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di Claudio Pavoni
La notizia è stata trattata come una non notizia: a Parma sono riuniti i rappresentanti delle imprese italiane che hanno ottenuto i risultati migliori negli ultimi sei anni, ma sul 24Ore non compare nemmeno una riga. Silenzio anche sulle pagine economiche di Repubblica. Solo il Corriere della Sera gli dedica due colonne nell’ultima di Economia, ma c’è una ragione: il quotidiano milanese è l’organizzatore (insiene a Italy Post) del Forum che vede nel proscenio anche le prime cento aziende con un fatturato che va da 500 milioni a 10 miliardi,
Questa afonia generale nei confronti di un appuntamento tra le 300 imprese leader nel nostro Paese è l’ennesima riprova di come il grande pubblico venga quotidianamente informato nei minimi dettagli sul chiacchiericcio politico, ma poco o niente su temi che incidono davvero sul nostro vivere quotidiano.
In questo caso il silenzio è caduto sulla sonora bocciatura che, al Forum di Parma, l’impresa italiana leader mondiale degli impianti frenanti, ha assestato al progetto del Ministro per il Made in Italy, Adolfo Urso, di aprire le porte alle fabbriche di auto cinesi.
“Fare gli assemblatori non ci interessa. Piuttosto lavoriamo per riportare qui ricerca, design, centri stile. Questi i campi su cui possiamo essere competitivi”, ha mandato a dire seccamente al ministro, Matteo Tiraboschi, presidente esecutivo della Brembo,
Eppure la Brembo potrebbe essere fra le aziende che maggiormente potrebbero beneficiare degli incentivi (750 milioni di euro per il 2025 e un miliardo di euro all’anno dal 2026 al 2030) che il ministro ha annunciato a sostegno della componentistica italiana messa in difficoltà sia da Stellantis che dalla crisi dell’auto tedesca. Il piano di Urso prevede infatti che i sussidi riservati all’ acquisto di auto a bassa emissione (il settore in cui operano i cinesi) siano concessi solo a patto che almeno il 40 per cento dei componenti di ogni modello sia di origine europea.
Nel presentare il suo piano per il settore automobilistico italiano, il ministro Urso, a fine estate, aveva anche anticipato di avere avviato trattative con tre fabbricanti cinesi. Aveva inoltre lasciato intendere che gli accordi erano già a buon punto con il colosso Dongfeng, e che erano sulla strada buona anche con “BYD” e con “AIWAYS.
Come si possano conciliare queste braccia spalancate nei confronti delle auto cinesi con i dazi imposti dall’Europa alle auto elettriche di Pechino, Adolfo Urso se lo sta ancora chiedendo.
Resta il fatto che l’altolà alla soluzione del ministro è arrivata proprio dalla Brembo, regina dei freni non solo in Italia, ma nel mondo.
“No alla produzione di auto cinesi in Italia. Riportiamo invece le produzioni ad alto valore aggiunto”, ha detto chiaro e forte al Forum di Parma l’amministratore delegato della Brembo.
La presa di posizione di Matteo Tiraboschi ha trovato una eco di grande autorevolezza anche nelle parole del Presidente della Repubblica. Mattarella ha infatti espresso grande preoccupazione per la condizione in Italia dei salari e per i dati dell’Istat che evidenziano una crescita dal 14 al 16 per cento delle famiglie di operai in povertà .
Avere un lavoro continuativo ed essere contemporaneamente in stato di povertà non è infatti la conseguenza della persistenza , o addirittura dell’aumento, nel nostro sistema produttivo di attività con scarso valore aggiunto?
Tornare ad essere assemblatori di tecnologie e produzioni nate e sviluppate dai nuovi signori dell’industria, come propone Adolfo Urso, purtroppo ci riporta indietro nel tempo: agli anni in cui il basso costo della manodopera costituiva quel valore aggiunto italiano che poteva contare unicamente sulle braccia dei lavoratori. Ed è significativo che a ricordarlo al ministro sia la Brembo, una delle imprese più importanti e innovative del sistema industriale italiano.
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Credo che la concorrenza cinese possa essere sconfitta solo con un progetto europeo, coerentemente attuato da tutti i paesi membri. Oggi produrre in Cina ha troppi vantaggi: dai costi decisamente ridotti di energia e mano d’opera all’assenza di reali diritti sindacali.