

Dalla Russia zarista al terrore sovietico, la burocrazia diventa molto più di un apparato: una cosmologia del potere. Da Gogol a Kafka, da Dostoevskij a Šalamov, l’uomo rischia di trasformarsi in pratica, fascicolo, anima registrata.
Vi sono civiltà che si riconoscono dalle loro cattedrali, altre dai loro eserciti, altre ancora dai loro mercati. La Russia moderna, almeno da Gogol a Stalin, sembra invece unita da una vocazione burocratica riconoscibile nelle caratteristiche dei propri uffici, nei propri corridoi carcerari, in scrivanie verdastre illuminate da fiochi lumi, in registri impolverati, timbri, pratiche, gerarchie, funzionari intermedi talora spietati e miti copisti.
Là dove l’Occidente liberale vide spesso nello Stato un arbitro, seppur spesso mal tollerato, la Russia finì per trasformarlo in una iperburocrazia sistematica, quasi fosse una sua seconda natura. E dentro questa natura artificiale, costruita dalla carta, dalla registrazione e dalla procedura, nacque lentamente quella che potremmo definire una vera e propria metafisica burocratica, che però non può essere ritenuta un’invenzione russa.
Tuttavia, sebbene una simile immaginaria metafisica trovi la migliore espressione nell’opera di Franz Kafka, in Russia se ne possono trovare generose anticipazioni, a iniziare dall’opera dello scrittore ucraino Nikolaj Gogol.
In quel racconto lungo, o romanzo breve, che è Il cappotto (o La palandrana, come sarebbe forse meglio tradurre il titolo in virtù del ruolo vagamente femminile che assume nella vicenda), Akakij Akakievic è già molto più di un modesto funzionario pietroburghese: è il primo uomo integralmente amministrativo della letteratura moderna. Egli non pare avere una vita propria fuori dalla copiatura, a parte, forse, per quell’unica eccezione in grado di risvegliare in lui l’umanità più profonda, che è la relazione con il suo cappotto, o con la sua palandrana che dir si voglia.
Sebbene Akakij Akakievic non ami, non crei, non combatta, non desideri quasi nulla, alcune lettere dell’alfabeto cirillico gli procurano una gioia particolare. Egli pregusta così il piacere di scriverle già alcune righe prima del loro arrivo, quando le intravede sopra quella che sta copiando, tanto che in quei momenti il suo volto si colora con un impercettibile sorriso.
Si tratta di un dettaglio tra i più significativi di tutta la letteratura gogoliana, perché una gratificazione sottile e avvolgente sembra scaturire quasi dal nulla, da un’esperienza di lavoro per certi versi alienante come tanti lavori novecenteschi. Ma quel dettaglio psicologico mostra il momento in cui la burocrazia, pur non cessando di essere una struttura interiore dell’anima, non è in grado di annientare l’indole dell’essere umano e, anche se questo le si subordina interamente, non riesce a privarlo di ogni gioia.
Akakij non è semplicemente oppresso dalla macchina amministrativa: egli ha imparato ad abitare spiritualmente dentro di essa. La sua tragedia è silenziosa e metafisica. Il suo io si è quasi dissolto nella funzione. E tuttavia vi è in quella scena qualcosa di ulteriore, qualcosa che segna ancora la distanza tra il mondo gogoliano e il Novecento. Il piacere che Akakij prova davanti alle sue lettere preferite rappresenta infatti ancora una forma minima di umanizzazione della macchina burocratica. Dentro il meccanismo sopravvive una minuscola esperienza estetica, una possibilità deformata ma autentica di felicità.
Quella gioia infantile e consolatoria per certe lettere dell’alfabeto significa che la procedura non ha ancora divorato completamente l’anima, e questo è forse uno dei motivi per cui la letteratura gogoliana, pur immersa in una profonda tristezza, riesce anche a conservare riflessi di pietà e tenerezza. I suoi personaggi sono ridicoli, grotteschi, spettrali; ma ancora capaci di conferire senso alla vita.
Gogol intravede qualcosa che il Novecento renderà gigantesco: la riduzione dell’essere umano a pratica, ruolo, fascicolo. Nella sua opera maggiore, Le anime morte, quest’intuizione trova la sua forma più avvolgente. L’intera vicenda nasce infatti da un’idea che, osservata attentamente, appare quasi kafkiana prima ancora di Kafka. Cicikov acquista servi della gleba morti ma ancora registrati nei censimenti imperiali come vivi. Biologicamente non esistono più; amministrativamente continuano a esistere, e possono dunque essere comprati, venduti, ipotecati, contabilizzati.
