

“Quid est veritas?” è la celebre domanda con cui Pilato ribatte alla dichiarazione di Cristo durante il suo processo: “Chiunque è per la verità ascolta la mia voce sulla verità” (Giovanni 18,38). Sulla sua interpretazione sono stati versati fiumi d’inchiostro da filosofi, scienziati, teologi.
Pochi però ricordano la risposta anagrammatica attribuita a sant’Agostino: “Quid est veritas” = “Vir qui adest” (“È l’uomo che è qui”). Significa che, se il regno dei cieli non è un luogo ma una condizione dell’anima, non una promessa futura ma una possibilità presente, il regno dei cieli è l’esserci, l’essere qui e ora. La soluzione è geniale, degna di uno dei pensatori più profondi non solo dell’epoca patristica, ma dell’ultramillenaria tradizione del cristianesimo.
E qui e ora è scesa in campo, con la velata copertura della Cei, una parte della Chiesa di Roma, che intende così confermare la lunga tradizione dell’impegno politico del suo gregge. Parlo, ovviamente, del referendum sulla riforma Nordio.
In un testo pubblicato su InOltre (“Il gioco si fa duro”, 13 gennaio 2026), ho già sottolineato la calorosa ospitalità che numerose parrocchie pugliesi hanno riservato ai convegni dell’Unione dei giuristi cattolici italiani, una specie di Politburo del No. Dove sono stati scomodati perfino Papa Francesco e Papa Giovanni XXIII per sostenere che, con la separazione delle carriere, non esisterà più il pubblico ministero indipendente, perché verrà assorbito dal potere esecutivo.
Così in Sicilia. Nella chiesa dell’Immacolata a San Gregorio di Catania si è svolto un incontro molto equilibrato (si scherza), con due relatori entrambi favorevoli al No. Il parroco ha detto al quotidiano La Sicilia che lui “è del partito di Gesù Cristo” e che “è chiamato a formare le coscienze alla sete di conoscenza”.
Impegnati nella battaglia referendaria ci sono anche i Pontifici oratori romani. Il 19 febbraio si terrà a Roma un momento di confronto “per un voto consapevole”. Confronto che prevede la presenza di un solo relatore: Gherardo Colombo. In pratica, un sit-in per il No. Però gli organizzatori assicurano che non sarà un monologo, perché “la platea potrà intervenire” (devo questi gustosi virgolettati a Matteo Matzuzzi del Foglio).
Per ragioni di spazio, ho citato solo qualche esempio dell’attivismo frenetico di parroci e prelati a sostegno del No. Un attivismo che si concluderà idealmente il 13 marzo, con l’intervento del vescovo Francesco Savino, vicepresidente della Cei, al congresso di Magistratura Democratica. Intervistato da Huffington Post (15 febbraio), ha così spiegato la sua presenza: “Partecipo al congresso perché richiama un’urgenza che sento profondamente: la giustizia dovrebbe restare un luogo di garanzia per tutti”.
Nella prolusione dell’ultimo Consiglio permanente di fine gennaio, il cardinale Matteo Zuppi ha detto: “La separazione delle carriere tra pubblici ministeri e giudici e l’assetto del Csm sono temi che, come pastori e come comunità ecclesiale, non ci devono lasciare indifferenti. […] In un clima generale di disimpegno, che affiora ogni volta che siamo convocati alle urne, sentiamo l’esigenza di ribadire l’importanza della partecipazione. Tutti noi parteciperemo, perché corresponsabili del bene comune del nostro Paese. Invitiamo quindi tutti ad andare a votare, dopo essersi informati e aver ragionato sui temi e sulla posta in gioco per il presente e per il futuro della nostra società, senza lasciarsi irretire da logiche parziali”.
Immediati i titoli: la Cei è per il No. Il giorno dopo, la Cei smentisce e chiarisce che in quel passaggio del cardinale c’era solo un invito a informarsi e a votare consapevolmente. È vero: la Cei non si schiera mai. Si limita semplicemente a suggerire le risposte, a sussurrarle all’orecchio dell’elettore.

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Non sono un giurista. Da quanto ho capito (spero di non sbagliarmi di grosso…) la questione alla base del quesito referendario non è, dal punto di vista giuridico, costituzionale, filosofico, una questione che nasce oggi. I « Padri Costituenti « ne hanno dibattuto e hanno fatto una scelta, scelta che, sempre da un punto di vista giuridico/costituzionale/filosofico non ha mai implicato che l’altra scelta fosse scellerata ed intrinsecamente sbagliata. Spero di non sbagliarmi, ma la scelta è stata fatta « anche » sulla base del momento storico (fascismo) e del contesto (nuova costituzione con la progettualità di un nuovo stato da costruire).
Quella questione è ridiventata d’attualità non per i motivi profondi sui quali discutevano i « Padri Costituenti », ma per motivi molto più tattici e contingenti: la singolarità di Berlusconi. Nel 1992 tutti si sono schierati dietro una Magistratura indipendente che ha fustigato una classe politica corrotta (un po’ come oggi tutti sono d’accordo sulle malefatte di Epstein e su come fare pulizia). Ma nel 1994 scoppia il conflitto tra Berlusconi e la Magistratura, che é continuato fino ad ora quando un forte governo di destra ha avuto i numeri (e probabilmente anche un sostegno nell’opinione pubblica) per proporre la modifica costituzionale.
Io penso che la Riforma sia la punta dell’iceberg della rivincita dell’idea « il popolo ha scelto l’esecutivo e quindi nessuno, nemmeno un potete autonomo, può mettere in discussione questa scelta).
Alla fine, anche il « linguaggio » utilizzato dalle due fazioni va ad insistere su questo punto: può la magistratura mettersi conto il potete esecutivo?
Pochi, penso, sono attrezzati per cspire fino in fondo le ragioni di una scelta o dell’altra (e le sue conseguenze profonde).
Per questo penso che sia più interessante leggere la posizione della CEI in questo documento: « Cristiani per l’Europa: La Forza della Speranza »
(https://www.chiesacattolica.it/appello-cristiani-per-leuropa-la-forza-della-speranza/)
In questo documento (pubblicato dai vescovi di Italia, Francia, Polonia e Germania… un evento importante a mio avviso, considerando la situazione politica di queste 4 nazioni) mi ha colpito, tra le altre cose, questa frase di De Gasperi: “Il nazionalismo esacerbato è una forma di idolatria: colloca la nazione al posto di Dio e contro l’umanità”
Questo invito a considerare il « nazionalismo esasperato » come un problema non può, a mio parere, non includere un monito a considerare il bene comune dell’umanità come prioritario.
La decisione sul SI o il NO deve partire da questo.