A un mese dalle elezioni nel Regno Unito, le opinion poll assegnano 476 seggi al partito laburista contro i 66 del partito conservatore. Questi dati potrebbero essere ridimensionati alle urne, ma anche con un recupero in extremis dei Tories, nulla potrà prevenire una disfatta epocale, di quelle che richiedono generazioni (e non solo legislature) per recuperare.
I dati parlano chiaro, il 4 luglio in Gran Bretagna non vi sarà solo un cambio di governo, non si tratterà solo di un’elezione, ma dell’inizio di un’era di dominio laburista pressoché incontrastato, che forzerà tanto i Tories quanto i LibDem a ripensare il loro approccio per ricreare almeno le condizioni di un’alternanza al potere.
A dar vita a questo scenario hanno contribuito due fattori: le scelte scellerate dei conservatori nel corso dei loro 14 anni di governo; la capacità dei laburisti di far emergere un leader in grado di far cambiare rotta al partito, riportandolo al centro e fare cassa dello scontento popolare e della disillusione nei confronti dei conservatori.
In questo articolo ci concentreremo sul primo fattore, necessario per comprendere che – sebbene una vittoria di queste proporzioni (le si direbbe “bulgare”) non è una buona notizia per la democrazia – questo avviene proprio perché la solida democrazia britannica è stata messa a dura prova durante il mandato di Boris Johnson, il quale, nel corso di 3 anni, ha mostrato al paese che quella democrazia che si credeva inossidabile, si reggeva in realtà semplicemente sul filo della correttezza della classe politica, del rispetto delle istituzioni e sulla consuetudine.
In un altro paese, uno meno culturalmente democratico del Regno Unito, la rottura con la tradizione di Johnson, il suo fare piazza pulita tanto della consuetudine quanto della correttezza e del rispetto istituzionale avrebbe potuto rappresentare un giro di boa: quello che conduce ad una democrazia di facciata, dove le procedure cessano di avere valore e lo stato di diritto si fa privilegio. In Uk invece, non solo le istituzioni (anche se malamente) hanno retto, ma l’elettorato ha reagito spietatamente ad ogni elezione amministrativa dal 2022 ad oggi, e a luglio si prepara a punire il partito che ha consentito ad un suo leader di fare del proprio ego una bandiera e con esso insultare i fondamenti della democrazia britannica. Si prepara, in sostanza, a tentare di far scomparire quel partito, di annientarlo.
L’apocalisse che sta per travolgere i conservatori non dipende dalla Brexit, da sola non sarebbe bastata. Lo smascheramento della menzogna, l’isolamento, la disillusione e la crisi economica che ne sono seguite sarebbero probabilmente bastate perché i Tories subissero una sonora sconfitta ma non a smuovere un elettorato che mostra di essere sul punto di assegnare ai laburisti una maggioranza di oltre 400 seggi (in un paese dove la maggioranza di circa 80 seggi conquistata da Johnson contro Jeremy Corbyn nel 2019 era stata considerata “schiacciante”).
Né il folle e breve esperimento Liz Truss ha determinato il giudizio impietoso del pubblico verso i Tories: è stata piuttosto la goccia che ha fatto traboccare un vaso che era già pieno; né i 2 anni del mandato di Rishi Sunak hanno peggiorato tendenze già ben definite prima delle dimissioni di Johnson. Infatti, per quanto Sunak abbia provato a tentare di ricreare un’immagine di sobrietà al partito, non è riuscito ad arginare una discesa che aveva preso avvio verso la metà del 2021. L’unico suo successo è stato riguadagnare almeno un po’ di terreno dall’abisso causato dal breve e disastroso mandato di Liz Truss, momento nel quale, se si fosse andati al voto, i Tories avrebbero rischiato di prendere al massimo una decina di seggi.

Per il lettore italiano, alieno alle questioni interne britanniche, il giudizio negativo su Johnson appare spesso impietoso. In Italia si tende a far prevalere la forza delle sue posizioni in politica estera, come il suo imprescindibile sostegno all’Ucraina e la sua forza d’immagine. Una percezione che denota scarsa comprensione del fatto che la politica estera britannica nasce da una tradizione culturale che prescinde individui o partiti e che essere un ottimo istrione non fa di per sé l’uomo un buono statista. Diciamo che Bojo, in tal senso, è stato molto abile nel catturare le simpatie del pubblico internazionale utilizzando lo stesso charme verso il pubblico britannico che aveva contribuito alla vittoria al referendum sulla Brexit nel 2016 e alla sua vittoria elettorale nel 2019, uno charme che lo portava ad ergersi a paladino di quella che era in realtà una linea di politica estera britannica consolidata.
