


La Crimea torna a essere il punto debole dell’apparato militare russo: mentre gli attacchi ucraini colpiscono infrastrutture e difese, da Sebastopoli arrivano segnali di nervosismo nei vertici della Flotta del Mar Nero. E la distanza tra propaganda imperiale e realtà operativa si fa sempre più evidente.
Del fatto che la situazione in Crimea sia fuori controllo sono ormai consapevoli anche i russi. Secondo le informazioni raccolte da ATESH, i vertici del comando della Flotta del Mar Nero di Sebastopoli starebbero già mettendo al sicuro le proprie famiglie a Novorossiysk, nel territorio di Krasnodar, nella Russia continentale.
La notizia data dal gruppo partigiano, se confermata, avrebbe del clamoroso, dal momento che il trasloco, che nel comunicato viene descritto come piuttosto frettoloso, starebbe avvenendo senza che siano arrivate direttive in tal senso (e che plausibilmente nemmeno arriveranno), amplificando però l’idea che si tratti di una schettiniana fuga da una nave che affonda.
ATESH collega infatti lo spostamento all’attacco sferrato il 27 maggio dalle Forze di Difesa dell’Ucraina contro il quartier generale dell’aviazione della Flotta del Mar Nero della Federazione Russa, in via Gogol, a Sebastopoli (l’immagine è di un attacco avvenuto nel settembre 2023). Da allora, i colpi nella penisola, soprattutto contro i sistemi di difesa, si sono intensificati e la situazione logistica per gli occupanti in Crimea è drasticamente peggiorata.
“Secondo informatori militari”, si legge, “alcuni ufficiali si stanno già occupando delle questioni pratiche del trasferimento senza attendere ordini ufficiali: stanno trasferendo le loro famiglie, si stanno sbarazzando dei beni che non possono portare con sé e si stanno sistemando in una nuova abitazione a Novorossiysk. All’interno dei vertici della flotta, l’atmosfera è cupa: chi comprende veramente la situazione preferisce non intervenire”.
Si tratta di un colpo d’immagine e simbolico devastante. Sebastopoli non è una base qualunque. Per la narrazione del Cremlino è la “città della gloria militare russa” e il cuore pulsante della pretesa storica sulla Crimea (nonché quella dalla quale ebbe inizio l’occupazione illegale del 2014). Ammettere, anche solo nei fatti, che Sebastopoli non è più sicura per i comandi di vertice della Flotta mina la retorica della Russia come potenza dominante nel Mar Nero e l’idea che la Crimea sia “protetta per sempre”.
Dal punto di vista operativo, le conseguenze potrebbero essere altrettanto importanti. Spostare i centri decisionali a oltre 300 chilometri di distanza (in linea d’aria) e separati dallo Stretto di Kerch complica drasticamente la reattività e il coordinamento delle operazioni in tempo reale, specialmente per il supporto aereo e la difesa costiera della Crimea.
L’attacco ucraino del 27 maggio ha inoltre fisicamente distrutto o reso inutilizzabili infrastrutture di comunicazione protette. Ricostruirle o adattarle a Novorossiysk richiede tempo, risorse ed espone i nuovi siti a problemi di intercettazione o vulnerabilità simili, dato anche che lo stesso porto della Russia continentale è stato ugualmente attaccato varie volte da droni aerei e marini.
Il fatto che una penisola che Mosca rivendica come propria, tanto da installarvi il comando della Flotta del Mar Nero, si stia trasformando in un avamposto sempre più isolato (con i ponti del nord quasi del tutto compromessi e quello di Kerch sotto costante attacco) da controllare “da remoto” la dice lunga sulla distanza che c’è tra propaganda di Stato e realtà sul campo.
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Ricordiamo anche che la base navale di Sebastopoli fu data in concessione ai russi ben prima dell’annessione della Crimea nel 2014. In buonafede o in collusione col governo russo da parte dei leader ucraini di allora, si rivelerà poi un tragico errore e l’ennesimo simbolo di inaffidabilità nel fare accordi con la Russia.