4 pensieri su “La differenza tra i “centri di rimpatrio” di Keir Starmer e il piano per il Ruanda dei Tories ”

  1. Quello che mi lascia spesso sbigottito è come Kemi Badenoch continui imperterrita a difendere l’indifendibile, sia sull’immigrazione, sia, in questi giorni, sulla Brexit. Ci vuole un bel coraggio.

  2. Si continua, anche da parte dell’autorevole scrivente dell’articolo, a trascurare, minimizzare, anzi proprio a non voler prendere contezza della profonda trasformazione di carattere culturale, sociale, civile, politica, economico, in una parola dell’identità dei popoli europei, a seguito di un’immigrazione di massa, soprattutto da parte di persone che provengono da culture grandemente conflittuali con le nostre. E il cercare di considerare questo tipo di preoccupazione e quale “populismo punitivo” quello di chi propone comunque una drastica riduzione dell’immigrazione, clandestina e non, mi sembra un modo non corretto per affrontare il problema.

    1. Mi sembra che ci sia troppa attenzione sull’immigrazione più o meno illegale, mentre, almeno in UK, c’è e c’è stata una enorme immigrazione legale da paesi culturalmente incompatibili con l’occidente. Una volta raggiunta la massa critica, ti ritrovi rappresentanti istituzionali che hanno più a cuore ciò che succede in Kashmir o a Gaza, rispetto a ciò che accade nel paese in cui sono stati eletti.

    2. La preoccupazione è lecita e condivisa. Qui si discute un altro punto, ovvero se in nome di quella preoccupazione siamo disposti a sacrificare lo stato di diritto o meno. Ecco, per quanto mi riguarda, ho apprezzato la soluzione di Starmer perché viene incontro alle proccupazione senza violare lo stato di diritto. La differenza con Trump, i Tories e Farage sta tutta là.

Rispondi

✕
InOltre App

GRATIS
VISUALIZZA