


Quando la politica smette di produrre idee, finisce spesso per fabbricare i propri nemici. L’evocazione permanente del pericolo fascista, più che difendere la democrazia, può diventare il carburante dei radicalismi che pretende di combattere.
C’è un paradosso antico che continua a infestare la politica occidentale: la tendenza delle forze progressiste a trasformarsi nei principali grandi costruttori dei propri incubi.
Quando una parte politica si svuota di contenuti, quando smette di offrire risposte reali alle crisi sociali ed economiche, non le resta che arroccarsi nei tabù. E la conseguenza di questo vuoto è matematica: si regala spazio ai radicalismi.
La riduzione sistematica dell’avversario a minaccia totalitaria, attraverso l’evocazione quotidiana del “fantasma del fascismo”, non è un atto di difesa democratica, ma un cortocircuito culturale che finisce per rianimare ciò che pretende di combattere.
Questo meccanismo di polarizzazione esasperata non fa altro che creare mostri mediatici e politici. Figure nate sui margini della provocazione vengono proiettate al centro del dibattito pubblico non per la solidità delle loro proposte, ma perché i salotti televisivi e le prime pagine del progressismo hanno bisogno di un nemico plastico da agitare davanti al proprio elettorato.
È una farsa in cui la sinistra, a corto di argomenti, si nutre dell’estremismo altrui per giustificare la propria esistenza, senza rendersi conto che lo scontro radicale è proprio il terreno ideale su cui i radicalismi prosperano.
A guardare indietro, l’errore storico è macroscopico. È storicamente corretto affermare che la sottovalutazione del pericolo e la cecità dinanzi alle fratture sociali furono i gravi errori delle sinistre sia in Italia sia in Germania, spianando la strada all’ascesa del fascismo e del nazismo.
Una negligenza strutturale che, tuttavia, non cancella le responsabilità simmetriche delle élite conservatrici e liberali dell’epoca. Da Giolitti e Facta in Italia fino a von Papen e Hindenburg in Germania, i moderati coltivarono l’illusione cinica di poter “costituzionalizzare” e usare Mussolini e Hitler per ristabilire l’ordine e sconfiggere la sinistra, convinti di poterli liquidare subito dopo.
Quel calcolo si rivelò tragicamente errato e consegnò l’Europa al disastro.
Oggi assistiamo a un ribaltamento altrettanto pericoloso di quella dinamica. Da un lato, quella che era la sinistra progressista e il suo circuito mediatico stanno compiendo un’operazione speculare: attribuire a movimenti nati per destabilizzare e sovvertire le regole democratiche un valore istituzionale, coltivando l’illusione identica a quella di Franz von Papen nel 1933, quando diceva di Hitler: “Lo abbiamo assunto […] Nel giro di due mesi lo avremo spinto in un angolo così stretto che strillerà”.
La storia ha già emesso il suo verdetto su quel calcolo, eppure oggi si è replicato lo stesso schema, scivolando in una subalternità imbarazzante verso chi ha usato i meccanismi della propaganda e del trasformismo per fagocitarla; dall’altro, partorire — come frutto inevitabile del proprio estremismo ideologico e della totale assenza di idee — l’esibizionismo provocatorio di un alto ufficiale, trasformato nella perfetta minaccia sistemica.
Forse un Paese che rinuncia alla dialettica profonda e si rifugia nell’evocazione rituale dei traumi del passato è una nazione che ha smesso di produrre futuro.
In questo scenario, la democrazia rischia di non potersi più difendere erigendo steccati ideologici o trasformando la politica in una recita scolastica tra buoni e cattivi; richiederebbe, invece, di restituire dignità ai fatti e spessore alle soluzioni.
Fino a quando l’alternativa culturale rimarrà ridotta a un prontuario di anatemi e censure, il sospetto è che il risultato possa essere sempre lo stesso: svuotare la storia del suo significato profondo e preparare il terreno per il prossimo, inevitabile naufragio sociale.
Inserisci la tua mail per non perdere nessuno dei contenuti di InOltre. Ogni volta che pubblicheremo qualcosa sarete i primi a saperlo.
*Iscrivendoti alla nostra newsletter accetti la nostra privacy policy

Il Club InOltre nasce per creare una community tra chi InOltre lo scrive, chi lo legge e chi lo sostiene. È il desiderio di creare punti di incontro digitali e, quando possibile, anche fisici – dove scambiarsi idee, discutere, conoscersi da vicino.
Un Club che unisce tutti quelli che contribuiscono alla buona riuscita d’InOltre e al suo successo.
InOltre è completamente gratuito ed è il frutto della competenza e della passione di molte persone che lavorano senza fini di lucro. Se desideri contribuire con un piccolo supporto, puoi farlo effettuando un bonifico come di seguito specificato oppure cliccando sui pulsanti che vedi, scegliendo l’opzione che più preferisci. Le donazioni verranno utilizzate per i costi di mantenimento del sito e per altre attività editoriali.
Grazie per il vostro supporto!
Bonifico bancario intestato a Inoltre Ente del Terzo Settore con Causale: donazione/erogazione liberale a favore di Inoltre ETS.
Codice Iban: IT55A0306909606100000404908



Scopri di più da InOltre
Abbonati per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail.

Grazie assai Paolo. Immeritati i tuoi applausi. Come sempre ??
Applausi miei, e quindi per me meritatissimi (nel senso che concordo appieno … e succede spesso: devo preoccuparmi? 🙂
I soliti venti minuti di applausi, caro Alessandro.
Tu scrivi: “Questo meccanismo di polarizzazione esasperata non fa altro che creare mostri mediatici e politici”. Aggiungo: e non fa altro che rendere “strutturale” e definitivo il vuoto di contenuti da cui tutto comincia.
Vent’anni o più di anti-berlusconismo hanno finito per esaurire ogni altro contenuto. Lo strumento è divenuto fine. Le riflessioni sulla società, sull’economia, sulle criticità e sulle soluzioni sono uscite dal campo visivo della politica, sostituite – ovunque si guardasse – dall’effigie dell’imprenditore di Arcore demonizzato dai media (tranne che dai suoi, e talvolta persino dai suoi stessi canali), demonizzato dalle procure, demonizzato dai parlamentari (tutti, persino dai suoi alleati: vedi Gianfranco Fini). Se penso al Cavaliere, mi viene in mente una sua icona “solarizzata”, eguale e contraria a quella del “Che”: ormai, una icona pop. Per oltre vent’anni, in Italia, politica = far capire se sei pro o contro il Berlusca. Se meriti stigmatizzazione o se sei “dalla parte giusta”. Col risultato che, già il giorno seguente al funerale di Silvio, la sinistra ha dovuto chiedersi: “e adesso?”
Qualche mese di assestamento e poi la sostituzione: non più Berlusconi, ma il fascismo; non più “resistere, resistere, resistere” ma “Bella ciao”. Un nuovo nemico al posto del vecchio nemico, nuovi slogan al posto di vecchi slogan, un nuovo inno al posto dei vecchi ritornelli.
E sotto il vestito, niente.