

Il programma nucleare iraniano non passa soltanto dall’uranio arricchito. Nelle piscine di Bushehr sarebbero accumulate circa 210 tonnellate di combustibile esaurito contenente plutonio, una riserva potenzialmente utilizzabile per una filiera militare. La sorveglianza insufficiente e i rischi catastrofici di un attacco impongono di riportare il reattore al centro dei negoziati.
Oltre alla ben nota filiera dell’uranio ad alto arricchimento, un’altra silenziosa minaccia nucleare si profila all’orizzonte, pronta a essere percorsa dall’Iran o forse già pienamente sfruttata in totale segretezza.
Questa prospettiva assume i contorni di una necessità stringente per gli ayatollah a causa della morsa soffocante dello stretto di Hormuz, il cui blocco operativo sta strangolando l’economia iraniana e spingendo il regime verso una traiettoria di estrema vulnerabilità.
Di fronte al rischio concreto di un collasso economico alimentato dall’interruzione delle vendite di petrolio, oltre alla minaccia di un disastro politico interno, Teheran potrebbe essere indotta a compiere mosse disperate per ribaltare i rapporti di forza regionali.
La storia del programma nucleare iraniano, che abbiamo già ampiamente scandagliato qui nei suoi passaggi originari legati all’era dello scià e ai progetti di cooperazione occidentale degli anni Settanta, trova il suo snodo cruciale e definitivo nella vicenda del reattore di Bushehr, sulle rive del Golfo.
Affidato dapprima ai tedeschi della Kraftwerk Union e poi congelato dalla rivoluzione khomeinista e dalle distruzioni della guerra con l’Iraq, l’impianto viene completato solo sul finire degli anni Novanta grazie al fondamentale supporto tecnologico e finanziario della Federazione Russa.
Connessa alla rete elettrica nel 2011, la centrale costiera smette di essere un semplice simbolo di progresso civile per trasformarsi nel fulcro di un’ambizione strategica ben più oscura e incontrollabile.
Per decenni, tuttavia, la diplomazia internazionale e i servizi d’intelligence occidentali concentrano ogni risorsa e preoccupazione quasi esclusivamente sul ciclo dell’uranio, ignorando colpevolmente che la tecnologia scelta per Bushehr introduce una variabile fisica e militare completamente diversa e potenzialmente devastante.
La genesi oscura del plutonio: dalla fissione al combustibile irraggiato
Per comprendere la portata del rischio nascosto a Bushehr occorre analizzare brevemente la fisica fondamentale dei reattori nucleari civili.
La centrale iraniana utilizza un reattore russo ad acqua pressurizzata (PWR), modello VVER-1000, un tipo di impianto progettato per produrre energia elettrica sfruttando la fissione dell’uranio-235.
Ricordiamo che l’uranio naturale ha una concentrazione in uranio-235 di circa lo 0,72% e che – con lunghi e costosi processi di separazione fisica basati su ultracentrifughe – deve essere portato a una concentrazione pari al 3,2-3,6% in uranio-235 per poter essere utilizzato nei reattori civili PWR.
Poi, per trasformare questo uranio in una bomba atomica, occorre portare la concentrazione di uranio-235 almeno fino al 90%, ma questa è un’altra storia che abbiamo già raccontato proprio qui.
Torniamo ai reattori PWR: oltre a un 3,2-3,6% di uranio-235, il resto della miscela di isotopi di uranio immessa nel reattore sotto forma di barre di combustibile è costituito da uranio-238, che non partecipa alla reazione energetica.
All’interno del nocciolo, mentre gli isotopi leggeri di uranio si scindono generando calore, una quota significativa dell’uranio-238 non fissionabile assorbe i neutroni liberi sprigionati dalla reazione a catena.
Attraverso questo assorbimento e una successiva serie di decadimenti radioattivi, i nuclei di uranio-238 si trasformano progressivamente in plutonio-239, un elemento pesante transuranico che non esiste in natura, ma che possiede straordinarie proprietà fissili, ideali sia per la produzione energetica avanzata sia per scopi… militari.