Allora, per capire perché l’imminente apocalisse Tory sia largamente imputabile al mandato di Johnson, dobbiamo tornare al 2019 e a quel biondino accattivante che in campagna elettorale buttava giù muri a bordo di una ruspa; a quel maestro di teatralità e che a suon di stunt da influencer conquistava le urne. Dobbiamo tornare ad un paese bipolarizzato, dilaniato da due populismi: quello di destra di Johnson e quello di sinistra di Jeremy Corbyn e capire che quella vittoria schiacciante fu tanto frutto di una sapiente costruzione d’immagine quanto della deriva laburista.
Solo 2 anni prima, un Corbyn ancora tenuto a freno dall’ala moderata del partito, l’aveva quasi spuntata alle urne contro Theresa May. Infatti, se il sistema fosse stato proporzionale, sarebbe salito al potere, essendosi aggiudicato la percentuale maggiore di voti. Due anni dopo però, Jeremy dominava il Labour ormai incontrastato, e il proprio potere all’interno del partito gli aveva fatto gettare tanto maschere quanto remore. In una delirante campagna a suon di nazionalizzazioni degne di Chavez riuscì, nelle 5 settimane che precedettero il voto, ad alienare anche i più fervidi e assidui sostenitori laburisti, insomma chiunque fosse anche solo appena più a destra dell’Internazionale comunista lo avrebbe ritenuto invotabile.
Contro i deliri di Corbyn, Johnson aveva gioco facile, così saliva al potere in pompa magna a bordo del suo trattore e poi, nel suo camice bianco, sorridente, sfornava manicaretti dal microonde dichiarando che Brexit era “oven ready”, pronta per essere sfornata. Uno stunt dietro l’altro, in un gioco pirotecnico d’immagine che pareva ogni giorno Carnevale.
Allora, con le opinion poll alle stelle, ed una maggioranza che per 5 anni gli avrebbe consentito il buono e cattivo tempo, il bravo Bojo, più che formare un governo, allestiva la propria corte imperiale. E neanche si premurava, in quel momento di vanagloria, di celare la natura del proprio dominio: quello di un comandante supremo di un gabinetto formato da membri di un’élite educata in scuole esclusive da decine di migliaia di sterline l’anno, imbevuta del senso del proprio privilegio, e priva di qualsiasi inibizione nello sbatterlo in faccia al paese.
Cominciava così quel triennio infausto dove tagli draconiani venivano annunciati tra una risata e l’altra, tra uno sberleffo ed uno slogan in una realtà dove, in 10 anni di austerity, era già stato tagliato tutto il tagliabile e privatizzato tutto il privatizzabile. E mentre la Brexit si rivelava per quel bluff che era stata e l’economia rallentava (per poi precipitare con l’emergenza Covid), nessuno rideva più alle smargiassate di Bojo & co. Cominciavano ad essere irritanti.
Ma la corte etoniana (Eton è la scuola più prestigiosa del paese, dove studia tradizionalmente anche la famiglia reale), era coesa, e poi il populismo di Johnson, anche senza maschera, si teneva a galla. In fondo, l’elitismo è congenito nella cultura classista britannica, e molti erano pronti a celebrare il multiculturalismo del governo. In realtà quella diversificazione era solo la bella apparenza che affermava la regola. Donne e politici provenienti dalle minoranze non erano che corollari dell’imperatore, come a giustificare un’integrazione che rispettava in realtà canoni gerarchici, ovvero un multiculturalismo come fumo negli occhi, dove le frange più radicali come Priti Patel e Suella Braverman, donne di colore, figlie d’immigrati, si ergevano a giustificazione massima per la promozione di politiche contro l’immigrazione. Loro, figlie di genitori che avevano accettato il patto sociale con il paese di accoglienza, che si opponevano pertanto ad un’immigrazione senza regole, venivano aizzate come testimonial ideali contro l’immigrazione tout court e l’affermazione di un sovranismo isolazionista.