È difficile immaginare un’allegoria più perfetta della metafisica burocratica: la realtà concreta viene subordinata alla registrazione e la carta prevale sulla vita. Non importa ciò che è vivo; importa ciò che compare nei registri. L’esistenza amministrativa diventa più reale dell’esistenza stessa, perché le anime morte continuano a produrre effetti giuridici ed economici pur essendo già scomparse dal mondo dei vivi.
L’intera Russia gogoliana appare allora come un immenso regno di fantasmi amministrativi. I personaggi sembrano già anime archiviate. Figure semivive sospese tra gerarchia e registrazione, tra rango e timbro. Non è casuale che proprio dalla Russia emerga questa visione: l’impero zarista era infatti una delle più gigantesche costruzioni burocratiche della storia europea. Dopo Pietro il Grande, lo Stato russo si organizzò come una macchina amministrativa militarizzata. La celebre Tavola dei ranghi del 1722 non ordinava soltanto le carriere pubbliche: definiva l’identità sociale stessa degli individui. Il posto occupato nella gerarchia statale diventava una sorta di destino metafisico.
Se in Europa occidentale sopravvissero molteplici centri autonomi, come per esempio i comuni, le università, le professioni indipendenti e i parlamenti, in Russia invece lo Stato rimase molto più totalizzante. La società civile era fragile; l’apparato amministrativo tendeva a inglobare tutto.
Quando arrivò la rivoluzione bolscevica, sembrò, almeno inizialmente, che questo universo dovesse essere distrutto. Lenin immaginò per qualche tempo uno Stato quasi semplificato, amministrato direttamente dai soviet. Ma accadde l’opposto: la macchina burocratica non scomparve, si espanse smisuratamente, tanto che lo stesso Lenin, negli ultimi anni della sua vita, manifestò una crescente angoscia davanti alla crescita dell’apparato amministrativo sovietico. I bolscevichi avevano conquistato il potere politico, ma lo Stato continuava a funzionare secondo logiche impersonali che sembravano sopravvivere a ogni ideologia.
Con Stalin, poi, questa tendenza raggiunse una forma mostruosa. La burocrazia sovietica cessò di essere soltanto inefficiente, oppressiva o corrotta: divenne uno strumento industriale di terrore. Liste, quote di arresti, protocolli disciplinari, confessioni verbalizzate, dossier, categorie di “nemici del popolo”, registrazioni, trasferimenti: il male assunse la forma del documento e il boia lasciò progressivamente il posto al funzionario.
È in questo crocevia che Gogol incontra Kafka. Se il primo aveva intuito la trasformazione dell’uomo in funzione amministrativa, Kafka comprese che la burocrazia moderna stava diventando molto più di un apparato storico: stava diventando l’orizzonte stesso dell’essere. Ne Il processo Josef K. non combatte contro un singolo tiranno, ma contro un potere senza centro, senza volto e senza termine. Corridoi, anticamere, funzionari intermedi, uffici nascosti, norme sconosciute: il potere burocratico diventa una specie di trascendenza che si sottrae incessantemente, che scivolando nell’inconsistenza vi trascina chi la interpella. Ne Il castello la struttura amministrativa assume addirittura caratteri teologici: K. tenta invano di raggiungere il Castello come un pellegrino che cerca una divinità nascosta dietro infinite mediazioni procedurali.
La burocrazia kafkiana non governa soltanto il mondo: lo sostituisce. È la trasformazione della procedura in metafisica. Se nel Medioevo l’uomo si smarriva davanti all’incomprensibilità della volontà divina, in Kafka si smarrisce davanti all’incomprensibilità del protocollo. La carta bollata prende il posto della provvidenza, senza naturalmente a nulla provvedere.
Ed è impressionante osservare quanto il totalitarismo sovietico abbia realizzato concretamente questa intuizione letteraria. Nell’URSS staliniana gli individui non erano più soltanto sorvegliati: diventavano essi stessi elementi dell’apparato di sorveglianza. La delazione penetrò nelle famiglie, nei condomini, nei luoghi di lavoro, nelle amicizie. Ogni uomo poteva essere simultaneamente accusatore e accusato, e accusare nella remota speranza di non essere accusato.
La società intera si trasformò in un invisibile archivio vivente. Bastava comparire nel posto sbagliato, accanto alla persona sbagliata, in una frase equivocabile, perché l’intera esistenza venisse riscritta amministrativamente. La vita diventava revocabile tramite un verbale creato dal nulla sulla base di indizi inesistenti.
In questo universo paranoico il dossier contava più della memoria personale; la biografia ufficiale più della vita concreta; l’autocritica più della coscienza. La verità coincideva con ciò che il sistema verbalizzava. Ed è a questo punto che il lungo filo della burocrazia russa conduce inevitabilmente ai grandi testi che narrano vicende concentrazionarie.
