
Il sistema elettorale degli Stati Uniti impedisce di fare previsioni affidabili sull’esito del voto del 5 novembre (lo dimostrano i sondaggi ballerini di questi ultimi giorni). Come è noto, esso si basa sul principio del “Winner Takes All” (il vincitore prende tutto), per cui il candidato che ottiene la maggioranza dei voti popolari in uno stato ottiene tutti i grandi elettori di quello stato (ad eccezione di Nebraska e Maine, che utilizzano un sistema misto).
È invece certo che gli eventi traumatici del 6 gennaio 2021, ovvero il primo passaggio di poteri non pacifico dai tempi della Guerra civile (1861-1865), hanno aperto una ferita nella democrazia americana che non si è ancora rimarginata. Trump però non è nato dal nulla. E ’solo il sintomo più evidente di fratture profonde: geografiche, demografiche e sociali. I due partiti principali incarnano ormai una contrapposizione tra due visioni del mondo inconciliabili, che può mettere in discussione le regole del gioco democratico. Fra il 2016 e il 2020 i voti a favore dei repubblicani sono diminuiti in tre quarti delle aree metropolitane e aumentati in due terzi delle contee rurali.
Eminenti studiosi del bonapartismo (o cesarismo) -da Tocqueville a Weber a Franz Neumann- concordano sul fatto che esso è sorto e si è imposto in un contesto democratico (mentre “l’enigma del consenso” al Partito nazionalsocialista dei lavoratori nelle elezioni del 1933, per riprendere la formula del biografo di Hitler Ian Kershaw, resta tuttora una questione più complessa, nonostante i fiumi d’inchiostro versati per analizzarla). Si può affermare anche nel contesto democratico americano? In un contesto, cioè, il cui l’occupazione del Campidoglio, un vero e proprio tentato golpe, sembra non aver scalfito gli elettori di Donald Trump, il quale oggi prosegue la sua corsa verso la Casa Bianca con il sostegno attivo dell’uomo più facoltoso del pianeta (Elon Musk), quello passivo del secondo uomo che lo segue a ruota (James Bezos), e perfino con lo scudo penale offertogli dalla Corte Suprema? Il rischio c’è.
Forse qualcuno ricorderà: allora un nutrito drappello di intellettuali di sinistra lesse l’assalto di un manipolo di fascionazisti al Congresso come l’espressione del risentimento popolare contro una democrazia fragile, che fabbrica solo armi e disuguaglianze di ogni tipo. Niente di nuovo sotto il sole. Ventitrè anni fa, altri bizzarri intellettuali di sinistra (ma in parte erano gli stessi) si domandarono se l’attacco terroristico alle Torri Gemelle non fosse la conseguenza dell’aumento della povertà su scala planetaria. Nessuna meraviglia, dunque. Del resto, da noi ci sono sempre stati intellettuali talmente di sinistra per i quali la sinistra che c’è non è mai la “loro” sinistra.
Hanno speso una vita a demolire il craxismo, il berlusconismo, il prodismo, il renzismo, il draghismo. Hanno firmato libelli trasudanti indignazione per l’eterna vocazione autoritaria, compromissoria, subalterna, trasformistica, premoderna, delle italiche classi dirigenti. La domenica predicano nuovi modelli di sviluppo alternativi a un capitalismo cieco e disumano. Nei giorni feriali spiegano che tra democrazia e mercato esiste una contraddizione insanabile. Nelle ore notturne sognano le grandi utopie: dalla liberazione dal lavoro alla kantiana pace perpetua.
Poco prima della sua morte (2012), lo storico inglese del “secolo breve” Eric Hobsbawm descriveva con una punta di nostalgia il declino di una delle figure centrali del Novecento, fosse al servizio delle élite dominanti, organico a un partito, un cane sciolto. Ma l’intellettuale è sempre stata una bestia strana. Secondo Luciano Bianciardi, insofferente a ogni establishment culturale, il suo mestiere era indefinibile. Può darsi, ma sicuramente non dovrebbe essere quello del clown delle idee nel circo equestre nazionale.
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