
Per decenni, la deterrenza nucleare è stata considerata un pilastro silenzioso della sicurezza occidentale: invisibile, temuta, ma proprio per questo molto efficace. Oggi, però, quella certezza comincia a vacillare. Nelle ultime settimane, alcuni importanti leader europei hanno sollevato una questione rimasta a lungo sottotraccia: cosa accadrebbe se non fosse più possibile fare affidamento sugli Stati Uniti per garantire una deterrenza nucleare estesa agli alleati della NATO?
Forse, tuttavia, la domanda andrebbe posta in modo ancora più radicale: possiamo davvero continuare a parlare di deterrenza nucleare così come l’abbiamo conosciuta finora? Proviamo a capirne il perché.
La deterrenza, in senso generale, consiste nel prevenire un’azione avversaria grazie all’esistenza di una minaccia credibile di contromisure inaccettabili e nella convinzione che il costo di quell’azione superi di gran lunga i benefici attesi. È un meccanismo psicologico prima ancora che politico e militare.
Essa rientra in quei settori critici – insieme all’intelligence, all’accesso allo spazio, alla proiezione di potenza e alla capacità di primo intervento – nei quali la sovranità rimane una priorità assoluta. La libertà, che consideriamo irrinunciabile, impone quindi di preservare sempre la credibilità della deterrenza, il suo costante rinnovamento e, soprattutto, l’autonomia di valutazione e decisione.
Negli ultimi anni, l’Europa ha ricevuto numerosi segnali d’allarme in materia di difesa. La nuova situazione geopolitica richiede all’Unione Europea di agire. Ma come può l’Europa navigare verso acque più sicure e portare la propria capacità di difesa a un livello tale da garantire una deterrenza credibile?
L’UE dovrebbe muoversi rapidamente e con determinazione se intende raggiungere questo obiettivo entro la fine del decennio, per garantirsi un’autonomia strategica. In quest’ottica, la difesa va intesa in senso più ampio, secondo una logica di “deterrenza piuttosto che di difesa”, considerando che la minaccia russa non si limita al solo fianco orientale, ma va vista in un’ottica di 360 gradi.
La realtà, tuttavia, è che l’UE non ha ancora sviluppato una forza militare credibile di deterrenza nei confronti della Russia. L’adesione di Finlandia e Svezia alla NATO nel periodo 2023–2024 dimostra chiaramente che, a oggi, è l’Alleanza Atlantica – con il contributo determinante degli Stati Uniti – a garantire la sicurezza europea.
Permangono infatti problemi di frammentazione tra i Paesi UE in termini di finanziamento, approvvigionamento, logistica, comando e controllo.
Il piano ReArmEU, ora ribattezzato Readiness 2030, rappresenta la risposta strategica dell’UE: un’iniziativa lanciata quest’anno che mira a mobilitare fino a 800 miliardi di euro entro il 2030 per rafforzare le capacità di difesa europee. Il piano punta su appalti congiunti, finanziamenti accelerati e un rafforzamento della base industriale della difesa, facendo ricorso a strumenti come il prestito SAFE e alla flessibilità fiscale nazionale.
Tuttavia, esso si fonda prevalentemente sull’aumento della spesa nazionale e il SAFE offre un supporto limitato, esclusivamente sotto forma di prestiti. Il rischio è quello di accentuare ulteriormente la frammentazione del mercato europeo della difesa, senza un reale salto di qualità in termini di necessaria deterrenza.
La spesa per la difesa andrebbe invece considerata un investimento nella sicurezza presente e futura. La deterrenza è costosa, certo, ma la guerra lo è infinitamente di più. L’Ucraina ce lo ricorda ogni giorno: l’unica cosa più costosa di una guerra è perderla.
Il punto centrale è che la deterrenza – obiettivo fondamentale della difesa – non dipende semplicemente dall’entità dei bilanci, ma dalla capacità di trasformare rapidamente le risorse in capacità operative credibili. Senza questo passaggio, anche investimenti ingenti rischiano di produrre pochi risultati concreti in termini di prontezza operativa o rassicurazione dell’opinione pubblica.
Spendere di più non rende automaticamente l’Europa più sicura, se la spesa non è legata a obiettivi misurabili e realizzabili.
Va inoltre riconosciuto che non tutti i conflitti possono essere prevenuti tramite la deterrenza o lo sviluppo della resilienza. Le instabilità continueranno a emergere, spesso in contesti caratterizzati da Stati fragili, povertà estrema e minacce alla sicurezza in aumento.
