in base a certi legami e appartenenze con uno o più politici eletti e relativi partiti.
Al funzionario non basta però essere fedele a una linea politica di un certo partito di riferimento; deve anche dimostrare una certa competenza e professionalità nel ruolo per cui è stato nominato. Mentre a un politico questo non è strettamente richiesto perché può delegare i vari compiti a funzionari e consulenti scelti, pagando magari in termini elettorali in caso di promesse non mantenute e decisioni errate.