Tra Memorie di una casa di morti di Dostoevskij e I racconti di Kolyma di Šalamov esistono analogie impressionanti. In entrambi troviamo il gelo, l’umiliazione, la perdita del nome, la degradazione amministrata, la riduzione dell’uomo a materiale umano. E tuttavia qualcosa cambia radicalmente. Nel mondo dostoevskiano sopravvive ancora una residua fiducia nella libertà della coscienza di ciascun individuo: i detenuti della casa di morti sono degradati, ma restano anime tragiche. Conservano passioni, orgoglio, superstizioni, slanci, violenze improvvise, nostalgie. Perfino nella degradazione permane una scintilla spirituale. La sofferenza, per Dostoevskij, può ancora avere un significato, essere fonte di redenzione spirituale.
Per Šalamov no, perché Kolyma non redime, non insegna e non purifica, ma dissolve. Nel Gulag sovietico l’uomo non viene soltanto punito, ma, come avverrà poi anche nei Lager nazisti, viene progressivamente annichilito. La fame, il freddo e il lavoro coatto producono una lenta evaporazione morale dell’individuo. I racconti di Šalamov hanno una freddezza quasi minerale, come se anche la lingua fosse stata consumata dal gelo amministrativo.
Dostoevskij osserva ancora anime imprigionate. Šalamov osserva resti antropologici. In questa differenza si può cogliere anche quella decisiva tra la Russia zarista e il totalitarismo comunista. Nel primo caso lo Stato incombe in modo spesso spietato e la burocrazia opprime gli esseri umani; nel secondo lo Stato affligge i suoi sudditi in modo molto più capillare e diffuso, mirando a demolire progressivamente la stessa idea di persona. La sofferenza cessa di essere tragica e diventa una procedura burocratica.
Alla luce di questo raffronto acquista un significato ancora più struggente il ricordo di Akakij Akakievi? che sorride davanti alle sue lettere preferite. Quel piccolo sorriso calligrafico rappresenta infatti qualcosa che a Kolyma o alle Solovki diventa quasi introvabile: la sopravvivenza di un minimo spazio interiore gratuito.
Neppure la presenza di persone di grande mitezza e intelligenza come Pavel Florenskij riesce a umanizzare l’universo concentrazionario sovietico. Fisico, teologo, mistico, storico dell’arte e studioso della proprietà delle alghe, insieme a tutte queste cose Florenskij fu però anche una persona di rara spiritualità, tanto da apparire nella Russia sovietica quasi come un superstite della sua tradizione culturale ottocentesca.
Per questo è altamente simbolico che anche lui finisca alle isole Solovki: queste isole sperse nel mar Bianco rappresentano infatti una delle più impressionanti metamorfosi simboliche del Novecento. Da avamposto contro le invasioni svedesi, quando venne costruito nel XVI secolo, era poi stato trasformato prima in un monastero ortodosso e poi, dal 1927, cioè circa tre anni dopo la morte di Lenin, in un laboratorio concentrazionario del potere sovietico, ovvero nel primo di una lunga serie di Gulag. Dove prima vi erano icone, silenzio liturgico e contemplazione, ora vi si potevano trovare quote di lavoro, registrazioni, turni di sorveglianza, esecuzioni capitali con metodi spesso particolarmente crudeli.
La trascendenza religiosa venne sostituita dalla trascendenza amministrativa e il sistema non riuscì più a lasciare emergere quei minuscoli interstizi di felicità quasi infantile che Gogol sapeva ancora intravedere nel suo copista pietroburghese. Nel mondo di Gogol e ancora in Dostoevskij sopravvivono fenditure interiori attraverso cui filtra, a seconda dei casi, una qualche forma di ironia, di pietà o di bellezza. Nell’Arcipelago Gulag queste fenditure tendono progressivamente a richiudersi. Non perché l’anima umana sparisca del tutto, ma perché il sistema è costruito precisamente per impedirle di manifestarsi. Akakij può ancora sorridere davanti a una lettera dell’alfabeto, mentre a Kolyma spesso il detenuto non possiede più nemmeno l’energia biologica necessaria per sorridere.
Ecco allora che il passaggio dall’oppressiva burocrazia impiegatizia ottocentesca a quella nichilistica del Novecento diventa riconoscibile. Nel mondo gogoliano la macchina amministrativa deforma ancora uomini vivi, mentre nel mondo concentrazionario sovietico rischia invece di produrre uomini interiormente svuotati prima ancora della morte fisica. Per questo la minuscola gioia calligrafica di Akakij assume retrospettivamente un valore commovente e premonitore: appare come uno degli ultimi segni di una possibilità umana che il Novecento totalitario tenterà sistematicamente di cancellare.
