

Demografia, risorse naturali, terre coltivabili, innovazione ed energia solare fanno dell’Africa il continente decisivo del XXI secolo. Per l’Europa, considerarla soltanto una fonte di crisi e migrazioni significa ignorare una straordinaria opportunità strategica.
Per decenni l’Africa è stata raccontata quasi esclusivamente attraverso guerre civili, carestie, epidemie e povertà. Una rappresentazione ampiamente parziale, che ancora oggi rischia di impedire la comprensione di una realtà profondamente diversa.
Il continente africano sta vivendo una trasformazione che già oggi sta modificando gli equilibri economici e geopolitici mondiali.
L’Africa non è soltanto un continente con enormi problemi da risolvere: è anche una gigantesca riserva di energie umane, di risorse naturali e di potenzialità economiche.
Se questi fattori saranno governati con intelligenza, potranno rappresentare un’opportunità senza precedenti; se invece saranno lasciati senza risposte adeguate, potrebbero trasformarsi in una delle principali fonti di instabilità mondiale. È questo il vero “ordigno a orologeria”.
Il primo elemento è la crescita demografica. Nessun’altra area del pianeta sta aumentando la propria popolazione con la stessa velocità.
In pochi decenni il numero degli abitanti africani è raddoppiato e, secondo le proiezioni delle Nazioni Unite, passerà dagli attuali circa 1,5 miliardi a quasi 2,5 miliardi entro il 2050. Alla fine del secolo, un abitante della Terra su quattro potrebbe essere africano.
Questa straordinaria crescita viene spesso considerata soltanto come un problema. In realtà rappresenta anche una straordinaria risorsa.
L’Africa possiede la popolazione più giovane del mondo. L’età media è di circa 19 anni, contro i circa 45 dell’Europa, con milioni di ragazzi che stanno entrando nel mercato del lavoro e che chiedono istruzione, occupazione e sviluppo.
Se queste aspettative verranno soddisfatte, il continente potrà disporre della più grande forza lavoro del pianeta; in caso contrario, le tensioni sociali e migratorie diventeranno inevitabili.
A questa esplosione demografica si aggiungono ricchezze naturali immense. Il sottosuolo africano custodisce alcune delle materie prime più preziose e strategiche dei prossimi decenni: cobalto, rame, litio, terre rare, uranio, oro, diamanti, petrolio e gas naturale.
Risorse indispensabili per l’industria elettronica, la transizione energetica, l’intelligenza artificiale, la mobilità elettrica e le tecnologie più avanzate. La sola Repubblica Democratica del Congo produce circa il 70% del cobalto mondiale, indispensabile per le batterie dei veicoli elettrici e per gran parte dell’elettronica moderna.
Ma il patrimonio africano non si esaurisce nelle miniere. Il continente dispone anche di immense superfici coltivabili. Si stima che circa il 60% delle terre arabili ancora disponibili sul pianeta si trovi proprio in Africa, una ricchezza destinata ad assumere un valore sempre maggiore.
Da anni investitori stranieri acquistano o ottengono in concessione milioni di ettari di terreni agricoli. La Cina è stata tra i protagonisti più attivi di questa strategia, affiancata da altri paesi e grandi fondi internazionali.
Garantirsi la sicurezza alimentare del futuro significa infatti controllare non soltanto miniere e porti, ma anche la produzione agricola.
Anche il livello medio di istruzione, pur tra enormi differenze da paese a paese, sta crescendo con rapidità. Aumentano le università, si diffondono le nuove tecnologie digitali, nascono imprese innovative e si consolida una classe media urbana che guarda al futuro con ambizioni molto diverse rispetto alle generazioni precedenti.
Lo sviluppo economico, spesso ignorato dall’informazione occidentale, è ormai una realtà in numerosi stati africani. Nuove infrastrutture, reti di telecomunicazione, sistemi di pagamento digitale e una crescente imprenditorialità stanno cambiando il volto di molte città.
Certo, persistono profonde disuguaglianze, divisioni etniche, governi fragili e aree segnate da conflitti, ma ridurre l’intero continente a questi aspetti significa non vedere il cambiamento in atto.
In questo scenario emerge con forza un protagonista spesso sottovalutato: la Cina.
Mentre l’Europa discuteva e gli Stati Uniti concentravano altrove le proprie priorità strategiche, Pechino ha seguito una politica silenziosa ma estremamente efficace. Ha finanziato e costruito porti, aeroporti, ferrovie, autostrade, dighe, centrali elettriche e reti di telecomunicazione.
Ha concesso prestiti, favorito accordi commerciali e consolidato rapporti politici destinati a durare nel tempo. Negli ultimi vent’anni gli investimenti e i prestiti cinesi in Africa hanno raggiunto centinaia di miliardi di dollari, trasformando la Cina nel principale partner commerciale del continente.
