
Due secoli dopo, le ombre sono ancora le stesse. Teheran si ritrova di nuovo stretta tra vecchie potenze imperiali.
Nel dibattito politico iraniano risuonano echi della dinastia Qajara: a nord tornano le pressioni di Mosca, a ovest l’ambiguità britannica. La storia si ripete, ma con nuovi strumenti: non più cannoni e fucili, ma media, contratti energetici e dossier riservati.
Oggi come allora, l’Iran è schiacciato tra due poli di potere: la Russia di Putin e l’Occidente guidato da Londra e Washington. Entrambi muovono le loro pedine con freddezza e metodo.
Anche dentro il regime la linea di faglia è chiara: da una parte l’asse riformista di Hassan Rouhani e Mohammad Javad Zarif, vicino ai circuiti diplomatici occidentali; dall’altra l’establishment conservatore, con Ali Khamenei e i Pasdaran saldamente allineati a Mosca.
Le rivelazioni di Zarif e Lavrov: la guerra delle narrazioni
Lo scontro tra Mohammad Javad Zarif e Sergej Lavrov ha riportato alla luce le pressioni straniere sulla politica iraniana. In un’intervista senza precedenti, l’ex ministro degli Esteri iraniano ha accusato apertamente la Russia di aver sabotato i negoziati sul nucleare fin dall’inizio, nel 2015. Secondo Zarif, Mosca avrebbe ostacolato ogni apertura dell’Iran verso l’Occidente per preservare la propria influenza su Teheran. «La Russia ha due linee rosse: l’Iran non deve mai avere relazioni normali con il mondo, e non deve entrare in conflitto diretto con il mondo», ha dichiarato. E ha aggiunto: «Ci dissero chiaramente che se avessimo prodotto in autonomia il combustibile per la centrale di Bushehr, loro non ne avrebbero più garantito la sicurezza».
Queste parole, riprese da “The Guardian e Reuters”, hanno svelato chiaramente le tracce dell’influenza di Mosca sulla politica di Teheran.
La risposta di Lavrov non si è fatta attendere: «La Russia non si è mai allontanata dall’accordo nucleare, e le decisioni finali sono sempre state prese tra Teheran e Washington». Ha poi definito la reintroduzione delle sanzioni ONU contro l’Iran come una “mossa illegale” e “un gioco pericoloso dell’Occidente”.
Questo duello verbale non è soltanto un conflitto tra due ministri: è una guerra di narrazioni tra due imperi che cercano di mantenere l’Iran nella propria orbita ,uno verso est, l’altro verso ovest.
Teheran oggi, come la Persia dei Qajar
Oggi Teheran assomiglia più che mai alla capitale dei tempi Qajari: gli stessi cortigiani prudenti, le stesse ambasciate che decidono nell’ombra, lo stesso popolo stanco di essere spettatore di giochi di potere.
Nel XIX secolo, la Persia fu spartita nelle sfere d’influenza dell’Impero Russo e della Gran Bretagna. Oggi gli stessi attori sono tornati in scena, solo che gli strumenti sono cambiati: ai cannoni e ai fucili si sono sostituiti la diplomazia, i contratti energetici e la guerra dell’informazione.
Perché se è vero che Washington ha la forza militare, in Iran è la diplomazia britannica a farla da padrone. Da secoli, Londra mantiene canali stabili e profondi con l’élite iraniana. Non è un mistero che molti leader politici siano storicamente vicini agli interessi britannici. L’ex presidente Hassan Rouhani, ad esempio, viene spesso indicato come figura di orientamento filo-inglese, mentre Mohammad Javad Zarif è più direttamente legato all’area democratica statunitense.
Ma è il peso della tradizione a fare la differenza: in Iran, la presenza politica britannica ha radici antiche, consolidate nel tempo. Famiglie influenti come i Larijani ne sono un esempio lampante. Da oltre 40 anni gravitano attorno ai vertici del potere, senza mai nascondere la loro vicinanza agli ambienti inglesi.
Gli iraniani, logorati da decenni di fazionalismi, osservano ormai con diffidenza.
Un vecchio proverbio sembra tornato d’attualità: «Da qualunque parte cada il morto, sarà sempre a beneficio dell’Islam!»
Dietro questa amarezza, però, si cela una rabbia silenziosa: quella di una generazione stanca dei giochi delle potenze e dell’immobilismo dei “riformisti”.
L’Occidente, Trump e il nuovo gioco di Londra
Dall’altro lato, l’Occidente muove le sue pedine con cautela. Donald Trump da una parte minaccia l’Iran, dall’altra parla di “dialogo condizionato”.
Il 14 ottobre, Reuters ha riportato che Teheran ha definito “contraddittoria” la proposta di negoziato, poiché nello stesso momento Washington imponeva nuove sanzioni alle banche iraniane.
A Londra, think tank e ambienti della diplomazia britannica ritengono che il modo migliore per contenere l’Iran non sia la guerra, ma l’uso di “volti accettabili all’interno del regime”.
Così, i riformisti tornano a essere visti come strumenti per riequilibrare il potere.
Dopo la guerra dei 12 giorni, l’Occidente sa bene che un crollo totale del sistema potrebbe incendiare l’intera regione. Meglio quindi puntare su un “cambiamento morbido” a Teheran. Come ha dichiarato un analista britannico: «Se non si può conquistare l’Iran, lo si può riformare con il linguaggio della diplomazia».
Ma la verità è che questa “riforma dall’interno” non è altro che un modo per prolungare la vita di una struttura ormai marcia, una struttura da cui sia la Russia che l’Occidente, ciascuno a modo suo, hanno tratto profitto per quarantasei anni.
L’ombra della morte, la rabbia silenziosa e la tempesta imminente
A Teheran, la morte è ormai parte integrante del linguaggio politico. Politici che annegano in piscina, generali che muoiono nel sonno, funzionari che “scompaiono” improvvisamente.
I riformisti sanno che il cerchio si stringe: nei circoli vicini ai Pasdaran si parla già di possibili processi contro Rouhani e Zarif per “alto tradimento”.
“Zarif ricorda bene il destino di Sadegh Ghotbzadeh ex ministro degli esteri durante la rivoluzione. Per il Cremlino, opporsi alle sue strategie è un peccato imperdonabile”.
Dall’altra parte, i simpatizzanti dei riformisti, ex funzionari, intellettuali urbani, tecnocrati, vivono un silenzio carico di tensione. Molti temono che l’eliminazione completa di questa fazione possa condurre il Paese sull’orlo di una rivolta sociale.
L’opposizione in esilio, invece, spera che il regime si mostri finalmente per ciò che è: un potere monolitico e screditato. Se questo avverrà, l’Iran tornerà a essere il crocevia della storia: da un lato un popolo affamato e furente, dall’altro un potere esausto e spaccato, e sopra di essi, le ombre delle potenze straniere che tirano i fili.
Un popolo che non resterà spettatore
La storia dell’Iran insegna che il popolo, per quanto tardi, alla fine si solleva. E quando lo fa, la terra trema sotto i piedi dei potenti.
La guerra tra Russia e Regno Unito, tra riformisti e conservatori, tra Oriente e Occidente, non è soltanto una disputa diplomatica: è la battaglia per il destino dell’Iran stesso.
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