
“La mia formazione politica nasce nel sindacato, quando Giuseppe Di Vittorio mi chiese di fare il segretario regionale della Cgil siciliana. Quella esperienza, e anche il rapporto umano che ho avuto con gli zolfatari, i metallurgici, i contadini, i braccianti, mi hanno insegnato che la questione sociale è la stessa ragion d’essere della sinistra. Guai a cancellarla dalla sua memoria. Diventerebbe inutile”. Con queste parole Emanuele Macaluso concludeva il suo ultimo comizio a Portella della Ginestra, il primo maggio 2019. Il 19 gennaio 2021, novantasettenne, si spegneva a Roma.
Nell’immediato dopoguerra la questione sociale era quella posta dalla Cgil col Piano del lavoro, gli scioperi a rovescio, le battaglie per la terra, la riconversione dell’industria bellica, l’equità salariale, l’insediamento di nuove centrali idroelettriche nel Mezzogiorno. Era la Cgil di Giuseppe Di Vittorio, che dopo il 29 marzo 1955, quando il voto alla Fiat per il rinnovo delle Commissioni interne punì severamente la Fiom, si rifiutò di trincerarsi dietro l’alibi della “corruzione, dell’intimidazione e della violenza padronale” (che pure ci furono), come recitava un editoriale sull’Unità di Luigi Longo all’indomani del responso delle urne.
Infatti, in un Comitato direttivo di metà aprile il leader pugliese pronunciò un memorabile discorso sui danni provocati dal centralismo contrattuale della confederazione: “Anche se la colpa è al 99 per cento di Vittorio Valletta, se c’è un uno per cento che ci riguarda è su questo che io voglio lavorare”. E quell’uno per cento non era piccola cosa. Si trattava di riappropriarsi dei problemi della condizione operaia anche attraverso nuove forme di democrazia e rappresentanza sindacale. Questa linea si affermò nonostante l’ostilità manifesta del gruppo dirigente del Pci, diffidente nei confronti di una svolta che sostanzialmente sconfessava la sua posizione ufficiale. Posizione che attribuiva la sconfitta alla Fiat, appunto, al “fascismo padronale”.
Roberto Gualtieri, che è anche storico di professione, in un saggio apparso su Italianieuropei nel 2008, sostiene invece che la Fiom e il Pci seppero risalire la china -cito testualmente- “solo al prezzo di una dolorosa autocritica promossa da Togliatti che, nel quadro del rilancio della ‘via italiana al socialismo’ realizzato all’VIII Congresso, portò il partito e il sindacato ad un profondo rinnovamento di analisi, di metodi e di uomini”. Una ricostruzione singolare, in cui l’innominato Di Vittorio diventa semplice spettatore di un film girato interamente a Botteghe Oscure. Eppure proprio quello spettatore nel 1956 fu protagonista di un memorabile scontro con Togliatti sulla rivolta di Budapest.
In un’intervista rilasciata a Repubblica nell’aprile del 2019, con grande onestà intellettuale Macaluso confessa il suo pentimento per essersi schierato con Togliatti contro il suo maestro sindacale. Per altro verso, in un libro dialogico con Claudio Petruccioli pubblicato alla vigilia della sua scomparsa, ribadisce che una condanna dell’intervento sovietico in Ungheria non era allora possibile, perché sarebbe costata il collasso del partito (“Comunisti a modo nostro”, Marsilio). Questa ambivalenza nel più eretico e più cigiellino dei togliattiani, se mi si passa l’espressione, allude a una tensione conflittuale nei rapporti tra la Cgil e il Pci che, in forme più o meno palesi, ha attraversato tutta la prima Repubblica.
Le ragioni di fondo di tale tensione sono riconducibili in larga misura a quell’ortodossia leninista secondo la quale il movimento operaio era un ordinamento gerarchico, con il partito che sta in alto e il sindacato che sta in basso. E’ vero che all’VIII Congresso del Pci la teoria del sindacato come “cinghia di trasmissione” del partito fu formalmente bandita. Ma certo non fu abbandonato il principio del primato del partito nei confronti di un sindacato visto -nella migliore delle ipotesi- come apprendistato della politica, quasi ontologicamente inadatto a rappresentare un interesse generale. E sto parlando di un sindacato, la Cgil, che è stato un caso unico in Europa: una confederazione di categorie e di Camere del lavoro.
Tale tensione talvolta si manifestò con attacchi, anche pesanti, alla stessa autonomia sindacale. Ad esempio, nel 1979 con la dura polemica aperta da Giorgio Amendola sulle colonne di Rinascita contro l’assemblearismo del “sindacato dei consigli”, brodo di coltura della complicità col terrorismo brigatista diffusa nelle fabbriche. Una polemica che finiva col mettere sul banco degli imputati la
stessa idea di lavoro alienante nella produzione di massa. Idea che per Amendola contribuiva a spingere i giovani verso la ricerca di un posto fisso nel pubblico impiego o a portarli a ingrossare le file degli studenti fuori corso, alimentando così il bacino dell’estremismo politico. Ciononostante, Enrico Berlinguer nell’autunno dell’anno seguente sarà lo stesso davanti ai cancelli di Mirafiori durante i 35 giorni di occupazione dello stabilimento. Sappiamo come sono andate le cose. Nonostante un accordo onorevole sotto il profilo strettamente sindacale, l’esito della vertenza fu vissuto come una disfatta, poiché aveva assunto il significato di una specie di resa dei conti del Pci con il padronato italiano nel luogo più simbolico del suo potere.
