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Il bombardamento del porto yemenita di Hodeida, il capoluogo del governatorato omonimo, segna un ulteriore inedito nel contesto della guerra tra lo Stato d’Israele e la dittatura militare che governa Gaza. Non era infatti mai accaduto che gli israeliani attaccassero questa lontana parte della Penisola araba, che in un’epoca remota ospitò paradossalmente persino una comunità di ebrei autodefinitisi tali, senza che fossero riconosciuti da quelli di Gerusalemme. Secoli fa questi ‘ebrei non ebrei’ vennero soggiogati dagli etiopi e convertiti ancor prima dell’avvento degli imperi musulmani, mentre adesso lo Yemen è diviso in due: la parte nord-occidentale, che comprende Hodeida e la capitale San’a’, è in mano alla tribù degli Houthi; il resto è composto da un complesso mosaico di realtà locali che accettano – più o meno – il governo riconosciuto internazionalmente che ha base nel porto di Aden.
La nazione è tornata a essere divisa in due come nella maggior parte della sua storia e l’economia, già debole, è collassata. Nel Nord lo Stato è fallito ed è passato in mano ai suprematisti islamici di Ansar Allah, la realtà politica espressione degli Houthi, che hanno forgiato un’alleanza di ferro intersciita con l’Iran per vincere la guerra civile e respingere l’intervento militare arabo contro di loro. «Morte a Israele, maledizione sugli ebrei» è scritto persino nelle bandiere ufficiali del loro movimento e quindi la contro-invasione di Gaza da parte di Gerusalemme è stata poco più di un pretesto per usare i loro arsenali contro gli «odiati sionisti».
Il governo di Benjamin Netanyahu aveva deciso di ignorare gli attacchi nord-yemeniti, soprattutto perché la grande distanza fra i due Paesi rendeva facile l’intercettazione degli attacchi e costose le ritorsioni. Tuttavia l’errore umano che ha impedito l’abbattimento del drone suicida Houthi prima che colpisse Tel Aviv ha reso necessaria una prova di forza. L’analista Avi Scharf ha sottolineato come siano stati addirittura richiamati asset aerei israeliani strategici dal “Royal International Air Tattoo” in corso a Fairford, nel Regno Unito, per pianificare l’operazione “?? ?????” (Braccio esteso). All’airshow era presente almeno uno degli aerei del 122esimo squadrone delle Forze aeree israeliane, chiamato “Nahshon” (un eroe biblico) e composto da aerei Gulfstream G550 equipaggiati con sofisticatissimi dispositivi per raccogliere dati in volo e coordinare le operazioni. Sono stati i tecnici di questa unità, partiti dalla base “Nevatim”, a permettere l’attacco israeliano su un obiettivo distante circa 1.700 chilometri.
Un raid ritorsivo perfettamente riuscito e compiuto con più di 20 cacciabombardieri (coadiuvati da aerei cisterna), coordinato nei cieli dai “Nahshon” e da terra dal Comando israeliano aiutato – probabilmente – dall’Arabia Saudita. Non si è trattato del bombardamento più ambizioso condotto da Israele oltre i propri confini (primato conteso dalle azioni di “Opera” del 1981 o “Gamba di Legno” del 1985, fra le tante) ma sicuramente di un avvertimento chiaro anche per l’Iran, qualche centinaio di chilometri più vicino degli Houthi. I suprematisti islamici yemeniti non si sono però dimostrati per nulla intimoriti, né dai pesanti danni al loro principale porto commerciale né dai 6 morti e dai più di 80 feriti. Nonostante un successivo attacco aereo angloamericano abbia confermato come l’Occidente ritenesse la ritorsione giustificata, gli Houthi hanno rilanciato con un nuovo attacco missilistico sulla città israeliana di Eilat. Così ribadendo, per l’ennesima volta, la loro indisponibilità a intrattenere le relazioni internazionali che non siano in punta di missile.
Articolo apparso a pagina 7 del quotidiano “La Ragione” del 23 luglio 2024
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