

L’Iran brucia da due settimane. Oltre 180 città in tutte le 31 province sono in rivolta. Il bilancio ufficiale si ferma a “decine” di morti. Ma le fonti indipendenti e i report medici clandestini – filtrati attraverso canali come Hengaw o Iran Human Rights – raccontano un’altra storia: le vittime sono numerose centinaia.
Eppure, mentre i ragazzi iraniani affrontano i proiettili, sembra che una parte dell’opinione pubblica occidentale abbia attivato un riflesso condizionato ormai riconoscibile. Non solidarietà immediata, ma cautela. Non empatia, ma sospetto. L’ossessione è per il “chi c’è dietro”. Di fronte alla propaganda del regime, che bolla ogni dissenso come “guerra ibrida” orchestrata da CIA e Mossad, una minoranza rumorosa in Occidente finisce, più o meno consapevolmente, per fare da cassa di risonanza a quella narrazione.
Chiariamo subito il perimetro: la maggioranza della sinistra occidentale sta dalla parte giusta, come ha dimostrato supportando il movimento Donna, Vita, Libertà. Ma il problema non è solo la minoranza rumorosa che tifa attivamente contro. C’è un’area grigia più vasta, un “non detto” diffuso. Persone che non sostengono il regime, certo, ma che di fronte a un popolo che si solleva contro un nemico dell’America non riescono a provare entusiasmo. La loro non è ostilità, è una paralisi emotiva. È l’incapacità di connettersi con una sofferenza reale perché non si incastra perfettamente nella loro teoria geopolitica.
C’è un precedente storico rimosso, una “scena primaria” che spiega il blocco attuale: l’Iran del 1979. Quando la rivoluzione rovesciò lo Scià nel febbraio 1979, la sinistra marxista non era marginale, era l’ossatura della rivolta. I guerriglieri Fedayn avevano il controllo delle strade, contavano uffici in tutto il Paese e godevano di un prestigio immenso; il Tudeh (il partito comunista filo-sovietico) controllava i settori chiave dell’industria petrolifera. Avevano pagato decenni di lotta contro lo Scià con il carcere e il sangue.
Eppure, quando Khomeini prese il potere, la parte maggioritaria di quella sinistra compì un suicidio politico consapevole. La scelta fu quella di sostenere il clero. La logica, dettata dai vertici del Tudeh, identificava Khomeini come un reazionario religioso, sì, ma anche come colui che mobilitava le masse contro il “Grande Satana” americano. Dunque fu percepito comunque come un alleato anti-imperialista. La priorità era blindare la rivoluzione contro gli USA; la lotta di classe e i diritti civili potevano aspettare.
Il risultato fu grottesco. Il Tudeh sposò ufficialmente la cosiddetta “Linea dell’Imam”. Votò SÌ al referendum del marzo 1979 che istituiva la “Repubblica Islamica” (consegnando giuridicamente il Paese ai mullah). Denunciò Amnesty International come “strumento dell’imperialismo” quando l’ONG iniziò a documentare le prime esecuzioni sommarie. Tradì persino i lavoratori: il partito sabotò gli shoras, i consigli operai spontanei nati nelle fabbriche, perché Khomeini li vedeva come una minaccia al potere centrale. Il Tudeh, fedele alla linea di Mosca che preferiva un Iran islamista anti-USA a un’incognita socialista, aiutò il regime a disarmare la sua stessa base sociale.
L’Occidente non fu immune a questa cecità. Mentre intellettuali come Michel Foucault celebravano la “spiritualità politica” della rivolta, gran parte della sinistra europea sospese il giudizio. Anche quando le donne furono costrette al velo, anche quando iniziarono le fucilazioni dei curdi, criticare sembrava “fare il gioco della CIA”. Quel riflesso condizionato – tollerare la macelleria interna pur di non indebolire un nemico dell’America – non nasce oggi. È nato lì, tra le macerie di Teheran.
E la storia ha presentato il conto: nel 1983 il regime, ormai consolidato anche grazie a quel silenzio, si sbarazzò degli utili idioti. Il Tudeh fu messo fuorilegge, i suoi leader costretti a confessare in TV di essere spie, e migliaia di militanti di sinistra finirono nelle fosse comuni del 1988.
Il secondo elemento che spiega la paralisi attuale non è ideologico, è traumatico. L’invasione dell’Iraq fu una catastrofe fondata su prove fabbricate (le inesistenti armi di distruzione di massa), combattuta con brutalità e culminata nella disintegrazione di uno Stato. Poi venne la Libia nel 2011. L’intervento NATO, venduto come “Responsabilità di Proteggere” i civili a Bengasi, si trasformò rapidamente in regime change e si concluse con il collasso totale della società libica: milizie fuori controllo, mercati di schiavi a cielo aperto, instabilità endemica nel Mediterraneo. Nessuno deve piangere un Saddam o un Gheddafi, ma la sensazione che il malcontento popolare fosse utilizzato come vettore per interessi strategici americani rimane difficile da negare.
