

Il lusso globale abbandona la tradizionale struttura a piramide e assume la forma di una clessidra: al vertice si concentra la spesa dei clienti più ricchi, mentre il segmento intermedio si svuota e la classe media arretra. Cambiano così mercato, marketing e creatività, sempre più orientati all’esclusività, alla personalizzazione e alla riduzione del rischio.
Il mercato globale dell’alto di gamma sta vivendo una ridefinizione strutturale che supera la logica delle tradizionali oscillazioni di fatturato.
La storica piramide del lusso teorizzata alla fine degli anni Novanta – un modello in cui la base allargata dei consumatori occasionali sosteneva l’espansione e il mito delle grandi maison – ha esaurito la sua funzione predittiva.
Al suo posto è emersa una complessa geometria a clessidra, determinata da una polarizzazione profonda dei consumi.
L’industria ha scelto di allentare i legami storici con la classe media, smettendo di affascinarla come motore principale di crescita, per concentrare investimenti e canali relazionali sulle performance di spesa dei patrimoni più alti del pianeta.
I dati macroeconomici delineano con chiarezza i contorni di questa spaccatura.
Il valore complessivo dell’industria allargata si attesta attorno a 1,44 trilioni di euro, un perimetro immenso che l’Osservatorio Bain-Altagamma mappa attraverso nove segmenti distinti, dalle automobili di gamma all’hotellerie, dai vini pregiati fino all’arte, ai jet e ai super yacht.
Tuttavia, se si isola il solo comparto dei beni personali – l’universo della moda, della pelletteria e degli accessori – il mercato reale si stringe attorno a 358 miliardi di euro, svelando una contrazione strutturale che svuota proprio il cuore pulsante del retail tradizionale.
La cima di questa nuova architettura sociale ed economica è occupata stabilmente dai consumatori al vertice del potenziale di spesa.
All’interno del solo perimetro dei beni personali, i top customer intercettati dalle analisi di Bain & Company rappresentano ormai poco più del 46% degli acquisti complessivi del comparto, pur muovendosi su soglie d’ingresso superiori ai ventimila euro annui.
Espandendo invece lo sguardo alla classificazione BCG-Altagamma, la concentrazione si fa ancora più nitida: i clienti top-tier costituiscono appena lo 0,1% della clientela globale, ma generano il 37% dell’intero mercato, facendo registrare una spesa media annua che oscilla tra i 360.000 euro per i soli beni individuali e i 500.000 euro, qualora si includano asset esperienziali come il wellness e l’automotive d’eccellenza.
Per questa cerchia ristretta, il lusso ha modificato il proprio baricentro relazionale.
Non si tratta più di esibire uno status attraverso l’ostentazione visiva, ma di eliminare radicalmente gli attriti dell’esperienza quotidiana.
Il vero privilegio, dunque, si traduce in privacy, isolamento e iper-personalizzazione del servizio.
Marchi storici come Hermès o eccellenze industriali come Ferrari prosperano proprio perché non stanno vendendo semplicemente merci, ma gestiscono una scarsità rigorosamente controllata, dove le liste d’attesa per una borsa Birkin o per una vettura in edizione limitata sono calibrate per preservare un ecosistema di assoluta inaccessibilità.
Mentre il vertice consolida la propria capacità di spesa, è il centro della clessidra a sperimentare un progressivo svuotamento.
Parliamo della fascia del lusso intermedio, quel territorio occupato da marchi posizionati a metà strada e privati della forza dell’esclusività assoluta, ma divenuti ormai troppo costosi per la classe media.
Questa strozzatura segna la crisi del prêt-à-porter industriale, schiacciato tra la tentazione di aumentare i listini per emulare il posizionamento delle maison di vertice e l’impossibilità di giustificare tali premium price a un pubblico selettivo.
Alla base della clessidra, nel frattempo, si consuma il riflusso degli aspirazionali.
Colpiti dalla contrazione del potere d’acquisto e dalle incertezze geopolitiche, i consumatori occasionali hanno parzialmente rinunciato al lusso seriale come passaporto di affermazione sociale.
I dati quantificano questo esodo: la clientela attiva globale è scesa dai circa 400 milioni di individui registrati nel 2022 a una forchetta compresa tra i 330 e i 340 milioni, evidenziando una perdita netta di circa 60-70 milioni di consumatori nell’arco di un triennio.
Quando questa base decide ancora di accedere al mercato, lo fa adottando la logica fluida del mix and match, ovvero combinando l’abbigliamento quotidiano a un unico accessorio d’alto valore percepito.
Da piramide a clessidra, un passaggio storico
Per comprendere le radici di questa mutazione, è necessario ripercorrere le tappe che hanno ridefinito il settore negli ultimi trent’anni.
Gli anni Novanta inaugurano la stagione del lusso democratico, l’era in cui i grandi conglomerati finanziari come LVMH e Kering si quotano in borsa e strutturano la crescita sui volumi delle licenze, dei profumi e della cosmetica, mantenendo così l’inaccessibilità della sfilata come pura leva di marketing.