Anche Rishi Sunak, allora cancelliere dello scacchiere, faceva bella mostra del multiculturalismo Tory, non fosse che tutti sapevano che era uno degli uomini più ricchi del paese, risultasse residente negli Stati Uniti, e che era così distaccato dalla realtà da non sapere neanche mettere benzina ad una macchina o pagare con una carta di credito: non lo aveva mai fatto; aveva sempre avuto uno chauffeur. Allora quando in conferenza stampa annunciava alla nazione la necessità di tagli di qua e tagli di là in piena emergenza Covid (quando una parte del paese non aveva più neanche uno stipendio), e richiamava la nazione alla necessità del sacrificio, faceva venire l’orticaria all’elettore medio.
Ma tra tutti era proprio Johnson che, davanti ai problemi reali (fallimento della Brexit, Covid, crisi economica) non aveva più alcun gioco pirotecnico dietro al quale nascondersi o manicaretto da sbattere in forno e servire al pubblico. Ci provava certo, ma a quel punto, non divertiva più ed il passo dall’essere idolo delle folle al diventare il ciarlatano per antonomasia fu breve. Carisma, simpatia e il modo accattivante con cui sapeva rivolgersi all’audience gli avevano garantito il successo, non lo avevano però protetto dal proprio narcisismo, dalla sicurezza e l’arroganza, né dall’incompetenza che emergeva mano a mano che doveva confrontarsi con i problemi reali. Allora prometteva benefici della Brexit che non arrivavano, liquidava il Covid con l’immunità di gregge mentre gli ospedali andavano in corto circuito e la gente moriva; prendeva una decisione al mattino per revocarla alla sera, dicendo tutto e il contrario di tutto in una sequenza inarrestabile di dietro-front che il suo ufficio stampa non sapeva più che pesci pigliare.
E non bastava. Affianco all’ostentata incapacità di gestire il paese, di prendere una sola decisione e prestarvi fede, di non mentire spudoratamente o di implementare alcunché, manteneva la postura da uomo al di sopra di tutto e di tutti. Ogni cosa gli era consentita. Lui, che da ministro degli esteri era stato immortalato ubriaco all’aeroporto di Perugia dopo una notte di festini alla villa di Evgeny Lebedev (figlio del’ex KGB Alexander Lebedev) dopo l’attacco chimico a Salisbury, aveva imparato che anche davanti all’inimmaginabile (a casa di un uomo vicino a Putin dopo un attentato russo sul suolo britannico e un meeting sensibile della Nato) nessuno avrebbe fatto nulla.
Con quell’aria da “io so io e tu non conti un cazzo”, l’intoccabile Johnson faceva tutto alla luce del sole in un’apparente normalità. Allora nominava decine di Lord restituendo favori a destra e a manca, riempiendo la camera dei Lord di amici ed amici degli amici; inseriva uomini di fiducia ai vertici della BBC (quella che per i britannici doveva essere apartitica, sacra ed inviolabile), direttori che poi proibivano anche solo l’utilizzo della parola “Brexit” causando le dimissioni di nomi storici come Andrew Marr e Emily Maitlis; sfruttava ogni fessura di quel corpus di testi e consuetudini che costituiscono la costituzione britannica, mai codificata in un unico testo.
Johnson s’insinuava tra le fessure e gli interstizi della non codificazione, faceva piazza pulita delle consuetudini, arrogandosi privilegi, diritti e poteri che nessun Primo ministro britannico aveva mai avuto prima, tanto che perfino l’ex primo ministro conservatore, a lungo braccio destro di Thatcher, John Major, finì per definirlo un “piccolo monarca”. Fu proprio lui, infatti, per primo a descrivere il suo governo come una corte.
Mi è capitato di leggere chi sostiene che Bojo sarebbe stato “incastrato” per dei banali festini a causa del suo supporto all’Ucraina. Nulla di più falso. Come abbiamo spiegato, il sostegno all’Ucraina prescindeva Johnson e la questione dei festini va contestualizzata.
