
Leggere l’intervista sui suoi rapporti con il PD e la segretaria Elly Schlein, rilasciata da Romano Prodi al Corriere del 14 novembre, mi ha fatto riflettere sulla difficoltà, oggi estrema, di un riformista come lui alle prese con una situazione socioeconomica che spinge le democrazie occidentali verso una polarizzazione sempre più forte, spesso in mano agli estremismi di ogni segno.
Ogni volta che il futuro si oscura, qualcuno torna a promettere un passato ordinato. È accaduto più volte nella storia, e in tempi relativamente recenti negli anni Trenta del Novecento. Infatti non va mai dimenticato che nazismo e fascismo giunsero al potere attraverso elezioni, degenerando solo in seguito.
Oggi sembrano apparire all’orizzonte delle democrazie fenomeni simili, anche se più striscianti. Come osserva Fareed Zakaria, che ha coniato l’espressione “democrazia illiberale”, esistono regimi in cui si continua a votare, ma diritti, contrappesi e stato di diritto vengono progressivamente svuotati. Questi sistemi traggono legittimità proprio dal fatto di potersi presentare come esito della volontà popolare: “il popolo ci ha scelti”.
È il mantra del populismo contemporaneo, che ritroviamo nei discorsi e nelle scelte di Putin, Trump, Erdo?an, Orbán, Netanyahu e, nel suo piccolo, Salvini, così come nei possibili futuri protagonisti del potere in Europa: Le Pen in Francia e Farage nel Regno Unito.
Esiste dunque nell’opinione pubblica una corrispondenza quasi automatica tra la paura del futuro, la richiesta di uomini forti e la disponibilità ad accettare una restrizione delle libertà democratiche in cambio di maggiore sicurezza.
Il fenomeno non è nuovo: il rifugio in ideologie fideistiche si ripresenta quando appaiono l’unica scorciatoia per risolvere problemi che la lentezza e la farraginosità del sistema democratico non sembrano più in grado di affrontare.
Larry Diamond, nel suo studio “Facing up to the Democratic Recession”, usa il termine “recession” per descrivere proprio questo scenario: una democrazia che arretra, perde efficacia e genera sfiducia e assenteismo nell’elettorato.
Detto così, il concetto è chiaro ma rischia di essere troppo schematico, perché i nostri tempi hanno introdotto variabili nuove e dirompenti: le nuove guerre, i social network, la terza rivoluzione industriale, l’emergere sulla scena globale di potenze dotate di capacità competitive inaspettate, ma anche l’immigrazione – in particolare quella islamica – le mutazioni climatiche, la comparsa di nuovi virus e, dulcis in fundo, l’intelligenza artificiale con le sue imprevedibili implicazioni.
Ce n’è quanto basta per spaventare le opinioni pubbliche di Paesi che hanno vissuto ottant’anni di pace e prosperità, incredule e impreparate di fronte a eventi che tutti insieme e in poco tempo hanno stravolto la realtà cui si erano mollemente accomodate.
Il logico sottoprodotto di questo mutamento è stato un rigetto del tipo di civiltà nella quale si vive: larga parte delle persone, soprattutto tra i giovani, ha messo in discussione l’assetto sociale delle democrazie e le forze politiche che lo hanno generato, guardando con interesse se non simpatia quei regimi autoritari che, visti da lontano, sembrano garantire ordine ed efficienza.
A questo si è aggiunto il non emendabile passato coloniale dell’Occidente, con il correlato avvicinamento alle tesi di chi difende gli ex popoli oppressi, che trovano forti appoggi proprio in quelle autocrazie che si oppongono ai Paesi di democrazia liberale e all’ordine mondiale scaturito dalla seconda guerra mondiale.
Questa piega degli eventi – o, se preferite, questa curva della storia – sta producendo un ritorno alla politica di potenza, tipica degli autocrati, come strumento privilegiato per determinare gli equilibri internazionali. È un atteggiamento che nel secolo breve ha generato due guerre mondiali e il lancio dei primi ordigni nucleari.
Norberto Bobbio diceva: “L’albero delle ideologie è sempre verde”. E infatti, tramontate quelle classiche, sono emerse ideologie identitarie basate sullo schema binario noi contro loro, spesso ancora più pericolose e oggi diffuse in tempo reale attraverso i social, senza più l’intermediazione “professionale” della stampa, della politica, del sindacato e degli intellettuali organici.
Cosa pensare, dunque, dell’evolversi degli eventi? Certo, bisogna fare ricorso all’ottimismo della volontà, ma soprattutto alla vigilanza democratica. In particolare in presenza del Paese guida del mondo occidentale, gli Stati Uniti, che si sono affidati per la seconda volta a un presidente che aveva, se non incoraggiato, certamente appoggiato un assalto al Campidoglio – la cattedrale della democrazia – per poi, una volta eletto, amnistiare gli autori di quell’atto inaudito.
Ma anche le democrazie autoritarie di Orbán ed Erdo?an, e il tentativo per ora respinto di Netanyahu di depotenziare la Corte Suprema israeliana, fanno parte del nuovo panorama senza incontrare reali ostacoli.
Nel frattempo, le sinistre reagiscono arroccandosi in uno sterile estremismo identitario, più attente a osservare il proprio ombelico che alla necessità di proporre programmi socioeconomici capaci di affrontare le secche in cui la politica si è arenata, pur ammettendo le difficoltà del momento, che richiederebbe politici di ben altra statura, come quelli temprati da due guerre mondiali e dal contrasto al nazifascismo.
Il futuro è incerto. I politologi più acuti inclinano al pessimismo; eppure, se eviteremo una nuova guerra, è possibile che il populismo – come già avvenuto in molti Paesi, compreso il nostro – alla prova dei fatti finisca per deludere e convincere gli elettori a tornare indietro. Forse allora la maggioranza silenziosa, che oggi diserta le consultazioni elettorali, tornerà a far sentire la sua voce.
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