

Che l’amministrazione Trump fosse destinata a trasformarsi in una guerra intestina tra fazioni era evidente fin dai primi giorni. Heritage Foundation, mondo MAGA, galassia QAnon, evangelici e tecnocrati avevano poco in comune, se non l’obiettivo di riconquistare la Casa Bianca, un’avversione viscerale per il “woke” e una vaga retorica libertaria. Per il resto, divergevano su tutto: priorità, visione, strumenti.
Il collante, come spesso accade, era il brand Trump. Un’operazione di marketing più che un progetto politico, utile a tutti per raggiungere il traguardo, ciascuno con la propria agenda. Poco importava che quelle agende fossero incompatibili: finché c’era da demonizzare l’avversario, si poteva fare finta di essere dalla stessa parte.
I nodi sono venuti al pettine rapidamente. Lo scontro tra tecnocrati e MAGA è esploso quando è diventato chiaro che alla classe operaia bianca, tanto evocata dai secondi, i primi non erano interessati. Poi sono arrivati i conflitti interni al mondo trumpiano: MAGA contro Trump, MAGA contro QAnon, con gli Epstein files a fare da detonatore. Marjorie Taylor Greene, trumpiana della prima ora, si è scagliata contro Trump e Laura Loomer, figura di riferimento dell’universo QAnon, finendo rapidamente ai margini.
Ma se queste schermaglie, per quanto rumorose, difficilmente sarebbero bastate a far saltare gli schemi, altra portata ha la lotta intestina della Heritage Foundation, il think tank conservatore più influente d’America, la colonna portante di ogni amministrazione repubblicana da Ronald Reagan in poi. È lì che nasce Project 2025: un piano pensato per ristrutturare l’assetto dello Stato federale in senso conservatore, ridefinendo ruoli, poteri e istituzioni, con l’obiettivo di impedire che nulla torni più come prima.
La miccia è stata accesa quando Tucker Carlson ha ospitato nel suo podcast Nick Fuentes, che in quell’occasione ha attribuito i problemi sociali americani alle lobby ebraiche e si è spinto perfino a lodare il regime di Stalin. Un passaggio che avrebbe richiesto una presa di distanza. Invece, il presidente della Heritage Foundation, Kevin Roberts, ha scelto di difendere Carlson, liquidando le critiche come l’ennesima manovra di una “coalizione velenosa” riconducibile alla solita “élite globalista”.
Quel che poteva restare un incidente circoscritto è diventato un caso politico quando Roberts ha rifiutato di fare marcia indietro. Da lì, le fratture si sono allargate, esponendo la Heritage a uno scontro che ha messo in discussione non solo la leadership, ma l’intero equilibrio di un think tank abituato a dettare la linea, non a subirla.
Nel giro di poche settimane, l’organizzazione ha visto svuotarsi i suoi centri nevralgici, quelli che per decenni hanno fornito al Partito repubblicano quadri, dottrina e copertura intellettuale. Quasi tutto l’apparato dedicato alle politiche legali ed economiche si è dissolto, tra dimissioni e licenziamenti, coinvolgendo oltre trenta ricercatori e dirigenti provenienti dai principali settori di studio, dall’Ed Meese Center for Legal and Judicial Studies al Thomas A. Roe Institute for Economic Policy Studies, passando per il Center for Data Analysis e l’Institute for Constitutional Government.
Tra le uscite più significative c’è quella di John Malcolm, vicepresidente della Heritage e figura centrale dell’area giuridica. Poco dopo è arrivata la rottura del legale Amy Swearer che durante una riunione generale del personale a novembre ha dichiarato di non avere più fiducia in Kevin Roberts. Infine, le dimissioni di Josh Blackman, curatore della Heritage Guide to the Constitution. Nella sua lettera pubblicata su Reason, Blackman ha scritto che le azioni della dirigenza avevano reso “insostenibile” qualsiasi ulteriore affiliazione con la Heritage.