Quando la storia dei party in pieno lockdown esplode, la luna di miele tra Bojo e il paese è terminata da tempo mentre il rancore verso la sfrontatezza di quel club esclusivo consolidatosi nei college più prestigiosi del paese, dominato da un senso d’impunità (mentre il Regno Unito precipita nell’isolamento e nella crisi economica) sta per erompere. A contribuire al senso di beffa c’è la scoperta che molti promotori della Brexit posseggono anche un passaporto UE, che alcuni di loro non pagano le tasse nel Regno Unito, e che molti di loro hanno apertamente violato il lockdown.
Ecco allora che i festini sono la punta dell’iceberg; la rappresentazione plastica dell’onnipotenza con cui i Tories, guidati dalla sfrontatezza di Johnson, hanno concepito il proprio mandato. I festini sono quel “io so io e tu non conti un cazzo” sbattuto in faccia ai britannici.
E forse, chissà, il Sunak “Brutus” che pugnalava alle spalle Johnson e guidava la fronda che lo costringeva a dimettersi, non lo fece solo per ambizione personale. Forse esisteva già il sentore di un elettorato che scivolava via e la sensazione di una nazione indignata da un’arroganza che aveva oltrepassato ogni limite; la cognizione della deriva di un partito che aveva perso contatto con il paese. Ma l’ex ministro del tesoro, il miliardario Sunak (che aveva inferto tagli draconiani mentre manteneva la residenza negli Stati Uniti) era la persona sbagliata, e soprattutto, era l’intero partito a non essere più in grado di sfuggire alla logica del proprio assolutismo.
Così, liquidato Johnson, invece di portare il paese alle urne (come il 70% dei britannici chiedeva), i Tories hanno rilanciato, e – con la stessa arroganza con cui nei precedenti 3 anni avevano fatto carta straccia dell’etica britannica della consuetudine – si esibivano nella parata estiva delle vanità. In fondo, tra gli interstizi della legge, nessuno impediva loro di monopolizzare canali televisivi per dibattiti tra candidati di un’elezione nella quale solo poche decine di migliaia di persone avrebbero potuto votare.
Candidi nella loro alienazione, e immersi nelle loro lotte intestine, infliggevano così un altro schiaffo in faccia ai britannici. L’intero paese era ostaggio di un partito aggrappato al potere ed era costretto ad assistere impotente allo spettacolo indecoroso del lavaggio di panni sporchi in dirette nazionali; dibattiti che non interessavano a nessuno ma che accrescevano il senso dell’insignificanza agli occhi di un partito che anteponeva le lotte intestine al benessere della nazione.
L’impero Tory finisce così nell’estate del 2022 con l’estromissione dell’imperatore Johnson e la parata delle vanità. Il primo, in un paese più corrotto e dalle istituzioni meno solide, avrebbe potuto facilmente diventare un Orban o un Erdogan; i secondi, in un paese più adepto alla TV trash come l’Italia, sarebbero passati inosservati, sarebbero stati la norma. Ma non in UK.
Finisce con la capitolazione del populismo, con festini emblematici dell’arroganza di una classe (sociale oltre che politica); finisce nel fondo del bicchiere del loro leader, ubriaco di onnipotenza, che rifiuta di dimettersi anche quando non lo vuole più nessuno, neanche il suo partito; finisce quando degenera nell’anarchia delle scazzottate ai Commons durante il mandato di Liz Truss. Il resto è solo agonia.
Finisce perché UK non è né l’Ungheria né la Turchia, e neanche l’Italia. E soprattutto finisce perché, in una democrazia (che anche se malata tenta di guarire) l’elettorato non perdona.
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Molto interessante.
Grazie, mi era sfuggito.
Del Labour tratterò in un articolo separato.
Non vedo però i pericoli che lei enumera. Corbyn non è più nel Labour: è stato espulso e corre come indipendente, i propal si sono quasi tutti dimessi e sono passati ai verdi. Di anti-Ucraina nel Labour non ce ne sono mai stati (in UK praticamente non esistono).
Cancelliere dello SCACCHIERE. 🙂
L’articolo documenta bene cosa hanno fatto i conservatori, e perché si meritino si essere travolti dallo landslide laburista.
Mi sarei aspettato un commento su quanto sarà rischioso per il Regno Unito una tale maggioranza laburista. Per quanto Corbyn non abbia più ruoli nel partito, trovare così tanti eleggibili farà raschiare il fondo della botte, e il rischio di una consistente pattuglia anti Ucraina e filoHamas nel parlamento inglese diventerà tangibile.