


La caduta di Starmer non racconta solo la crisi di un leader, ma quella di una politica prigioniera dei sondaggi. Il Labour sacrifica il premier che lo aveva riportato al governo, mentre Burnham eredita un potere forte nei numeri e fragile nella legittimazione.
Quando Keir Starmer ha annunciato le proprie dimissioni da leader del Partito Laburista, il 22 giugno 2026, ha indicato una ragione tanto semplice quanto sorprendente: il Labour non riteneva più opportuno affidargli la guida del partito verso le elezioni generali del 2029.
Una motivazione che racconta molto più dello stato della politica britannica di qualsiasi altra considerazione. Non si tratta infatti di un governo giunto al termine del proprio ciclo. Le elezioni sono ancora lontane tre anni e l’esecutivo non ha raggiunto nemmeno la metà del mandato. Eppure il dibattito politico si è già trasformato in una discussione esclusivamente elettorale.
Dietro la scelta di scaricare Starmer si intravede il panico di un partito che ha finito per inseguire i sondaggi invece che le politiche perseguite e i risultati finora ottenuti.
È una delle trappole della politica contemporanea: rilevazioni quotidiane, oscillazioni minime e tendenze momentanee vengono trattate come se fossero verdetti definitivi. La percezione sostituisce la realtà e i sondaggi finiscono per trasformarsi in profezie che si autoavverano.
In questo contesto, i risultati delle elezioni amministrative hanno assunto un peso sproporzionato rispetto al loro reale significato. Tradizionalmente il voto locale britannico coinvolge una parte limitata dell’elettorato, si concentra su questioni territoriali e favorisce il voto di protesta. Inoltre, a differenza delle elezioni parlamentari, tende a essere meno influenzato dal voto tattico che caratterizza le competizioni nazionali. Proprio il voto tattico, come dimostrato dalla recente elezione suppletiva di Makerfield, continua invece a rappresentare uno dei principali ostacoli alla crescita di Reform UK, favorendo la convergenza degli elettori contro il candidato percepito come più radicale.
Su Starmer hanno pesato anche divisioni interne al Labour e una lunga campagna di delegittimazione politica e mediatica. Le rivolte dell’estate del 2024, amplificate sui social network e accompagnate dagli attacchi di Elon Musk contro il governo britannico (più vote ha invocato la “rivoluzione” e la sua “deposizione”) hanno contribuito a costruire un clima di ostilità permanente nei confronti del premier. Negli ultimi due anni, la sua leadership è stata sottoposta a una pressione costante che ha spesso oscurato il giudizio sui risultati effettivamente conseguiti.
Non è un caso che persino alcuni dei suoi critici più severi abbiano successivamente rivisto le proprie valutazioni. Sempre più osservatori hanno iniziato a riconoscere l’esistenza di una dinamica simile a quella già vista durante la Brexit: una fase in cui la percezione collettiva finisce per prevalere sui dati concreti.
Al di là del giudizio politico, Starmer ha rappresentato una figura anomala nell’epoca del populismo. Dopo gli anni tumultuosi di Boris Johnson, il brevissimo esperimento di Liz Truss e il fallimento di Rishi Sunak, il leader laburista ha tentato di riportare il dibattito pubblico su toni istituzionali. Ha evitato promesse irrealistiche, ha privilegiato la prudenza e ha accettato il prezzo politico di apparire poco carismatico o poco empatico. Una scelta che ricorda, sotto diversi aspetti, la sorte toccata in passato a Gordon Brown.
Paradossalmente, molte delle politiche che oggi vengono associate ai suoi possibili successori erano già state avviate dal suo governo. La rinazionalizzazione delle ferrovie era in corso, così come gli interventi sul settore idrico. Il rilancio del nucleare e la riforma del sistema sanitario rappresentavano pilastri della strategia economica e industriale dell’esecutivo. Da questo punto di vista, il dibattito sulla successione rischia di concentrarsi più sullo stile che sulla sostanza.
Andy Burnham si presenta come il candidato della sinistra laburista e del cambiamento. Tuttavia, le differenze programmatiche appaiono meno profonde di quanto suggerisca la narrazione politica. Molte delle misure che potrebbero caratterizzare un futuro governo Burnham coincidono con quelle già perseguite da Starmer. La vera differenza sembra risiedere soprattutto nella comunicazione, nel linguaggio e nella capacità di costruire un rapporto emotivo con l’elettorato.
Ma proprio qui emerge il problema principale del sindaco di Manchester. Starmer disponeva di un mandato politico difficilmente contestabile: aveva ricostruito un partito uscito devastato dall’era Corbyn, lo aveva riportato al governo dopo quattordici anni di opposizione e aveva ottenuto una maggioranza parlamentare superiore ai quattrocento seggi. Burnham non possiede nulla di tutto questo. Non è stato scelto dagli elettori per guidare il governo e non ha mai affrontato una competizione nazionale da leader.
Questa assenza di legittimazione rischia di trasformarsi nella sua principale vulnerabilità. La luna di miele iniziale potrebbe essere breve. L’immigrazione continuerà a rappresentare il principale terreno di scontro politico. Nuovi episodi di cronaca potrebbero essere rapidamente trasformati in strumenti di mobilitazione e alimentare ulteriori tensioni sociali. In un contesto caratterizzato da campagne di influenza, polarizzazione digitale e pressione costante sui governi occidentali, il Regno Unito resta uno dei principali campi di battaglia della guerra dell’informazione.
Non sorprende che i primi attacchi contro Burnham si stiano già concentrando proprio sulla questione del mandato democratico. È una linea destinata a rafforzarsi nel tempo, soprattutto se il nuovo leader dovesse insediarsi a Downing Street senza passare attraverso elezioni generali.
Anche la narrazione di una rivolta popolare contro Starmer appare discutibile. La sua caduta è stata soprattutto il prodotto di una crisi interna ai vertici del partito. Nel gruppo parlamentare laburista il sostegno a Burnham è rimasto minoritario e una parte significativa dell’apparato costruito dall’ex premier guarda con sospetto alla nuova leadership. L’accordo tra le correnti riconducibili a Ed Miliband e Wes Streeting ha permesso di accelerare la transizione, ma le tensioni restano evidenti e non è escluso che possano emergere ulteriori candidature o nuove fratture.
Se Burnham riuscirà effettivamente a diventare primo ministro nelle prossime settimane, erediterà un governo stabile sul piano parlamentare ma fragile sul piano politico. Perché il problema che ha travolto Starmer non era soltanto la sua leadership. Era la crescente tendenza della politica britannica a confondere la popolarità con il consenso, l’immagine con i risultati e i sondaggi con il voto.
Ed è una trappola dalla quale nessun successore può considerarsi immune.
Ne ho parlato con Massimiliano Coccia
E con Roberta Jannuzzi
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Per attuare queste politiche il governo ha bisogno di trovare nuove risorse, facendo debito o aumentando le tasse o tagliando la spesa pubblica o un mix di questi.
Non dico che queste politiche non debbano essere messe in programmazione e attuate (diverse credo siano necessarie), ma come ogni cosa hanno un costo e un impatto sulla società. Anche e soprattutto verso i contribuenti e questo può avere inciso all’interno del partito e nell’elettorato.