Mentre il reattore è in funzione, produce elettricità per usi civili e sembra che tutte le operazioni siano innocue. Ma le barre di combustibile inserite nel nocciolo si esauriscono e accumulano sottoprodotti altamente radioattivi, tra cui appunto il plutonio-239.
Periodicamente, queste barre – ad alta temperatura e protette da robuste guaine in leghe di zirconio – vengono rimosse dalla centrale e sostituite, un processo noto come estrazione del combustibile irraggiato.
Negli accordi originari sottoscritti con Mosca era previsto che la Russia riprendesse integralmente questo combustibile esausto per trattarlo in sicurezza sul proprio territorio. Tuttavia, a causa delle tensioni geopolitiche e del progressivo allontanamento dei tecnici stranieri, il trasferimento si è interrotto, costringendo l’Iran a stoccare il materiale all’interno del perimetro della centrale.
Le stime tecniche più aggiornate indicano che nelle piscine di raffreddamento ad acqua adiacenti ai reattori di Bushehr riposano oggi circa 210 tonnellate di combustibile esaurito.
Sebbene il plutonio così generato sia di qualità “reattore” – contenendo isotopi indesiderati come il plutonio-240, che rendono l’ordigno teoricamente più difficile da gestire rispetto al plutonio-239 di grado militare -, gli esperti di fisica nucleare e i laboratori d’arma di tutto il mondo hanno dimostrato che nazioni dotate di capacità tecniche di base possono assemblare ordigni nucleari efficienti anche con questo materiale.
Per farlo, il combustibile deve essere estratto dalle vasche, le guaine protettive devono essere sezionate meccanicamente e il plutonio separato chimicamente dalle scorie attraverso il processo PUREX (Plutonium Uranium Reduction Extraction), un metodo chimico basato sull’estrazione con solventi liquidi in mezzo acido – solitamente acido nitrico – che sfrutta la diversa solubilità di uranio e plutonio per isolare i due elementi dai prodotti di fissione altamente radioattivi.
Da una tonnellata di barre di combustibile irraggiato si possono così estrarre circa 10 kg di plutonio. Di quest’ultimo, circa il 50-55% è costituito da plutonio-239, mentre l’altra metà è costituita da altri isotopi di plutonio (240, 241 e 242).
Da una tonnellata di barre esaurite, quindi, si possono ricavare 5-5,5 kg di plutonio-239, ma ne bastano circa 4-8 chilogrammi per realizzare una singola testata nucleare, capace di innescare una detonazione implosiva con potenze distruttive pari o superiori a quelle delle tradizionali bombe all’uranio arricchito.
Il deficit di sorveglianza e la miopia delle diplomazie
Il vero pericolo di questa filiera risiede nel totale scollamento tra l’attenzione internazionale e la realtà sul campo.
Mentre i siti di arricchimento dell’uranio a Natanz e Fordow sono stati per anni al centro di complessi regimi di ispezione, sabotaggi cibernetici e monitoraggi digitali in tempo reale, con telecamere e sensori collegati direttamente alle centrali dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica, per non parlare dei bombardamenti, le piscine di Bushehr sono state quasi dimenticate e sono rimaste ai margini della sorveglianza intensiva.
Nei circa 15 anni di operatività si stima che si siano accumulate complessivamente centinaia di barre, per un peso complessivo di circa 210 tonnellate, in grado virtualmente di produrre 1.050-1.150 kg di plutonio-239, in teoria sufficienti per fabbricare 180-220 testate nucleari.
Molte di più delle circa 11 che potrebbero essere ottenute proseguendo il processo di arricchimento dei 420 kg di uranio-235 arricchito al 60%, sepolto chissà dove e a cui tutti stanno dando la caccia.
Anche applicando i parametri più restrittivi sulla qualità del plutonio da reattore – il cosiddetto reactor-grade, che richiede accorgimenti ingegneristici più complessi per gestire il calore e la predetonazione causata dagli isotopi superiori come il plutonio-240 -, il potenziale distruttivo racchiuso in quel combustibile irraggiato rimane su ordini di grandezza colossali, sufficienti a ridefinire radicalmente gli equilibri strategici dell’intero scacchiere mediorientale.