Questi eventi hanno generato una sovracorrezione paranoica. Nella mente di una parte della sinistra occidentale si è installato un algoritmo difettoso: se un regime è nemico dell’Occidente e affronta una crisi interna, quella crisi deve essere etero-diretta. Di fronte a una piazza che si riempie, la prima domanda ha smesso di essere politica (“Cosa chiedono le persone?”) ed è diventata poliziesca (“Chi li finanzia?”). È una reazione comprensibile, figlia di scottature precedenti, ma produce un esito perverso perché si finisce per applicare agli attivisti disarmati uno standard di prova impossibile, mentre si concede al regime il beneficio del dubbio. Si accetta la narrazione del dittatore (“sono agenti stranieri”, “guerra ibrida”) perché conferma il nostro bias per il quale l’America è sempre il burattinaio.
Masih Alinejad, giornalista e attivista iraniana in esilio, ha descritto più volte questa ferita denunciando una “doppia solitudine”. Per lei, il dolore più grande non è stato scoprire la brutalità del regime – quella era messa in conto – ma vedere parte della sinistra occidentale trattare i dissidenti come sospetti. È come se protestare contro un regime teocratico fosse automaticamente, agli occhi di alcuni, “fare il gioco degli Stati Uniti”. Il risultato è che i manifestanti si sono sentiti traditi proprio da chi doveva essere loro alleato.
Il risultato di questo riflesso è che ogni richiesta di libertà, se avviene nel “campo avverso”, viene degradata a potenziale cavallo di Troia dell’imperialismo.
La Palestina è il terzo elemento che blinda il disagio odierno. L’Iran arma e finanzia Hamas e Hezbollah ed è il perno dell’autodefinitosi “Asse della Resistenza”. Per gran parte della sinistra, quindi, criticare l’Iran rappresenta un tabù tattico. Il calcolo è brutale: se Teheran è l’unico Stato che aiuta militarmente Gaza, attaccarlo significa fare un favore a Israele.
Il costo di questo calcolo è la cancellazione dei manifestanti iraniani. Le donne che bruciano il velo diventano “inopportune”. Gli studenti torturati diventano danni collaterali. Si crea una gerarchia delle vittime dove l’antiamericanismo vale più dei diritti umani. Il tradimento peggiore è quello femminista. Le donne iraniane si sono trovate sole di fronte a un “Patriarcato con il turbante” che però, essendo nemico degli USA, gode di un’inspiegabile immunità nella sinistra che più dovrebbe essere loro vicina.
Golrokh Ebrahimi Iraee, dal carcere di Evin, ha sfidato l’ipocrisia occidentale con un ragionamento che non ammette repliche. Nelle sue lettere clandestine ha chiesto cosa sia cambiato rispetto agli anni ’70: quando si manifestava contro lo Scià, la sinistra mondiale chiamava i dissidenti “compagni”; oggi che si manifesta contro la Repubblica Islamica, li chiama “ingenui”. La sua conclusione è amara: è cambiato solo l’aguzzino. Ora che l’oppressore è nemico dell’America, per alcuni questo basta a renderlo meno oppressore.
Il problema di fondo è strutturale: per un pezzo di sinistra, l’anti-imperialismo è diventato un’identità, non un metodo di analisi. Si è smesso di guardare i rapporti di forza reali, le classi sociali, l’economia. Al loro posto, un algoritmo binario rudimentale. Il nemico è l’America e tutto ciò che si oppone agli USA merita il beneficio del dubbio. Di conseguenza, tutto ciò che piace all’Occidente è, per definizione, sospetto.
Questa postura tribale divide il mondo in due campi (Occidente vs anti-Occidente) e impone di sceglierne uno. Non è un vizio ideologico, è un vizio tribale. La destra lo pratica allo stesso modo, difendendo qualunque cosa facciano i propri alleati, ignorando i crimini se commessi da “amici”. Ma quando questo meccanismo colpisce la sinistra – che storicamente si definisce internazionalista e dalla parte degli oppressi – produce un cortocircuito particolarmente stridente: persone che parlano di liberazione finiscono per giustificare tiranni.
Questa bussola è apparentemente comoda perché risparmia la fatica dell’analisi caso per caso e permette di prosperare all’interno del proprio gruppetto. Ma il prezzo è altissimo: impoverisce l’analisi, scioglie la coerenza morale e cancella i popoli.
Questo è l’anti-imperialismo senza popoli. Un anti-imperialismo che ha dimenticato che i regimi possono essere brutali a prescindere dalla loro posizione geopolitica, e che le donne iraniane che protestano non sono meno legittime delle donne cilene che protestavano contro Pinochet – anche se il nemico questa volta non è filo-americano ma anti-americano.

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