

Il gruppo francese registra una crescita comparabile dell’1%, mentre i ricavi contabilizzati diminuiscono del 3% e Gucci resta in contrazione. La riduzione dei costi, la maggiore liquidità e il forte calo del debito netto descrivono una stabilizzazione finanziaria reale. Il prossimo passaggio sarà trasformarla in una ripresa delle vendite.
I numeri non parlano da soli, eppure, quando un grande gruppo pubblica i propri risultati, cerchiamo una percentuale abbastanza semplice da diventare quasi un verdetto: vendite in crescita, utili in calo, ritorno alla redditività. Per onestà intellettuale va detto che un bilancio raramente può offrire risposte così nette, perché ogni indicatore descrive una parte diversa dell’impresa e, di conseguenza, assume significato soltanto in relazione al criterio con cui è stato costruito. Nel caso di Kering, il titolo del comunicato ufficiale lo dimostra chiaramente: “Back to growth”, ritorno alla crescita.
Il gruppo, infatti, registra un aumento dell’1% su base comparabile, che raggiunge il 2% nel secondo trimestre. Nei prospetti contabili, però, i ricavi si fermano a 7,220 miliardi di euro, il 3% in meno rispetto all’anno precedente. Kering può quindi dichiarare di essere tornata a crescere mentre contabilizza vendite inferiori. Non è una contraddizione, perché i due valori misurano – semplicemente – fenomeni differenti.
Quello che viene genericamente chiamato bilancio altro non è che un insieme di documenti. Il conto economico ricostruisce ricavi, costi e risultato del periodo; lo stato patrimoniale mostra ciò che l’azienda possiede e gli impegni che deve sostenere; il rendiconto finanziario segue il movimento del denaro. Le note spiegano, infine, quali attività siano comprese nel confronto, quali escluse e quali criteri siano cambiati rispetto all’anno precedente.
La relazione semestrale segue questi precisi principi contabili ed è stata sottoposta a revisione limitata. I revisori verificano che non siano emersi elementi tali da far ritenere i conti non conformi ai principi applicabili. Non esprimono, invece, un giudizio sulla strategia o sulle prospettive dell’impresa. La revisione, dunque, fornisce una garanzia limitata sulla correttezza della rappresentazione contabile e non sulla riuscita della trasformazione aziendale.
La domanda da porre ai risultati di Kering non riguarda quindi la loro veridicità, ma la natura del miglioramento che descrivono. Il gruppo è già tornato a crescere oppure ha innanzitutto reso più sostenibile una contrazione ancora in corso?
Anatomia di un +1%
Il primo termine da chiarire è “comparable”. Kering lo utilizza per indicare l’andamento delle vendite a parità di tassi di cambio e di perimetro societario. Il dato reported registra invece i ricavi dopo che le vendite realizzate nel mondo sono state convertite in euro e dopo aver considerato i cambiamenti intervenuti nella composizione del gruppo.
La distinzione è rilevante perché Kering realizza il 76% del proprio fatturato fuori dall’area euro. Se una boutique statunitense vende per due anni consecutivi la stessa quantità di prodotti, ma nel frattempo il dollaro perde valore rispetto all’euro, l’attività commerciale rimane stabile mentre il fatturato convertito nella moneta europea diminuisce. Il dato comparable neutralizza proprio questo effetto, mentre quello reported lo conserva.
Nel primo semestre del 2026 l’andamento delle valute ha sottratto circa 280 milioni di euro ai ricavi, incidendo negativamente per quattro punti percentuali. A questo si aggiunge un effetto di perimetro limitato. È soprattutto il cambio a spiegare il passaggio dal +1% comparabile al -3% contabilizzato: il primo valore isola l’andamento delle attività, il secondo mostra quanto è entrato effettivamente nei conti espressi in euro.
Anche il confronto con il 2025 è stato rideterminato. Dopo la cessione di Kering Beauté a L’Oréal, completata il 31 marzo 2026, la divisione è stata classificata come attività cessata. I ricavi del primo semestre 2025 sono stati quindi ricalcolati da 7,587 a 7,439 miliardi per confrontare nei due periodi le stesse attività.
Una volta chiariti cambi e perimetro, resta da capire da dove provenga il +1%. La risposta si trova nella diversa velocità dei comparti. Fashion & Leather Goods genera circa l’80% dei ricavi del gruppo e chiude il semestre con 5,8 miliardi, in diminuzione dell’1% su base comparabile. La gioielleria cresce invece del 20% e raggiunge 521 milioni, mentre l’occhialeria avanza dell’8% fino a 965 milioni.
Il ritorno alla crescita nasce quindi dalla media tra un segmento molto grande ancora leggermente negativo e due attività più piccole in forte espansione. Anche i canali commerciali, poi, restituiscono una situazione intermedia: le vendite dei negozi direttamente gestiti e dell’e-commerce rimangono stabili, mentre il wholesale e le altre fonti di ricavo aumentano del 5%.
Al centro del gruppo resta Gucci. Nel semestre la Maison genera 2,757 miliardi di ricavi, 270 milioni in meno rispetto all’anno precedente: -9% reported e -5% comparable. Il dato contiene però un miglioramento progressivo. Nel primo trimestre il calo comparabile era dell’8%; nel secondo si è ridotto al 2%. Un anno prima, nel primo semestre del 2025, Gucci perdeva il 25%.
La contrazione, quindi, non è terminata, ma è rallentata sensibilmente. Secondo il gruppo, in termini concreti, entrano meno persone, ma una quota maggiore di quelle che entrano conclude l’acquisto e spende di più. Sempre secondo Kering, anche la pelletteria torna a crescere nel secondo trimestre, mentre il Nord America registra già un andamento positivo.
