

Keith Haring trasformò il corpo, la malattia e la paura della morte in un linguaggio universale: arte popolare, politica e vitale. Dall’AIDS alla danza dei suoi segni, la sua opera non consola né santifica: ricorda che vivere significa restare in movimento, anche davanti alla fine.
C’è un modo di fare arte come se il tempo stesse per finire. Non per rassegnazione — per urgenza. Per quella chiarezza brutale che arriva solo quando si sa, con una precisione che nessun medico osa davvero enunciare, che i giorni hanno una forma e quella forma è riconoscibile. Keith Haring dipingeva così già prima di sapere di essere malato, come molti altri artisti. Dopo la diagnosi, nel 1988, continua a farlo con la stessa intensità — ma quella che era una scelta estetica diventa una necessità esistenziale, e le due cose, sovrapponendosi, producono qualcosa di raro: un’arte che non si vergogna della propria urgenza.
Le persone si ammalano, soffrono, muoiono, ma una sorta di magia riveste la quotidiana cronaca del declino e della morte nascondendola alla nostra percezione: non stupiamoci se particolarmente in quest’epoca viviamo di conseguenza un rapporto irrisolto con la nostra fine. La magia si dissolve quando in prima persona o a due passi dal nostro respirare la malattia si manifesta e irrompe senza chiedere permesso. L’arte, forse la forma più sofisticata di esorcismo di cui l’homo sapiens sia capace cosa racconta in proposito?

Non ci resta che esplorare un esempio tra i tanti. Keith Haring arriva a New York nel 1978, ventenne, con la fame di chi ha trovato il proprio linguaggio prima ancora di padroneggiarlo. I fumetti e la pop art sono la bussola con cui crea un segno distintivo e non a caso sarà proprio Andy Warhol a notarlo e a presentarlo ai primi importanti galleristi della “big apple”. La città lo riceve come riceveva tutti in quegli anni: con la sua bellezza spaccata, i muri scrostati della metropolitana, la carne viva di un’umanità che si inventava ogni notte una ragione per continuare. È lì, nelle stazioni della subway, sviluppa il suo alfabeto, un mondo ispirato appunto ai fumetti che legge fin da quando era bambino. I suoi piccoli uomini iniziano a popolare la metro e arrivano anche i primi arresti per vandalismo.

Keith Haring design per Swatch, 1986
Le figure di Haring sono immediatamente riconoscibili: corpi senza fisionomia, senza età, senza razza. Corpi in moto, in estasi, in lotta, danzanti, abbracciati. Cuccioli che raggianti emanano linee di energia. Bambini che ballano. Mostri che divorano. La semplicità del segno — che richiamava la grafica dei fumetti, la segnaletica stradale, i geroglifici egizi — è al tempo stesso una scelta formale e una dichiarazione politica: quest’arte appartiene a tutti. Non solo alle gallerie e ai collezionisti, ma ai muri, alle strade e ai corpi che li abitano.
Quando nel 1986 apre il Pop Shop a Manhattan — un negozio dove chiunque poteva acquistare manifesti, magliette, spillette con le sue immagini — molti critici storcono il naso. Haring non si preoccupa. Vuole che la sua arte circoli, contagi, viva al di fuori delle case blindate, del mercato dell’arte e delle gallerie. L’arte può essere ovunque dai muri con la street art al design degli oggetti, sulle magliette e i cappellini. Arte e vita ovvero quello che ogni corpo sano desidera: contatto, trasmissione, condivisione. A New York in quegli anni e in quel mondo tutto questo significava anche sesso, molto sesso.

Keith Haring, Best Buddies, serigrafia su carta, 1990.
Per capire Haring bisogna calarsi nel contesto di allora. La New York dei tardi anni Settanta era una città animata da una creatività feroce, una libertà estrema. Downtown Manhattan era il laboratorio più straordinario della cultura occidentale di fine secolo: la musica no-wave, il punk, la disco nera di Paradise Garage, il cinema underground, la danza post-moderna, la performance art. Tutto ribolliva in una promiscuità di idee e relazioni.

