

Non è l’Occidente a essere finito, ma la fiducia nelle sue leadership. Il rischio è scambiare Donald Trump per il fallimento di un intero sistema. Un errore che i suoi avversari non fanno: per loro l’Occidente resta un blocco reale, da colpire e dividere.
In questi ultimi giorni, nella chat del Club InOltre è in corso un dibattito animatissimo e appassionato. L’oggetto del contendere è la guerra in Iran: la sua sostenibilità, i suoi obiettivi, le conseguenze. È una discussione che coinvolge tutte le persone che hanno sempre sostenuto convintamente la causa occidentale, ma che oggi si trovano a non condividere più né il giudizio su ciò che sta accadendo, né l’idea stessa di cosa significhi, in concreto, difendere l’Occidente.
È la spia del fatto che il solco profondo che Donald Trump ha scavato tra le due rive dell’Oceano Atlantico sta rendendo la difesa dei valori occidentali sempre più complicata.
Donald Trump ha contribuito in modo deliberato a minare la partnership e la fiducia tra Stati Uniti ed Europa, con parole e atti ostili verso gli alleati europei e ammiccamenti neanche troppo velati nei confronti di nemici conclamati come Vladimir Putin.
L’Europa, dal canto suo, ha mostrato una responsabilità più silenziosa ma non meno rilevante: quella di non aver compreso per tempo il mutamento dello scenario internazionale, continuando a muoversi come se il quadro di sicurezza garantito dagli Stati Uniti fosse immutabile. La litania stanca del richiamo al diritto internazionale, da sempre la foglia di fico per non prendere decisioni costose e impopolari, completa il quadro di un’Europa ciarliera ma del tutto incapace di adempiere al proprio ruolo nello scacchiere internazionale, che pure le spetterebbe.
A minare la già precaria e anemica solidarietà occidentale ha contribuito anche il bagno di sangue perpetrato da Hamas il 7 ottobre 2023, che non ha solo aperto un nuovo fronte di guerra: ha fatto riemergere con una chiarezza brutale l’odio atavico per lo Stato ebraico d’Israele e per l’ebraismo tout court.
Se l’obiettivo di Hamas era quello di spingere Israele a una risposta drastica e sanguinosa, allo scopo di polarizzare anche nel dibattito pubblico occidentale il conflitto tra i sostenitori della causa d’Israele e i suoi odiatori, il risultato è andato ben oltre le aspettative: Hamas e il 7 ottobre sono scomparsi dalla scena e Israele è diventato l’unico colpevole perfetto.
Le destre sovraniste che governano negli Stati Uniti e in Israele hanno poi contribuito ad alienare anche quel già minoritario consenso liberal che continuava a sostenere la causa delle democrazie occidentali.
E forse l’aspetto più rivelatore è proprio questo. Non si assiste tanto a un rigetto dell’Occidente in quanto tale, quanto a una crisi di identificazione con le sue attuali leadership. Anche settori che ne hanno sempre sostenuto le ragioni, e che hanno difeso Israele, mostrano oggi un disagio profondo verso le scelte politiche di Washington e Gerusalemme. Un disagio che, però, non resta circoscritto, ma tende a riflettersi sull’intero impianto di legittimità occidentale.
La partita mediorientale, in questo schema, perde progressivamente autonomia e viene ridotta a un riflesso delle scelte di due leadership percepite come nemiche e fuori controllo. Non è più un terreno di confronto tra interessi, minacce e strategie, ma diventa il sottoprodotto di decisioni considerate scriteriate e pericolose. E, in questo modo, ciò che viene meno non è soltanto il giudizio su singoli governi, ma la possibilità stessa di riconoscere una dimensione politica più ampia, in cui anche l’Occidente continua ad agire.
E tuttavia, proprio qui si annida un errore di prospettiva. Perché, se è vero che l’Occidente appare oggi più esposto che mai a derive autoritarie e profonde divisioni al suo interno, non è affatto vero che abbia smesso di esistere.