Il costo della stabilizzazione
La stessa distinzione emerge osservando i profitti. Il risultato operativo ricorrente raggiunge 921 milioni di euro, praticamente lo stesso livello dei 920 milioni registrati nel primo semestre del 2025. Poiché i ricavi sono diminuiti, il margine sale dal 12,4% al 12,8%.
Questa stabilità non deriva però da un aumento dei guadagni prodotti dalle vendite. Il margine lordo – ciò che rimane dopo aver sottratto dai ricavi il costo dei prodotti venduti – diminuisce di 239 milioni. Nello stesso periodo, i costi del personale e le altre spese operative ricorrenti scendono complessivamente di 240 milioni. La riduzione delle spese compensa quindi quasi esattamente la minore redditività generata nella prima fase dell’attività commerciale.
Nella vita dell’impresa significa che Kering sta adattando le proprie dimensioni a un volume d’affari inferiore. Nei primi sei mesi dell’anno il gruppo ha chiuso circa 84 negozi. Nel comparto Fashion & Leather Goods il numero medio dei dipendenti equivalenti a tempo pieno è diminuito del 10%, nella sola Gucci del 13%. Sono state inoltre contenute le spese discrezionali – costi non essenziali legati a desideri, comfort o scelte soggettive -, riviste le condizioni di acquisto e semplificata l’organizzazione.
Kering riesce dunque a conservare il risultato operativo ordinario perché è la struttura a costare meno. È una misura tipica delle fasi di ristrutturazione, perché impedisce che la contrazione dei ricavi produca una riduzione altrettanto forte dei profitti. Tuttavia, deve essere considerato che, per il momento, la redditività viene sostenuta più dall’efficienza interna che dall’espansione della domanda.
Una volta incluse queste componenti, il risultato operativo complessivo scende a 698 milioni, il 27% in meno rispetto all’anno precedente. Dopo oneri finanziari, imposte e partecipazioni, l’utile netto complessivo attribuibile al gruppo si ferma a 189 milioni, contro i 474 milioni del 2025. Le attività ordinarie sono state stabilizzate, mentre il risultato finale riflette anche il costo necessario per riorganizzarle.
Il secondo cambiamento riguarda la cassa. Il free cash flow operativo – liquidità generata dalla gestione tipica di un’azienda che rimane disponibile dopo aver pagato le spese di gestione e gli investimenti in beni materiali e immateriali – raggiunge 2,613 miliardi, il 10% in più rispetto all’anno precedente. All’interno del dato sono però compresi 497 milioni provenienti da operazioni immobiliari e 300 milioni legati all’accordo Gucci Beauty. Escludendo queste componenti, il flusso scende a 1,816 miliardi.
Il valore depurato rimane comunque nettamente superiore agli 1,083 miliardi comparabili del 2025. La maggiore liquidità non deriva quindi soltanto dalle operazioni straordinarie: un contributo importante arriva dalla gestione del capitale circolante, che libera 602 milioni dopo averne assorbiti 261 un anno prima.
In concreto, una parte del denaro che prima rimaneva immobilizzata nei prodotti, nei crediti e nel funzionamento quotidiano dell’impresa è tornata utilizzabile, segnando un miglioramento dell’efficienza finanziaria. In questo modo, Kering dispone di maggiori risorse senza dover attendere una piena ripresa delle vendite.
Il risultato più evidente è la riduzione del debito netto, passato da 8,039 a 3,324 miliardi in sei mesi. Il dato non significa che Kering abbia rimborsato 4,7 miliardi di finanziamenti. I debiti finanziari lordi sono diminuiti di 548 milioni, mentre la liquidità è aumentata di 4,167 miliardi. Una differenza che proviene soprattutto dalla cessione di Kering Beauté a L’Oréal, che secondo il gruppo ha generato circa 4 miliardi di cassa.
Kering ha quindi trasformato una divisione operativa in denaro disponibile. Possiede un’attività in meno, certo, ma molte più risorse con cui affrontare i propri impegni. La posizione finanziaria è quindi realmente più sicura. Con 8,480 miliardi di liquidità e 3,8 miliardi di linee di credito non utilizzate, il gruppo dispone di maggiore libertà per sostenere la ristrutturazione e attendere che il rilancio dei marchi produca risultati.
La riduzione del debito netto non dimostra ancora un’accelerazione commerciale, ma riduce la pressione finanziaria sotto la quale quella ripresa deve essere costruita.
La prova del mercato
Il semestre sposta dunque la questione. Kering ha creato le condizioni finanziarie necessarie per tentare la ripresa. Da questo momento, però, la sola stabilizzazione non sarà più sufficiente. I prossimi risultati dovranno mostrare un cambiamento nella natura del miglioramento, nello specifico: una crescita estesa ai marchi principali, profitti alimentati dai ricavi e liquidità prodotta con continuità dall’attività ordinaria.
Nel lusso, inoltre, il ritorno della domanda non coincide soltanto con una percentuale positiva. Si manifesta quando le nuove collezioni riportano il pubblico nei negozi e trasformano l’attenzione in vendite durature. Il calo dell’affluenza, a oggi, non consente ancora di formulare una diagnosi sulla desiderabilità di Gucci, ma può indicare il punto sul quale il rilancio dovrà misurarsi.
Il report mostra quindi che Kering, per il momento, può permettersi di aspettare: ha comprato tempo, ma saranno le vendite a dire se quel tempo avrà prodotto un nuovo desiderio.
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