In breve tempo, la crisi ha raggiunto i vertici. A novembre ha lasciato Robert P. George, professore di giurisprudenza a Princeton. Un’uscita pesante, che ha tolto alla Heritage uno dei suoi riferimenti più autorevoli sul piano teorico e accademico. Poco dopo è stato il turno di Shane McCullar, imprenditore e membro del consiglio, che ha motivato le dimissioni con il rifiuto della dirigenza di affrontare gli errori di giudizio emersi nelle settimane precedenti. Ancora più dirompente è stata la decisione di Abby Spencer Moffat, presidente e amministratrice delegata della Diana Davis Spencer Foundation, che non si è limitata a lasciare il consiglio ma ha anche ritirato milioni di dollari di finanziamenti, reindirizzandoli verso Advancing American Freedom, il think tank legato a Mike Pence. La sua mossa ha spinto rapidamente altri a fare altrettanto e, in poche settimane, l’organizzazione di Pence ha raccolto oltre dieci milioni di dollari.
Il fattore Mike Pence chiarisce che quanto sta accadendo non è una semplice crisi organizzativa, ma il segnale di un riallineamento all’interno del conservatorismo americano. Più di una dozzina di dipendenti della Heritage Foundation stanno confluendo in Advancing American Freedom, che oggi si propone come una casa istituzionale alternativa per la governance conservatrice tradizionale. Pence ha presentato questo reclutamento come una risposta alla deriva della Heritage, accusata di avere tollerato ambiguità inaccettabili sull’antisemitismo.
Questa migrazione segnala una frattura ideologica che attraversa l’intera coalizione. Come ha osservato l’analisi di Reason, la linea di divisione non passa più tra pro e anti-Trump, ma tra due visioni incompatibili dell’identità americana: da un lato chi la ancora a principi costituzionali dall’altro chi la ridefinisce in termini etno-nazionalisti.
La scelta di Kevin Roberts di difendere figure come Carlson e Fuentes, interpreti espliciti di una politica identitaria aggressiva, ha collocato la Heritage sul versante populista-nazionalista. Una collocazione che ha finito per alienare l’establishment conservatore istituzionale. Non è solo una fuga di personale: è la separazione tra due idee di conservatorismo che non riescono più a stare sotto lo stesso tetto.
A rendere il quadro ancora più paradossale c’è un cortocircuito politico che sfiora l’autosabotaggio. Nick Fuentes, la figura che Kevin Roberts ha difeso in nome della battaglia contro le “élite globaliste”, ha attaccato J.D. Vance, vicepresidente e uomo della Heritage Foundation alla Casa Bianca. Che uno dei personaggi difesi dalla leadership della Heritage spari a zero contro il suo principale referente a Washington rivela tutta l’incoerenza della linea di Roberts. Difendere Fuentes in nome del populismo identitario significa legittimare una corrente che non solo è incompatibile con il conservatorismo istituzionale, ma che finisce per colpire i suoi stessi uomini di punta. È il segno di una frattura ormai ingestibile: da un lato la pretesa di governare, dall’altro l’abbraccio di figure che disprezzano qualsiasi forma di disciplina politica e di mediazione istituzionale.
Le ripercussioni della crisi hanno ormai superato i confini interni della Heritage Foundation. L’Organizzazione Sionista d’America ha ritirato il proprio sostegno a Project Esther, l’iniziativa contro l’antisemitismo promossa dalla Heritage, chiedendo pubblicamente a Kevin Roberts di scusarsi e di tagliare ogni legame con Tucker Carlson; poco dopo, anche un’iniziativa indipendente contro l’antisemitismo ha preso le distanze, segnalando una perdita di autorità morale difficilmente recuperabile.
Sul piano politico, la vicenda ha reso evidente una frattura profonda nel conservatorismo post-Trump: figure di primo piano come Ben Shapiro, Vivek Ramaswamy e Oren Cass hanno respinto apertamente la politica identitaria incarnata da Carlson e Fuentes, delineando una linea di separazione sempre più netta tra conservatorismo istituzionale e deriva etno-nazionalista. Il paradosso è che proprio la Heritage, che con Project 2025 ambiva a guidare l’agenda di un secondo mandato trumpiano, si ritrova oggi con un’autorità intellettuale e una capacità di influenza drasticamente ridotte, dopo aver perso il suo apparato legale ed economico, cioè il cuore della sua forza nel policymaking repubblicano.
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Da questo si capisce come certe persone pur di governare e acquisire posizioni importanti sopportino di tutto, finché non è quasi troppo tardi per redimersi.
Perché era palese dal primo mandato di Trump che certi individui e gruppi pervasi da un’ideologia deplorevole e piena di odio avessero dato il loro appoggio al partito repubblicano e quest’ultimo minimizzava certe critiche.