Sebbene un conflitto di alto livello resti improbabile, il suo rischio potrebbe crescere già entro il 2030, complice l’accelerazione tecnologica nei settori informatico e dell’intelligenza artificiale, oltre all’erosione dei vincoli sul controllo delle armi nucleari, in particolare nel caso russo.
Detto ciò, la deterrenza rimane ancora valida, sul piano teorico: la capacità non equivale automaticamente alla volontà di usarla.
La deterrenza nucleare esiste da oltre sessant’anni e ha contribuito a scoraggiare le minacce più estreme alla sicurezza occidentale. Oggi, però, alcuni Stati stanno ampliando e diversificando in modo significativo i propri arsenali, investendo in nuovi sistemi nucleari e integrandoli apertamente nelle loro dottrine militari e nella retorica politica, con l’obiettivo di mantenere alta la pressione sugli avversari.
Una guerra nucleare, va ricordato, implica l’uso di armi che sfruttano reazioni di fissione e fusione, con effetti devastanti legati all’esplosione, al calore e alle radiazioni. Nel secondo dopoguerra, l’arma atomica fu acquisita progressivamente dalle principali potenze mondiali dell’epoca, dando origine alla logica della distruzione mutua assicurata e al lungo equilibrio instabile e precario della Guerra Fredda.
Nel tempo, trattati come il TNP, gli accordi START e iniziative internazionali come la creazione dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica hanno cercato di contenere questa minaccia. Eppure, anche dopo la fine della Guerra Fredda, il nucleare è rimasto un elemento centrale della politica estera di molti Stati, spesso inserito nella logica della “madman theory”.
Oggi il cosiddetto “club dell’atomo” include Stati Uniti, Russia, Cina, Francia, Regno Unito, Pakistan, India e Corea del Nord, con Israele in una posizione particolare. Alcuni Paesi hanno rinunciato volontariamente alle armi nucleari; altri, come l’Iran, sono sospettati di volerle acquisire.
La NATO, dal canto suo, ribadisce formalmente che qualsiasi uso di armi nucleari contro l’Alleanza altererebbe radicalmente la natura di un conflitto e continua a considerare la deterrenza nucleare un elemento essenziale della propria postura difensiva.
Lo scopo dichiarato delle armi nucleari occidentali rimane quello di preservare la pace, prevenire la coercizione e scoraggiare l’aggressione, limitandone l’uso a circostanze estreme di autodifesa. Invece, la pratica recente di altri membri del “club” mostra una deriva preoccupante.
Torniamo dunque alla domanda iniziale: possiamo ancora parlare di deterrenza nucleare? La risposta, oggi, non è più scontata.
Si sta aprendo una nuova fase del confronto nucleare, che incombe come una spada di Damocle permanente. I progressi compiuti nel controllo degli armamenti vengono progressivamente erosi, mentre il rischio di escalation aumenta, non solo per possibili malfunzionamenti tecnologici, ma soprattutto per il fattore umano, intrinsecamente imprevedibile.
Gli attori geopolitici non agiscono mai o quasi mai in modo statico o pienamente razionale. La Russia ne offre una dimostrazione quotidiana, brandendo l’arma nucleare come strumento di pressione: un messaggio implicito che suona come un ricatto globale. “Lasciatemi fare – tuonano a Mosca – o alzerò il livello dello scontro”.
La conseguenza è evidente: il nucleare non funziona più come deterrente, ma come arma di ricatto planetario. In mano a leadership imprevedibili, paralizza le reazioni degli Alleati e frena il sostegno all’Ucraina.
L’uso spregiudicato della madman theory rappresenta il vero cambio di paradigma che ha consentito alla Russia di spingersi così lontano senza subire conseguenze decisive.
È attribuita a un Presidente del Consiglio del passato la frase: “i popoli che non vogliono portare le proprie armi finiscono per portare quelle degli altri”, un’eco moderna del classico si vis pacem, para bellum. È un principio ancora valido.
Ma oggi si impone un dilemma più profondo: come gestire il nucleare in un mondo in cui la deterrenza si è trasformata in minaccia permanente. Perché affidare il destino del pianeta a governanti imprevedibili non è una strategia. È una scommessa. E la posta in gioco è semplicemente la Terra.
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Il conteso non è dei migliori per i “troppo buoni”, la Russia sta vendendo le sue tecnologie militari, ancor più, trasferisce uranio dall’Africa verso non so dove, lo scopo rimane quello di avere supporto di qualsiasi tipo nella sua guerra di aggressione. La Cina nel frattempo si arma grazie ai soldi che le forniamo acquistanto i suoi prodotti e tra un po’ anche servizi,