
Se quanti continuano a celebrare i “giornalisti di Gaza” avessero espresso almeno dispetto per il caso di Francesca Del Vecchio, la cronista de La Stampa espulsa dal seguito giornalistico della Global Sumud Flottilla, il loro impegno per la libertà di stampa sarebbe risultato più credibile.
Invece si sono tutti accontentati della giustificazione offerta da Maria Elena Delia, la portavoce della spedizione, che ha giustificato l’espulsione con questo addebito: “Questa è una missione ad alto rischio, avevamo chiesto nei primi giorni di non rivelare dove si trovavano le barche e dove facevamo il training. Lei lo ha scritto e gli altri passeggeri sono rimasti disorientati”.
Si tratta di un addebito curioso: implicherebbe che Del Vecchio avrebbe dovuto mantenere il riserbo su una notizia già ampiamente nota, visto che – racconta la stessa cronista de La Stampa – quando il corso è cominciato c’erano “altri giornalisti (estranei agli equipaggi) con tanto di macchine fotografiche e telecamere”.
Ancora più surreale è che l’accusa di avere compromesso la sicurezza delle operazioni venga da una organizzazione che sostiene, né più né meno, che a Gaza bisognerebbe fare entrare chiunque – a partire dai volontari della Flottilla – per fargli raccontare in diretta tutto, soprattutto i movimenti delle truppe dello “Stato genocida” e che qualunque scrupolo sulla sicurezza di militari e civili coinvolti nelle operazioni sia solo un pretesto per impedire la documentazione dei crimini dell’entità sionista.
Anche in questo caso, come abbiamo già sostenuto, la libertà di stampa non è invocata come un principio deontologico, ma come un’immunità riservata ad alcuni e non ad altri, a seconda della “funzione” a cui l’attività giornalistica adempie: di fatto, se contro Israele oppure no. Su questa base, i “giornalisti di Gaza”, cioè gli addetti stampa della jihad, sono degli eroi – e non delle povere vittime, carne da macello di Hamas – mentre Francesca Del Vecchio è una spia.
Peraltro, a dimostrare che quella della Flottilla non è una missione umanitaria, ma politica contro Israele lo dimostra la natura di questa iniziativa, per come l’ha meritoriamente ricostruita Federica Valcauda, di Europa Radicale, semplicemente consultando l’origine e la cronologia su X di questo efficacissimo brand di comunicazione “antisionista”.
L’iniziativa Global Sumud Flottilla è formalmente nata nel 2025 dalla convergenza tra Freedom Flotilla Coalition, Global Movement to Gaza, Maghreb Sumud Flotilla e Sumud Nusantara. Guardando però al suo account social su X – nel frattempo sospeso per avere violato le regole della piattaforma – “l’apertura del canale risale a ottobre 2023, proprio il mese del pogrom messo in atto da Hamas all’alba del 7 Ottobre. Il primo post ‘ufficiale’ della GSF – scrive Federica Valcauda – è della giornalista indiana Sadaf Afreen, ritwittata dalla Global il 9 ottobre 2023”. In seguito “quando ancora a livello internazionale non si parlava di genocidio ma l’attenzione era ferma sul pogrom subito da Israele, la Global Sumud Flottilla twittava: #GazaGenocide.”
Sarà una coincidenza, ma questa iniziativa non nasce con l’assedio e il denunciato affamamento di Gaza, ma con il pogrom del 7 ottobre, quando ancora non c’era stata alcuna reazione israeliana. Ed è una coincidenza abbastanza eloquente sul fatto che la Global Sumud Flottilla nasce per difendere la “resistenza” (Sumud) di Gaza (cioè di Hamas), non per salvare i gazawi dalla morte per fame.
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