Non si è trattato di iniziative episodiche, ma di una strategia di lungo periodo.
In cambio degli investimenti, la Cina ha ottenuto un accesso privilegiato alle risorse naturali, ai terreni agricoli e ai mercati africani, conquistando un’influenza politica che continua a crescere.
L’Europa, invece, continua troppo spesso a guardare all’Africa quasi esclusivamente come alla fonte dei flussi migratori. È una visione miope, che affronta gli effetti invece delle cause.
Da anni i governi europei spendono decine di miliardi di euro per contenere l’immigrazione irregolare, rafforzare le frontiere e gestire le emergenze.
Una parte di queste risorse, se destinata con lungimiranza allo sviluppo economico africano, alla formazione professionale, alle infrastrutture, all’agricoltura moderna e alla creazione di occupazione, potrebbe contribuire a ridurre le ragioni che spingono milioni di persone ad abbandonare il proprio paese.
Non sarebbe un gesto di solidarietà, ma un investimento strategico nel comune interesse di Europa e Africa.
Eppure l’Unione europea, anche per le pressioni esercitate dai propri produttori agricoli, continua a mantenere dazi e limitazioni sulle importazioni di olio d’oliva e di prodotti ortofrutticoli provenienti dai paesi del Maghreb.
È difficile immaginare una politica più miope: invece di favorire lo sviluppo economico della sponda sud del Mediterraneo, si ostacolano proprio quelle produzioni che potrebbero creare occupazione, ricchezza e contribuire a ridurre la pressione migratoria.
Esiste poi una ricchezza ancora largamente inutilizzata: il sole.
Le immense distese desertiche africane ricevono una quantità di energia solare tra le più elevate del pianeta, con valori di irraggiamento che in molte aree del Sahara superano i 2.000-2.500 kWh per metro quadrato all’anno.
Le moderne tecnologie rendono oggi possibile sfruttare queste aree anche in condizioni ambientali estreme. Israele, ad esempio, ha sviluppato nel deserto del Negev impianti fotovoltaici dotati di sistemi automatici capaci di rimuovere periodicamente polvere e sabbia, mantenendo elevata l’efficienza dei pannelli.
La tecnologia esiste già. Manca soprattutto la volontà politica e finanziaria di applicarla su larga scala.
Esperienze come questa dimostrano che il deserto non è più un ostacolo, ma può diventare una straordinaria fonte di energia pulita.
Con adeguati investimenti e moderne reti di distribuzione, l’Africa potrebbe trasformarsi in uno dei maggiori produttori mondiali di energia rinnovabile, contribuendo anche al fabbisogno energetico europeo.
Anche il caso di Ceuta rappresenta un simbolo delle contraddizioni che ancora pesano sui rapporti tra Europa e Africa. L’enclave spagnola sulla costa africana è una delle ultime eredità del colonialismo europeo.
Le periodiche crisi migratorie che la coinvolgono non sono soltanto episodi di cronaca: sono il segnale di questioni storiche mai realmente affrontate e risolte.
Per troppo tempo il rapporto tra Europa e Africa è stato costruito più sullo sfruttamento delle risorse che sulla cooperazione, più sulla gestione delle emergenze che su una visione condivisa di sviluppo.
Oggi il tempo delle illusioni è finito. L’Africa non è più il continente marginale che molti immaginano. È diventata uno dei principali teatri della competizione economica e geopolitica mondiale.
Le grandi potenze lo hanno già compreso. L’Europa, invece, sembra spesso accorgersene soltanto quando una crisi umanitaria o un’ondata migratoria arriva alle sue frontiere.
L’errore più grave sarebbe continuare a considerare l’Africa come un problema da contenere. È, al contrario, una straordinaria opportunità da costruire insieme.
La differenza tra queste due visioni determinerà non soltanto il futuro del continente africano, ma anche quello dell’Europa.
Il Mediterraneo non separa due mondi: li unisce. Pensare che bastino muri, filo spinato e pattugliamenti navali per fermare una trasformazione di questa portata significa non aver compreso la direzione della storia.
L’Africa sarà una delle grandi protagoniste del XXI secolo. La domanda non è se lo diventerà, ma in quale modo.
Se la crescita demografica sarà accompagnata da sviluppo, istruzione, investimenti e istituzioni solide, il continente potrà trasformarsi in uno dei motori dell’economia mondiale.
Se invece prevarranno instabilità, sfruttamento delle risorse e assenza di prospettive per milioni di giovani, le conseguenze si rifletteranno ben oltre i suoi confini.
Chi continuerà a guardare l’Africa con gli occhi del passato rischia di essere travolto dal futuro.