La grande letteratura russa moderna è testimone che la burocrazia può smettere di essere un semplice strumento dello Stato e trasformarsi lentamente in una cosmologia di archivi, registri e procedure nella quale gli uomini vengono schedati prima di essere governati, in cui vengono ridefiniti prima di aver lasciato la loro traccia in un destino comune. La lunga vicenda della metafisica burocratica russa può essere quindi letta anche come la storia di una sorprendente continuità, perché la Tavola dei ranghi di Pietro il Grande, in fondo, non è mai veramente scomparsa.
Mutano le ideologie, i simboli, le uniformi, i linguaggi ufficiali; ma permane la tendenza a concepire la società come una piramide verticale di dipendenze, autorizzazioni, fedeltà e protezioni amministrative. Nello zarismo questa struttura assumeva la forma di una nobiltà di servizio subordinata al sovrano. Nel sistema sovietico si trasformò nella nomenklatura del partito, nelle gerarchie amministrative, nei privilegi distribuiti dall’apparato. E persino nella Russia contemporanea sembrano sopravvivere elementi di quella stessa struttura profonda, benché oggi essa appaia nuovamente più simile a un sistema feudale e, per altri versi, mafioso fatto di rapporti personali di fedeltà e strategia del terrore.
Già Hannah Arendt aveva intuito che una stessa forma di organizzazione verticale del potere poteva attraversare sistemi ideologicamente opposti senza dissolversi mai completamente. La rivoluzione bolscevica distrusse classi sociali, simboli religiosi, aristocrazie, proprietà private: essa non eliminò davvero il principio della verticalità amministrativa, ma lo radicalizzò. L’individuo continuò a essere definito soprattutto dalla sua posizione nell’apparato.
Proprio per questo anche la Russia di Putin appare talvolta come una singolare fusione di elementi apparentemente incompatibili: una burocrazia verticale ispirata alla tradizione zarista e sovietica si è saldata con un capitalismo oligarchico di stampo mafioso, riproducendo rapporti di potere quasi feudali di dipendenza personale. Un sistema, quindi, a un tempo tragicamente moderno e arcaico, in cui i boiardi di una selezionata nomenklatura attendono con condotte esemplari il momento della caduta del loro signore e padrone per dividersene le spoglie e le scorie.
La Russia non è mai passata linearmente da una società feudale a una moderna società amministrativa occidentale, ma ha piuttosto sovrapposto strati storici differenti senza mai eliminarli del tutto. La burocrazia russa, infatti, non è mai stata pienamente impersonale nel senso occidentale descritto da Max Weber. Anche nei suoi momenti di massimo centralismo sopravvivono reti di fedeltà personali, patronati, protezioni, rapporti di dipendenza signorile.
Ed è forse proprio questa fusione tra apparato amministrativo e relazione personale di fedeltà che rende così peculiare la storia russa moderna. Il funzionario non è mai soltanto funzione astratta: è anche un’umanità inserita in una catena verticale di protezioni e timori. Per questo Gogol – che era personalmente anche assai intimorito dall’apparato di controllo statale – conserva ancora oggi una forza quasi profetica.
Nelle sue anticamere ministeriali, nei suoi registri polverosi, nei suoi funzionari grotteschi e umiliati, egli aveva già intravisto qualcosa che sarebbe sopravvissuto allo zarismo. In questo senso, se Kafka ha colto l’essenza concettuale di quella che potremmo chiamare la metafisica burocratica, se Dostoevskij ne ha mostrati gli aspetti più tragici e Šalamov quelli più nichilistici, tutti, in fondo, sembrano descrivere la stessa lenta metamorfosi: il momento in cui l’uomo rischia di non essere più definito da ciò che è, ma dalla posizione che occupa dentro la macchina del potere.
La metafisica burocratica infatti non consiste soltanto nel dominio degli archivi o delle procedure: essa consiste nel fatto che, lentamente, gli uomini finiscono per guardare sé stessi attraverso gli occhi dell’apparato, incominciano cioè a concepire sé stessi come anime registrate e pratiche viventi, come fascicoli che respirano ancora per qualche tempo prima di essere definitivamente archiviati.
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Sì, è vero, anche Musil ne L’uomo senza qualita’ dedica delle belle pagine alla burocrazia asburgjca, anche se li si trattava di una burocrazia più nel senso weberiano, meno assolutista e meno autoreferenziale. Grazie comunque perché nel caso di un spprofondimento del tema Musil dovrà essere trattato.
Un caro saluto e alla prossima
Gustavo
Sì, nella Russia zarista e nell’Unione Sovietica la burocrazia è indubbiamente stata uno strumento di potere, però anche Musil ha dedicato, se ricordo bene (l’ho letto più di mezzo secolo fa) pagine notevoli a quella asburgica (una strepitosa definizione che ricordo era “l’eccezionalità routinizzata”). E, nel suo piccolo, anche la nostra non è che scherzi.