Quattro anni dopo, lo stesso Berlinguer promuove un referendum contro il decreto del governo Craxi del 14 febbraio 1984, poi convertito in legge, che tagliava tre punti di scala mobile. I socialisti e i comunisti della Cgil si dividono. La Cisl di Pierre Carniti e la Uil di Giorgio Benvenuto sono contrarie al referendum. La Federazione sindacale unitaria -nata nel 1972- si dissolve. Il 9 e 10 giugno 1985 votano 45 milioni di italiani (78 per cento degli aventi diritto). I Sì sono il 45,7 per cento. I No il 54,3 (con uno scarto di tre milioni di voti).
Che il voto sarebbe andato diversamente, a Botteghe Oscure ne erano certi. Lo ha raccontato Luciano Lama, in una celebre intervista a Giampaolo Pansa su la Repubblica. I suoi ammonimenti su un referendum che rischiava di diventare un “bagno di sangue”, e risolversi in una clamorosa sconfitta con conseguenze incalcolabili sull’unità sindacale, non furono ascoltati. Anche Macaluso, all’epoca direttore dell’Unità, non mancò di esprimere nelle stanze del Bottegone qualche perplessità per la faciloneria di certe previsioni, secondo cui la bocciatura dello “scippo”, come allora veniva chiamato, sarebbe stata una passeggiata. Più tardi è tornato in varie circostanze sulla vicenda, sottolineando come Giorgio Napolitano e Rino Formica, capigruppo alla Camera di Pci e Psi, avevano trovato una intesa per rimettere insieme i cocci della “guerra con Craxi” evitando il referendum. Ma prima Berlinguer e poi, dopo la sua morte, un pur dubbioso Alessandro Natta decisero di andare avanti, considerando la battaglia referendaria cruciale per l’egemonia a sinistra.
L’inattesa batosta fu archiviata con una frettolosa riunione della Direzione del Pci. Mentre avrebbe meritato ben altre riflessioni. Infatti, raccontava di un Sud per il quale restavano di vitale importanza, per dirla con una battuta acida di alcuni meridionalisti critici del tempo, non privarsi degli automatismi salariali di un Acquedotto pugliese che dava più da mangiare che da bere. Per altro verso, raccontava di un Nord che stava cambiando pelle: nella composizione demografica, negli assetti territoriali e produttivi, negli stili di vita e di consumo.
Narrava un paese, insomma, in cui si mescolavano modernità e arretratezze, innovazioni sociali e antiche disuguaglianze distributive. Accanto all’area di successo dei distretti manifatturieri, si allarga l’area del sommerso e del lavoro nero, una fascia di imprese minori che lucravano sull’evasione contributiva e delle imposte. I ceti impiegatizi diventano maggioritari. Si mette in moto la cosiddetta società dei servizi. È in questo contesto che comincia a profilarsi il fenomeno leghista, il quale esploderà alle amministrative del 1990. Al di là del suo carattere antimeridionalista e xenofobo, la Lega di Bossi si presenta come la punta di diamante della protesta fiscale dei ceti medi settentrionali. Un dato a cui corrisponde specularmente l’arretramento del movimento operaio sul proscenio nazionale.
“In quegli anni -afferma Macaluso sempre in “Comunisti a modo nostro”- la società subisce dei processi che la sinistra non ha colto […]. E oggi mi inquieta il fatto che ci sia un distacco dagli interessi immediati e reali del popolo, motivo per cui viene vissuta quasi come un vecchio club”. In altri termini, se l’antipolitica e la retorica sovranista avevano fatto breccia perfino nelle aree periferiche e marginali dei ceti più deboli, la sinistra e lo stesso sindacalismo confederale non potevano chiamarsi fuori. Perché si trattava di un processo che si era delineato già alla vigilia della Seconda Repubblica, colpevolmente rimosso anche per una lettura scadente e approssimativa dei cambiamenti che si stavano profilando in quello che per convenzione viene chiamato modello postfordista. Una “grande trasformazione”, per riprendere la formula di Karl Polanyi, che stava scompaginando sistemi d’impresa, di relazioni industriali, di welfare. E che riapriva domande cruciali sul destino del lavoro, sulla sua capacità di mantenere le antiche promesse di sicurezza, inclusione, universalismo. Uno scenario in cui le forze riformatrici si trovano spiazzate, e più di una volta in bilico tra le giaculatorie sul neoliberismo e sulle “terze vie” d’uscita dal recinto laburista.
In un’intervista rilasciata a Le Monde quando era ministro dell’Economia del mitterrandiano governo Mauroy, Jacques Delors a un certo punto afferma: “Da Pierre Mendès-France ho imparato una grande lezione: è meglio perdere un’elezione che perdere l’anima. Un’elezione si può rivincere dopo cinque anni, che vuole che sia? Ma se si perde l’anima, per ritrovarla ci vogliono generazioni”. Ricordo che a Macaluso questo pensiero di una delle più eminenti personalità del riformismo europeo piaceva molto. Perché era il suo pensiero. Il pensiero di un grande dirigente sindacale e politico con i piedi saldamente piantati nella storia del movimento operaio novecentesco, ma con la testa costantemente rivolta a leggere il presente e a interrogarsi sul futuro della sinistra, italiana e non solo italiana. Una sinistra, per lui, ancora in cerca di risposte nuove alle antiche domande di libertà e di eguaglianza delle classi subalterne.
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