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A metà anni ’80 in Somalia vedevamo le strade costruite dagli italiani che dopo un paio d’anni cominciavano a venire smangiate ai bordi dalla sabbia, e vedevano quelle fatte dai cinesi, spettacolari, perfettamente diritte e intatte dopo parecchi anni. Addirittura un mio collega che viveva in un quartiere di Mogadiscio servito da un acquedotto costruito dai cinesi si fidava di bere l’acqua del rubinetto senza bollirla, e farla bere a moglie e figli, e a nessuno di loro, in tutto il semestre è mai accaduto niente. E dicevamo: stanno mettendo le basi, costa meno che a invadere con gli eserciti e rende di più.
Estoy de acuerdo con todo el planteamiento general de su artículo.
Solo tres precisiones sobre Marruecos:
-Marruecos ya es un socio preferente de España y Europa con sus productos agrícolas. La queja de los agricultores en España es que los productos marroquíes no cumplen la normativa sanitaria europea y sus precios demasiado bajos.
-El crecimiento económico de Marruecos es de un 4,5% anual. Su Producto Interior Bruto no cesa de crecer ¿se traduce en mejoras sociales? …solamente en España viven ±1.000.000 de marroquíes.
-Geopolíticamente Marruecos es un socio necesario para Europa. España y Marruecos colaboran en materia de inteligencia antiyihadista. El Sahel tiene desorden y guerras con Al Quaeda y el Estado Islámico. Esto no puede obviarse. No es opcional.
-Ceuta y Melilla: la ONU no los incluye en la lista de territorios a descolonizar.
Son parte de España desde los siglos XV y XVI: Marruecos no existía. Tampoco los conceptos de colonialismo o estado nacional. En 1860 los lideres tribales acordaron aceptar las fronteras actuales.
Ningún partido político de Ceuta y Melilla propugna la adhesión a Marruecos. Se estima que quieren separarse de España menos del 1% de los ciudadanos, incluidos los marroquíes nacionalizados españoles y que viven en Ceuta y Melilla.
Considerarlos colonias por situarse geográficamente en África, es como decir que Sicilia es territorio de Túnez por no situarse en la península itálica. Por poner un ejemplo.
Gracias por su artículo.
Saludos.
Bisogna dire però che la Cina non ha gli stessi problemi e vincoli da rispettare principalmente di carattere giuridico e umanitario dei Paesi europei.
Il governo cinese non teme di cadere o perdere le elezioni per via di uno o più partiti di opposizione contrari a certe politiche e quindi può prendere decisioni più a lungo termine senza avere ripensamenti a breve termine.
Il welfare state è minimo in Cina e impatta molto meno sul bilancio fiscale di quello dei maggiori Paesi europei che faticano a contenere.
La Cina è una dittatura, non si preoccupa troppo dei diritti civili degli africani e di quelli giuridici delle istituzioni e delle imprese africane, quindi facendo magari investimenti e finanziamenti che non vanno a buon fine può sempre far valere la propria forza e leva per minacciare ed espropriare certe opere costruite e infrastrutture varie (cosa che è già accaduta con l’iniziativa della nuova via della seta).
Inoltre non deve avere a che fare con manifestanti che protestano, parti sociali in contrasto o anche un sistema giudiziario autonomo e via dicendo in patria, perché non si fanno molti problemi a reprimere manifestazioni e far sparire soggetti troppo attivi e ritenuti pericolosi senza che nessuno possa fare nulla, comprese organizzazioni internazionali ed istituzioni di stampo occidentale.
Quello che potrebbero fare però i Paesi europei delegando certe azioni alle istituzioni comunitarie (sì, servirebbe quel “coraggio” di rinunciare a certi poteri decisionali per potenziare un’istituzione comunitaria più grande dandole più peso politico ed economico), è preparare degli accordi con quei Paesi africani stabili in via di sviluppo per degli investimenti, cercando di coinvolgere imprese europee e anche i migranti alla ricerca di un futuro migliore e più o meno sicuro.
Tanto poi dipenderà nel caso anche da quei Paesi africani disposti a ricevere un flusso migratorio costante in fuga dai Paesi vicini.
Considerazioni totalmente condivisibili. Per quanto concerne la Cina ci sarebbe molto altro da dire, in particolare nel modo in cui esercita la penetrazione nel continente africano. Non è tutto oro quello che luccica, il meccanismo è infatti quello dei prestiti capestro, una modalità che ha poco – si fa per dire – col comunismo. Mi dispiace affermare che il modus operandi cinese è quelle delle locuste e mi risulta che gli Stati africani che ne hanno beneficiato se ne stanno rendendo conto, ancorché con poche chances di venirne fuori.
Non è stata fatta menzione della Russia, ma forse sarebbe il caso, emblematico è stato il furto d’oro in Sudan all’inizio della invasione dell’Ucraina.
Sulla stupida miopia europea, ma anche italiana (Corno d’Africa), non posso che tristemente convenire.
Grazie Stefano. Illuminante e profetico. Nadia Mai
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