

Uno dei maggiori problemi che affliggono il mondo dell’informazione è che spesso si confonde il giornalismo d’inchiesta con il giornalismo a tesi: se il primo si pone come obiettivo la rivelazione al pubblico di fatti ignoti o poco conosciuti, il secondo parte da una tesi precostituita e cerca di riportare unicamente fatti e opinioni che confermano quella tesi.
Un esempio perfetto di giornalismo a tesi si può trovare nella puntata del programma televisivo Report andata in onda su Rai Tre il 3 novembre 2024. Buona parte della puntata era stata infatti strutturata in modo tale da dipingere Israele come una sorta di “male assoluto”.
Le nuove destre
Report ha sostenuto che Israele rappresenta un modello di riferimento per le destre radicali in Occidente. Per sostenere questa tesi, hanno fatto sembrare che il filosofo conservatore israeliano Yoram Hazony sia una figura influente in questo ambito, oltre a rimarcare il fatto che nel Parlamento Europeo i partiti con i quali Israele intrattiene i rapporti migliori sono generalmente quelli di destra.
Il programma di Sigfrido Ranucci ha ricordato con una certa nostalgia i tempi in cui la Democrazia Cristiana e i partiti di sinistra intrattenevano buoni rapporti con il mondo arabo, “interrotti” dall’ascesa di Silvio Berlusconi che avrebbe spostato la politica italiana su posizioni filoisraeliane.
Tuttavia, nel ricordare quella presunta “età dell’oro” nei rapporti arabo-italiani non veniva minimamente menzionato l’attentato alla Sinagoga Maggiore di Roma del 9 ottobre 1982, perpetrato dai terroristi palestinesi di Abu Nidal e nel quale perse la vita un bambino di due anni, Stefano Gaj Tachè.
Un altro aspetto che il servizio non ha minimamente tenuto in considerazione è che non tutte le destre sono filoisraeliane: se il centrodestra italiano è storicamente schierato con lo Stato Ebraico, al contrario le sigle neofasciste come Casapound e Forza Nuova sono sempre state filopalestinesi e antisioniste. Negli Stati Uniti, alle posizioni filoisraeliane dei repubblicani classici fanno sempre più da contraltare quelle ostili a Israele di influencer vicini al movimento MAGA come Tucker Carlson e Joe Rogan.
E in Irlanda, dopo il 7 ottobre è stato un governo di centrodestra a decidere di riconoscere la Palestina e di appoggiare la causa intentata dal Sudafrica presso la Corte dell’Aja per accusare Israele di genocidio, tanto da spingere il governo israeliano a chiudere la propria ambasciata a Dublino.
Nel caso del contesto italiano, la divisione tra una destra filoisraeliana e una filopalestinese possiede radici profonde: ai tempi del MSI, la corrente più istituzionale guidata da Giorgio Almirante sosteneva Israele in funzione anticomunista e filoccidentale; al contrario, la corrente più radicale guidata da Pino Rauti adottava posizioni filoarabe e antisioniste, diffuse in particolare nell’ala giovanile del partito.
Difesa e sicurezza
Nel trattare le sue innovazioni nei settori della difesa e della cybersicurezza, Report ha sostenuto che Israele sta utilizzando la guerra a Gaza e l’occupazione della Cisgiordania per “testare” strumenti bellici e sistemi di sorveglianza da rivendere successivamente in giro per il mondo. Questa tesi è stata diffusa negli ambienti filopalestinesi dal libro Laboratorio Palestina del giornalista australiano Antony Loewenstein, che non a caso è tra gli intervistati del servizio.
Su questa tesi aveva già fatto chiarezza il giornalista e analista israelo-britannico Jonathan Spyer, direttore del Middle East Center for Reporting and Analysis (MECRA). Intervistato dall’accademica neozelandese Sheree Trotter, Spyer ha affermato: “In Israele le industrie della difesa rappresentano una parte importante dell’economia israeliana. […]
Purtroppo, Israele è un paese che è stato in guerra sin dalla sua nascita”, e a differenza di ciò che Loewenstein sembra pensare, “non solo per quanto riguarda le attività di polizia nella West Bank, ma anche contro forze convenzionali molto potenti, alle quali Israele ha saputo tenere testa guadagnandosi una certa reputazione”.
Spyer ha aggiunto che tutti i paesi vendono le armi che sviluppano, ma che “se è Israele a farlo, all’improvviso sembra diventare una pratica particolarmente atroce”. Ha aggiunto che “sospetto che, se qualcuno vuole dipingere Israele in una maniera particolarmente perfida o negativa solo perché ha un’industria della difesa, allora le loro motivazioni andrebbero esaminate attentamente. Non solo in merito al settore della difesa, ma più in generale per quanto riguarda la loro agenda”.
La regola secondo la quale i paesi in guerra riescono a sviluppare considerevolmente il settore della difesa e delle forze armate riguarda anche l’Ucraina: dopo l’invasione russa del 2022, l’esercito ucraino ha sviluppato notevolmente l’industria dei droni, tanto che in tutto il paese sono fiorite aziende specializzate nella loro produzione. Nell’aprile 2025, la rivista Forbes stimava che solo in quell’anno sarebbero stati prodotti oltre 4 milioni di droni “made in Ukraine”.
Per quanto riguarda l’utilizzo che è stato fatto delle tecnologie israeliane da parte di potenze straniere, è vero che in certi casi esse sono state utilizzate per scopi antidemocratici (Jamal Khashoggi, il giornalista saudita fatto assassinare nel 2018 dal governo del suo paese, era stato spiato grazie ad un software di produzione israeliana).
Tuttavia, in altri casi esse sono state utilizzate per contrastare il terrorismo o per aiutare quei paesi che si sentono minacciati da vicini molto potenti: la Forza Aerea delle Filippine, ad esempio, nell’estate 2024 ha acquistato dall’azienda israeliana Elbit Systems dei velivoli da pattugliamento a lungo raggio, una scelta motivata anche dalle crescenti tensioni con la Cina. E più di recente, la Finlandia ha acquistato dei missili antinave israeliani per difendersi nel caso di un eventuale guerra con la Russia.
Università americane
Nella stessa puntata, Report ha mandato in onda un servizio girato negli Stati Uniti in cui studenti pro-Palestina si dipingevano come delle povere vittime censurate dai media e dai social. Tuttavia, lo stesso servizio che accusava i social di censurare i propal non offriva il benché minimo spazio a quegli studenti ebrei che, dopo il 7 ottobre, sono stati costantemente vittime di aggressioni, insulti, minacce e intimidazioni da parte dei filopalestinesi.
E qui sta uno dei nodi centrali della questione: salvo rare eccezioni, tra cui la giornalista Fiamma Nirenstein, nel servizio su Israele gli unici ebrei interpellati erano quelli che osteggiavano lo Stato Ebraico. Un modus operandi assai diffuso in certi ambienti di sinistra, secondo i quali gli ebrei possono avere diritto di parola solo se sono i “loro” ebrei, altrimenti è come se non esistessero.
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