Il decennio tra il 2000 e il 2010 accoglie l’ingresso della Cina nel WTO e l’esplosione dei mercati emergenti, formalizzando il fenomeno della logomania industriale: il lusso si standardizza in mega-store globali identici da New York a Shanghai e l’esibizione del monogramma diventa lo strumento immediato per comunicare il successo sociale.
L’illusione di una crescita infinita tocca il culmine nel periodo post-pandemico, tra il 2021 e il 2023, sotto la spinta emotiva del revenge shopping (l’acquisto per vendetta).
All’uscita dai lockdown, i risparmi forzatamente accumulati e l’euforia collettiva drogano i bilanci delle maison con performance record.
Molte sono le aziende che interpretano questa bolla sociale come un mutamento strutturale e permanente della ricchezza della classe media, commettendo un errore di valutazione che le spinge, a partire dal 2024, a forzare i listini oltre la capacità di assorbimento del mercato.
Tra il 2019 e l’ultimo anno, il prezzo al dettaglio di alcune borse iconiche comparabili è cresciuto complessivamente con percentuali comprese tra il 50% e il 70%.
Il dato più critico risiede, tuttavia, nel fatto che, nello stesso arco di tempo, il numero di nuovi modelli capaci di imporsi sul mercato come veri e propri “hero product” è diminuito del 70-80% rispetto al ciclo creativo precedente.
La classe media, dunque, non è stata allontanata soltanto dall’aumento dei prezzi in sé, ma da una sproporzione evidente: l’impennata dei listini è avvenuta a fronte di una drastica riduzione dell’innovazione percepita e della varietà dell’offerta.
In questo contesto di incertezza, persino beni ad altissimo investimento come l’arte, i jet privati e i super yacht della cantieristica – pur rimanendo simboli insostituibili di concentrazione della ricchezza – hanno registrato flessioni nei volumi d’acquisto complessivi, confermando una tendenza dei consumatori a privilegiare la selettività rispetto all’accumulo tangibile.
Questa complessa architettura finanziaria sta generando una trasformazione radicale nel marketing, ridefinendo il rapporto tra visibilità pubblica e conversione economica.
Sarebbe inesatto sostenere che la comunicazione di massa stia scomparendo: le grandi maison continuano a investire massicciamente in sfilate monumentali, investiture di celebrity planetarie e campagne digitali globali.
Tuttavia, è la funzione di questo spettacolo ad essere cambiata: la narrazione pubblica serve ora a generare puro intrattenimento culturale per la massa, utile a mantenere il mito del brand e a sostenere le vendite delle linee beauty e degli occhiali.
La vera conversione economica si privatizza e si sposta dietro porte chiuse.
Lo spettacolo rimane visibile a tutti, ma l’atto d’acquisto più redditizio si consuma nei salotti privati dei VIP Apartments, accessibili solo su invito, dove i cartellini del prezzo scompaiono e il personale di boutique si evolve in una figura di personal concierge, in grado di gestire flussi logistici straordinari.
Conclusione
Questo scenario si riflette inevitabilmente sui linguaggi della creatività sulle passerelle, determinando quella che appare come una diffusa cautela estetica.
L’omologazione visiva e il ritorno a toni neutri e tagli sartoriali impeccabili, ma privi di provocazione, rispondono a una precisa logica di mitigazione del rischio.
Quando la redditività di un marchio dipende in modo così marcato da un ristretto club di miliardari globali, che condividono gli stessi spazi a Dubai, New York o Singapore, l’audacia culturale non ha più bisogno di essere un valore che potrebbe trasformarsi facilmente anche in una potenziale instabilità finanziaria.
Il capitale non ha eliminato l’estro dei designer, ma ne ha modificato radicalmente il contratto, chiedendo alla creatività una novità senza alcuna sfumatura di instabilità.
Se negli anni Novanta figure come Alexander McQueen o John Galliano usavano l’abito come strumento di perturbazione sociale e psicologica, oggi l’ultra-lusso preferisce offrire un’oasi di rassicurazione e totale isolamento dalla realtà.
La moda intesa come espressione di creatività, subcultura, ribellione e pura forza artistica sceglie di farsi altrove, rifugiandosi nelle reti dell’upcycling e nei collettivi di designer indipendenti privi di grandi capitali, ma ancora ricchi di visione, lasciando ai grandi imperi industriali il ruolo di straordinari e silenziosi fornitori di servizi per l’élite globale.
Fonti:
https://www.bain.com/insights/finding-a-new-longevity-for-luxury
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Interessante analisi. Mi chiedevo perché, passeggiando per le vie del contro della mia cittadina di provincia, non trovassi più nelle vetrine quel capo bello, ben fatto e di gusto, che ti faceva venir voglia di comprarlo. Ormai la qualità, almeno di impatto visivo, la si trova più facilmente al mercato rionale, ed a prezzi più bassi. Peccato, perché viene meno, oltre all\’industria importante del prêt-à-porter italiano, anche il piacere di indossare capi di sartoria a prezzi da \”classe media\”. L\’offerta si è ridotta perché manca il cliente, o manca il cliente perché si è ridotta l\’offerta? Nadia Mai
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