

Quando, la notte del 15 ottobre, migliaia di manifestanti filopalestinesi si sono scontrati con la polizia locale a Barcellona, alcuni hanno vandalizzato i locali McDonald e Starbucks del posto, spaccando vetrine e causando danni per decine di migliaia di euro.
Una strategia diffusa
Gli attacchi alle catene di locali e fast food non rappresentano casi isolati, ma fanno parte di una strategia più ampia promossa dal movimento BDS (Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni), messa in atto già da prima della guerra ma intensificatasi dopo il 7 ottobre.
Secondo un’analisi pubblicata dal sito d’informazione Ynetnews, uno dei motivi per cui queste catene vengono prese di mira dai propal è che rappresentano il capitalismo e i valori occidentali, facendone bersagli simbolici per gli attivisti di estrema sinistra.
In un’intervista alla rivista Time, un leader del BDS ha ammesso che, sebbene i legami con Israele o le donazioni all’esercito israeliano siano fattori chiave nella scelta degli obiettivi del boicottaggio, il movimento attacca anche aziende che possano avere un impatto pubblico, anche quando non hanno legami diretti con lo Stato ebraico.
McDonald
Nel caso di McDonald, la causa scatenante è stata una serie di post pubblicati dalla filiale israeliana, che annunciava sconti e pasti gratuiti per le forze di sicurezza israeliane e le unità di pronto soccorso dopo il 7 ottobre.
Questi post hanno suscitato la reazione dei gruppi filopalestinesi, che hanno subito messo il marchio di fast food nel loro mirino. Le dichiarazioni della sede centrale di McDonald, che ha preso le distanze dalle azioni della divisione israeliana, non sono riuscite a placare le proteste.
Nel tentativo di limitare i danni, l’azienda ha rilasciato un comunicato in cui dichiarava di “non finanziare né sostenere alcun governo coinvolto in questo conflitto”, aggiungendo che “qualsiasi azione intrapresa dai nostri partner commerciali responsabili per lo sviluppo locale è stata intrapresa in modo indipendente, senza il consenso o l’approvazione di McDonald”.
Le perdite maggiori per la catena si sono verificate nei Paesi a maggioranza musulmana, dove i boicottaggi di massa hanno provocato un forte calo delle entrate. In Malesia, la filiale locale ha intentato una causa per diffamazione contro il movimento BDS. Anche in Europa, in Paesi come la Francia, si sono registrati cali significativi dei guadagni rispetto al periodo precedente la guerra.
Starbucks
“A cup of coffee that funds genocide”: a causa di slogan come questo, Starbucks ha dovuto affrontare richieste di boicottaggio nonostante non sia più presente in Israele dal 2003. La sua breve permanenza nello Stato ebraico terminò per motivi commerciali, dopo la difficoltà nel competere con le catene locali già affermate.
A differenza di marchi politicamente schierati come Ben & Jerry’s, che appoggia pubblicamente il boicottaggio, Starbucks ha sempre cercato di evitare ingerenze in questioni politiche controverse.
Le polemiche sono riesplose con un post del 9 ottobre 2023 del sindacato Starbucks Workers United, che esprimeva solidarietà ai palestinesi appena due giorni dopo gli attacchi del 7 ottobre. Il post è stato poi cancellato, ma Starbucks ha reagito intentandone una causa per violazione del marchio, sostenendo che il sindacato non aveva il diritto di usare il nome dell’azienda per esprimere opinioni politiche. Successivamente, l’azienda ha ribadito la propria neutralità politica.
Già prima del 7 ottobre, alcuni attivisti propal avevano accusato Starbucks di finanziare l’IDF, basandosi su una lettera del 2006 attribuita all’allora CEO Howard Schultz. In seguito si è scoperto che quella lettera era un falso, scritto da un blogger australiano antisemita, Andrew Winkler.
Nonostante le smentite, i propal hanno continuato a prendere di mira Starbucks, anche con atti di vandalismo. Persino la pop star Billie Eilish è stata attaccata perché fotografata con una bevanda Starbucks: i manifestanti l’hanno accusata di ipocrisia, sostenendo che “appoggiava i palestinesi solo a parole” ma non rinunciava al suo caffè preferito.
Nei primi mesi di guerra, Starbucks ha registrato un calo delle vendite del 2% in Nord America e del 7% a livello globale. Gli utili internazionali dell’azienda sono diminuiti del 23%. Sebbene altri fattori, come l’aumento dei costi delle materie prime e il rallentamento in Cina, abbiano contribuito, i dirigenti hanno riconosciuto che la guerra a Gaza ha inciso sulla performance complessiva.
Altri casi
A rimetterci più di questi colossi sono state talvolta aziende minori. Shouk, una catena israelo-americana di ristoranti vegetariani kasher, è stata costretta a chiudere dopo una lunga campagna di boicottaggio da parte dei propal, “colpevole” di importare prodotti israeliani negli Stati Uniti.
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