Da sinistra: Keith Haring, Andy Warhol, Jean Michel Basquiat
In quel caleidoscopio, Haring trova i suoi pari. Jean-Michel Basquiat, che trasforma le parole in ferite e le ferite in dipinti che sorgono in giro per NY ovunque ci fosse una superficie per accoglierli e Andy Warhol, il grande sacerdote del simulacro. Warhol sarà il primo a capire che l’immagine è la nuova carne della modernità e replicarla all’infinito non la esaurisce, ma ne moltiplica la forza, come accade con un virus. Forse nell’epoca di instagram ne sappiamo qualcosa? Altra figura di rilievo è Robert Mapplethorpe, amico fraterno di Patty Smith, fotografo capace di una perfezione formale e un’attentissima costruzione estetica, che è anche una dichiarazione esistenziale: siamo qui, siamo belli, non ci nascondiamo.

Robert Mapplethorpe, Self Portrait, 1975
Quello che accomuna questi artisti non è uno stile ma un’attitudine: il rifiuto della separazione tra arte e vita, tra corpo e opera, tra esperienza personale e messaggio pubblico. Gli eccessi di quegli anni — le notti che non finivano, i corpi mescolati, le droghe — non sono semplice edonismo. Sono il tentativo, a volte disperato, di raggiungere un’esperienza umana che sia davvero totale e autentica. Un’esperienza che non lasci nulla fuori, che non separi il piacere dal dolore, l’erotico dal politico, il gesto estetico e creativo dalla necessità biologica.
È in questo, una tradizione antica quanto l’arte stessa. I romantici la chiamavano Sehnsucht — quel desiderio di totalità che si sa irraggiungibile ma che non si smette di inseguire. Haring e i suoi contemporanei la praticano senza darle un nome, come si pratica una religione di cui si conosce il rito ma non la teologia.

Keith Haring, Ignorance = Fear/Silence = Death, 1989
Nel 1981 i Centers for Disease Control americani pubblicano il primo rapporto su una misteriosa immunodeficienza che colpisce uomini omosessuali. Nel 1982 viene coniato l’acronimo AIDS. In pochi anni, quella che sembrava una curiosità medica diventa un’epidemia — e un’epidemia che l’America reaganiana preferisce non vedere, non nominare, trattare come punizione divina o, peggio, come problema di altri, la moltiplicazione delle immagini e delle esperienze diventa tragicamente la moltiplicazione di un virus terribile.
In questa storia Haring è un protagonista. Gay, giovane, parte di quella comunità che l’AIDS stava decimando con una velocità e una ferocia che non aveva precedenti nella memoria collettiva. Intorno a lui cadono gli amici, i collaboratori, gli amanti. Warhol muore nel 1987 per complicazioni post-operatorie, ma la sua salute era già segnata. Basquiat, fidanzato della popstar Madonna quando era sconosciuta, muore di overdose di eroina nel 1988 — lo stesso anno in cui Haring scopre di essere sieropositivo. Mapplethorpe, grande fotografo, scompare nel 1989.

Robert Mapplethorpe, Self Portrait, 1989
Una generazione si consuma nel giro di pochi anni e Haring lo sa: a breve toccherà anche a lui. La sua risposta però non è il silenzio né la rassegnazione: è l’accelerazione. Più muri, più tele, più collaborazioni. L’esorcismo dell’arte si dispiega.
Ma c’è qualcosa di più profondo. La malattia, per Haring, non è un incidente che interrompe la narrazione della sua vita — è qualcosa che quella narrazione rivela, la porta a compimento in un modo che nessuno avrebbe voluto ma che, guardando il corpus della sua opera, appare quasi necessario. Non inevitabile, necessario. Un tratto comune anche a Robert Mapplethorpe che si fotografa e fotografava fino agli ultimi giorni, così come Van Gogh a Saint Remi dipinge fino alla fine, febbrilmente.