Lo dimostra innanzitutto lo sguardo dei suoi avversari. Attori come Vladimir Putin, come il regime iraniano o la leadership cinese, non si soffermano sulle sue sfumature interne, sulle sue divisioni, sulle sue contraddizioni. Al contrario, continuano a considerarlo un blocco, un sistema coerente di potere e di valori, da contenere e possibilmente indebolire. Non solo: quelle divisioni vengono osservate, studiate e sistematicamente sfruttate.
Il punto, allora, non è stabilire se l’Occidente esista ancora o meno. Esiste, ma in una forma meno ordinata e più conflittuale. Non è più automaticamente coerente, ma resta riconoscibile e, soprattutto, resta tale agli occhi di chi lo avversa.
La storia, da questo punto di vista, è più istruttiva di molte analisi contemporanee. I blocchi politici non sono mai stati monolitici. Winston Churchill e Joseph Stalin erano avversari ideologici inconciliabili, eppure combatterono insieme contro un nemico comune. Allo stesso modo, in Italia, Alcide De Gasperi, Palmiro Togliatti e Benedetto Croce rappresentavano visioni incompatibili, ma si unirono nel CLN contro il fascismo. L’unità non nasce solo dalla somiglianza, ma dalla necessità e da un nemico comune.
Oggi quella necessità è meno evidente, meno condivisa, meno urgente di quanto non fosse allora. Ma non è scomparsa. E continua a manifestarsi, seppure in modo intermittente e contraddittorio, nelle scelte concrete: nella tenuta, pur faticosa, della NATO, nel sostegno — non lineare ma persistente — all’Ucraina, nella difficoltà, ma anche nell’inevitabilità, di confrontarsi con attori come l’Iran.
Questo vale anche sul piano più profondo. L’idea democratica che l’Occidente incarna — con tutti i suoi limiti, le sue incoerenze, le sue ipocrisie — non coincide con le sue leadership contingenti e non si esaurisce nelle loro scelte. Non è cancellata da Donald Trump, né dalle oscillazioni politiche interne, né dagli errori strategici. Continua a esistere proprio perché resta uno spazio aperto, attraversato dal conflitto, capace di mettere in discussione sé stesso.
Difendere l’Occidente, oggi, significa allora accettare questa complessità. Non giustificarne automaticamente ogni azione, ma nemmeno cedere alla tentazione opposta di delegittimarlo in blocco.
Per questo, anche di fronte a scenari più estremi — come l’intervento congiunto degli Stati Uniti e di Israele contro l’Iran — il giudizio non può essere preconfezionato. Non è Donald Trump a rendere un’azione giusta o sbagliata in quanto tale. La questione è se quella scelta sia necessaria, proporzionata, sostenibile – e chi scrive ritiene che debellare la minaccia mortale del regime iraniano lo sia – a prescindere da chi l’abbia progettata e attuata.
È su questo terreno, più che su quello delle appartenenze, che si misura oggi la credibilità dell’Occidente nel confronto con i suoi nemici.
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Analisi interessante. Mi chiedo, però, se la crisi dell’Occidente non derivi proprio dall’aver preferito, per troppo tempo, l’estetica della narrazione morale alla grammatica degli interessi vitali. Abbiamo progressivamente delegittimato l’idea stessa di forza, trasformando la deterrenza in un tabù e il diritto internazionale in una rassicurante ‘religione laica’ che ci esimeva dal decidere. In questo senso, a mio avviso, Trump non ha creato la frattura: l’ha semplicemente esposta e accelerata, specchio di un’Europa che per decenni ha confuso il multilateralismo con la delega della propria sicurezza. Il post-7 ottobre, con il suo paradossale ribaltamento tra vittima e carnefice, suggerisce che il problema non sia solo politico, ma identitario. Forse la sfida più grande non è ricomporre la frattura tra le due sponde dell’Atlantico, ma riscoprire se l’Occidente possieda ancora la convinzione morale e non solo formale, di avere il diritto, e il dovere, di difendere se stesso.
Grazie Luciano
Inoppugnabile e brillante: ricorda che una delle caratteristiche fondamentali del complesso di valori chiamato Occidente è la capacità di distinguere, di dubitare, di approfondire la realtà che non è mai un blocco unico. Grazie, mi approprierò di questa tua fatica per le mie argomentazioni