

È troppo chiedere a Maurizio Landini un contegno da leader di una grande organizzazione di massa e non da arruffapopoli? Prima ha sostenuto che il sindacato è il genuino rappresentante della “volontà generale” di rousseauiana memoria, con la singolare tesi che il governo Meloni ha il consenso della maggioranza del Parlamento, ma non quello degli italiani.
Poi si è avventurato nei mari tempestosi della politica, rischiando di perdere la rotta e di approdare nei porti insicuri di un populismo con venature plebiscitarie. Dove può anche capitare che un marinaio legga in una bettola L’Homme révolté, ma poi confonda la rivolta “metafisica” di Albert Camus contro l’assurdità dell’esistenza con la “rivolta sociale” di Georges Sorel.
Di quel Camus che diceva, proprio nel suo testo mal compreso: «Alla fine, ho scelto la libertà. Infatti, anche se la giustizia non si realizza, la libertà mantiene il potere di protestare contro l’ingiustizia».
Poi ha invocato in dolce stil novo un “tetto alla ricchezza” («che cazzo se ne fa Musk di cinquecento miliardi?»), senza precisare, tuttavia, se per via parlamentare o per via di esproprio proletario.
Poi ha indetto uno sciopero generale all’insegna dello slogan “La Flotilla non si tocca!”. Poi si è schierato con il presidente Maduro, “legittimamente eletto” dal popolo venezuelano.
Non basta. In margine a un’iniziativa della Cgil per il no alla riforma Nordio, singolarmente ospitata nel Palazzo di Giustizia di Napoli, ha fatto lo spiritoso: «Perché non sorteggiamo i parlamentari? Perché non sorteggiamo i sindaci? […] Penso che sarebbe bene che questo governo non pensasse che i cittadini italiani sono un mondo di coglioni che non capiscono quello che sta succedendo. […] La separazione delle carriere, tra l’altro, è una cosa che è già possibile fare ed è legata anche alla possibilità dei giudici di decidere di volerlo fare o meno. Sappiamo perfettamente che stiamo parlando di numeri limitatissimi e questo elemento non c’entra nulla con i veri problemi che i cittadini italiani vivono sui ritardi, quando hanno problemi nel far rispettare e far funzionare la giustizia»
(Adnkronos, 19 dicembre).
L’eloquio non è scorrevole, la sintassi è claudicante, il linguaggio non è oxfordiano, ma l’altra “idea di giustizia” di Landini, come titolava la kermesse della Cgil, è chiara: fake news, benaltrismo e propaganda martellante sulla deriva autoritaria dell’esecutivo.
È lecito il sospetto, a questo punto, che il segretario della Cgil non abbia letto il testo della riforma né abbia interesse a leggerlo, e preferisca gettare la palla in tribuna. Del resto, che l’Anm, Schlein, Conte, Gratteri, Travaglio & soci scegliessero la strada della rissa e della politicizzazione del referendum era facilmente prevedibile.
Per uscirne, si potrebbe stipulare un patto: i sostenitori del no cessano di dire menzogne sui sostenitori del sì; questi ultimi cessano di dire verità sui sostenitori del no.

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Risposta: sì, è chiedere decisamente troppo.
Il peggior modo di sostenere le ragioni del “no” è darlo in pasto a certi personaggi pronti solo alla sterile polemica e non a delle argomentazioni serie.
Quindi una verità tautologica?