Robert Mapplethorpe, Isabella Rossellini, 1988.
Haring non era solo in questo. La storia dell’arte è percorsa da una corrente carsica dove la malattia non è paralisi ma catalizzatore, come lente che mette a fuoco ciò che la salute, nella sua ordinaria abbondanza, tende a lasciare sfocato o trascurato distrattamente.
Keats scrive le sue ultime odi sapendo che la tubercolosi lo stava consumando e quelle odi — To Autumn, Ode on a Grecian Urn — sono tra i testi più densamente presenti della letteratura inglese, come se ogni parola fosse pesata sulla bilancia di ciò che resta. Schubert compone il Winterreise mentre la sifilide avanza — e quella raccolta di Lieder ha la qualità di una confessione totale, non a un interlocutore umano ma a qualcosa di più grande. Munch dipinge L’urlo e tutta la sua opera successiva in una condizione di angoscia clinica che il pittore stesso descrive come «le mie sofferenze fanno parte di me e della mia arte. Le voglio tenere.»

Keith Haring, Arte callejero, 1989
Haring si inserisce in questa tradizione senza saperlo — o forse sapendolo benissimo. La sua formazione è eclettica ma non superficiale. Conosce la storia dell’arte, studia, guarda, è un uomo molto curioso. Sa che dipingere di fronte alla morte è un gesto con precedenti illustri. E sceglie consapevolmente, di non cambiare linguaggio, di non diventare improvvisamente tragico, non abbandonando il colore o la gioia formale delle sue figure danzanti. Sceglie di continuare a ballare — ma con la consapevolezza di chi sa che la musica finirà.
C’è un’evoluzione nella sua opera. Prima della diagnosi, la morte è presente nella sua iconografia, ma come elemento di un sistema più ampio: i mostri divoratori, le figure che si trasformano, l’energia che cambia forma. La morte è un personaggio, non il protagonista.

Keith Haring, Crack is Wack, 1989
Tuttavia dopo il 1988 qualcosa cambia. Non il segno — il segno resta riconoscibile, quasi ostinatamente fedele a se stesso. Ma il rapporto tra le figure si fa più urgente, più fisicamente carico. I corpi si stringono con una forza che prima non c’era. I personaggi che portano croci o che sono sospesi tra la vita e la morte non sembrano illustrazioni di un concetto, ma fotografie di un’esperienza vissuta. Nel 1989 fonda la Keith Haring Foundation, con una missione esplicita: sostenere i bambini e le organizzazioni che si occupano di AIDS. È un gesto che ha qualcosa di testamentario — la consapevolezza che il proprio lavoro continuerà, che l’eredità non è solo formale ma anche pratica, materiale, politica.
Ignorance = Fear / Silence = Death: la campagna del 1989 per Act Up è forse il momento in cui il linguaggio visivo di Haring raggiunge la sua massima tensione tra la semplicità del segno e la radicalità del messaggio. Tre figure — con gli occhi bendati, le orecchie tappate, la bocca chiusa — reinterpretano il gesto proverbiale delle scimmiette su uno sfondo nero. Ma non come invito alla prudenza: come accusa. Come denuncia di chi sceglie di non vedere, non ascoltare, non parlare mentre una generazione muore.

Keith Haring, Ignorance = Fear/Silence = Death, 1989
Quello che Haring comprende — e che non tutti i suoi contemporanei seppero fare — è che la malattia può diventare non solo soggetto ma strumento. Non come autobiografismo, ma come leva per trasformare l’esperienza privata in coscienza collettiva. L’arte come educazione e didattica, come accadde nel medioevo con Wiligelmo e i suoi racconti di pietra della Bibbia sulla facciata del Duomo di Modena.
Le campagne contro l’HIV, contro l’uso del crack tra i giovani, per i diritti civili dei malati non sono attività collaterali rispetto all’opera pittorica, diventano il centro di un’azione eminentemente politica. Sono l’opera pittorica, portata al di fuori della tela e messa al lavoro nel mondo. Haring capisce quello che si sarebbe chiamato, negli anni successivi, artivismo: l’uso dell’immagine come strumento di pressione politica, la bellezza come forma di resistenza. Cosa esplicita nei suoi dipinti sulla segregazione razziale in Sudafrica.