Il governo iraniano ha sistematicamente respinto l’installazione di sistemi di controllo continuo e in tempo reale sulle vasche di stoccaggio del combustibile esausto, riducendo le verifiche a visite ispettive periodiche e ampiamente preannunciate.
Questa lacuna nei protocolli di sicurezza offre a Teheran un’opportunità strategica formale: sottrarre anche solo frazioni di quel combustibile irraggiato significherebbe accumulare quantità di plutonio sufficienti senza che gli osservatori internazionali riescano a intercettare la manovra in tempo utile.
La convinzione che la complessità chimica del ritrattamento costituisca un ostacolo insormontabile si è rivelata una pericolosa illusione, alimentata dalla riluttanza delle potenze occidentali a dialogare con Mosca sulla gestione definitiva delle scorie.
Scenari futuri e i rischi di una catastrofe irreversibile
L’evoluzione della crisi attorno al polo di Bushehr apre prospettive allarmanti per la stabilità del Medio Oriente, delineando tre scenari principali individuati dagli analisti strategici.
Il primo scenario prevede il consolidamento dello status quo, con l’Iran che mantiene il controllo assoluto sulle 210 tonnellate di combustibile esausto e l’AIEA impossibilitata a imporre una sorveglianza continua.
In questo contesto, Teheran conserva un’opzione nucleare basata sul plutonio del tutto indipendente dai progressi o dai blocchi subiti dai centri di arricchimento dell’uranio, vanificando la strategia di contenimento occidentale.
La seconda prospettiva contempla il rischio di un’escalation militare aperta e di attacchi preventivi contro le infrastrutture energetiche costiere della Repubblica islamica.
Tuttavia, colpire militarmente i depositi e le piscine di raffreddamento di Bushehr scatenerebbe una catastrofe ecologica e umanitaria senza precedenti storici. La dispersione nell’atmosfera e nelle acque del Golfo Persico di enormi quantità di materiale radioattivo investirebbe direttamente le popolazioni locali, trasformando un conflitto geopolitico in un disastro ambientale globale.
La terza via d’uscita – semmai sarà possibile riprendere serie trattative con l’Iran – risiede in un accordo diplomatico coercitivo e di ampio respiro, in cui la comunità internazionale imponga come condizione non negoziabile il trasferimento immediato – accuratamente contabilizzato e definitivo – del combustibile esausto fuori dai confini iraniani, chiudendo una volta per tutte la falla più pericolosa e colpevolmente ignorata dell’architettura della non proliferazione nucleare.
Inserisci la tua mail per non perdere nessuno dei contenuti di InOltre. Ogni volta che pubblicheremo qualcosa sarete i primi a saperlo. Grazie!
*Iscrivendoti alla nostra newsletter accetti la nostra privacy policy

Il Club InOltre nasce per creare una community tra chi InOltre lo scrive, chi lo legge e chi lo sostiene. È il desiderio di creare punti di incontro digitali e, quando possibile, anche fisici – dove scambiarsi idee, discutere, conoscersi da vicino.
Un Club che unisce tutti quelli che contribuiscono alla buona riuscita d’InOltre e al suo successo.
InOltre è completamente gratuito ed è il frutto della competenza e della passione di molte persone che lavorano senza fini di lucro. Se desideri contribuire con un piccolo supporto, puoi farlo effettuando un bonifico come di seguito specificato oppure cliccando sui pulsanti che vedi, scegliendo l’opzione che più preferisci. Le donazioni verranno utilizzate per i costi di mantenimento del sito e per altre attività editoriali.
Grazie per il vostro supporto!
Bonifico bancario intestato a Inoltre Ente del Terzo Settore con Causale: donazione/erogazione liberale a favore di Inoltre ETS.
Codice Iban: IT55A0306909606100000404908



Scopri di più da InOltre
Abbonati per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail.