C’è in questo un paradosso affascinante: la malattia, che dovrebbe erodere — la capacità di agire nel mondo — diventa invece l’occasione per espanderla. Come se sapere di avere poco tempo produca una concentrazione dell’intenzione, un’economia del gesto che paradossalmente genera più, non meno.
Il rischio, in una storia come questa, è il melodramma. La tentazione di trasformare Haring in un martire, di leggere ogni suo segno come prefigurazione della morte imminente, di fare della sua biografia una Passione laica.

Keith Haring, The Dance, 1990
Haring stesso rifiuta questa lettura. Le sue figure continuano a danzare, il colore non si fa cupo. Anche nelle opere più esplicitamente legate all’AIDS — come il ciclo di litografie Against All Odds del 1990, realizzato pochi mesi prima della morte — c’è una vitalità formale che non cede alla disperazione. Cosa, questa sì, estremamente commuovente.

Keith Haring, Against all Odds, 1990
Questa leggerezza non è superficialità. È una scelta etica, prima che estetica: decidere che la vita merita di essere rappresentata nella sua interezza, compresi il piacere e la gioia, anche quando si è in trattamento, anche quando il corpo cede. È la stessa scelta che si ritrova nei diari di Susan Sontag su La malattia come metafora, o nella lucida ferocia con cui Hervé Guibert racconta la propria morte da AIDS in Al mio amico che non mi ha salvato la vita: non rimuovere nulla, ma non concedere nulla alla tragedia come genere.
L’Italia tra l’altro non è per Haring un appuntamento marginale, tutto inizia con il negozio di Fiorucci a Milano nel 1983. Nel 1989, dipinge a Pisa un murale che ancora oggi sopravvive: Tuttomondo, sulla parete laterale della chiesa di Sant’Antonio Abate. Trenta figure intrecciate in una danza caotica e armoniosa, un’umanità polifonica, l’umanità appunto, che si abbraccia, combatte e si trasforma continuamente. Haring ci lavora per undici giorni, di fronte a una piccola folla che lo guardava come si guarda un amanuense medievale che ricopia un manoscritto — con quella stessa sensazione che il gesto stia accadendo in tempo reale e che, proprio per questo, sia già storia.

Keith Haring, Tuttomondo, 1989
La scelta di lavorare su un muro accanto a una chiesa non è casuale. Haring ha un rapporto istintivo con il sacro — non il sacro istituzionale, ma quello che si manifesta quando il corpo di un uomo si trasforma in segno, in messaggio, in preghiera dipinta. A Roma, alla Certosa di San Bartolomeo, lascia altre tracce. In Italia trova qualcosa che New York non può offrirgli: la stratificazione del tempo, la convivenza tra il gesto antico e il gesto contemporaneo. Dipingere accanto a un affresco medievale era, per lui, una conversazione — non una profanazione.
Muore il 16 febbraio 1990. Ha trentun anni. Lascia un corpus di opere che è, insieme, una poetica del corpo, una cronaca di un’epidemia, un atto politico prolungato, e una pedagogia della gioia.
La Keith Haring Foundation continua a sostenere organizzazioni per l’infanzia, a cui il suo segno è indissolubilmente legato, e la lotta all’HIV in tutto il mondo. Le immagini di Haring sono ovunque — sulle magliette, sui muri, nelle scuole, nei musei. L’arte come bene comune, come alfabeto condiviso, come strumento di educazione emotiva e civile.
C’è un’ultima cosa da dire. Haring non ci insegna come si muore. Ci insegna come si vive sapendo di dover morire — il che è, in fondo, la condizione di tutti noi, solo sottolineata dalla malattia. I suoi corpi danzanti, senza volto e senza nome, siamo noi: fragili, esaltati, in cerca di contatto, attraversati da energie incontrollabili e capaci di trasformarci. L’arte che ci ha lasciato non è un memoriale, ma uno specchio.

Keith Haring, Against all Odds, 1990
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