


Perché Keir Starmer è diventato il bersaglio comune dell’estrema destra americana, della propaganda russa e di mondi politici tra loro inconciliabili? Attraverso René Girard, il meccanismo del capro espiatorio e il parallelo con la delegittimazione di Volodymyr Zelensky, un’analisi delle moderne strategie di guerra dell’informazione.
René Girard sosteneva che le società tendono a risolvere le proprie crisi attraverso il meccanismo del capro espiatorio: una persona o un gruppo vengono caricati della responsabilità di problemi molto più ampi, così che la loro eliminazione, simbolica o reale, restituisca alla comunità un’apparente armonia.
L’intuizione di Girard rappresenta un valore aggiunto alla comprensione del funzionamento umano. Ma cosa succede se nella nostra complessa società mediatica qualcuno decide di utilizzare tale strumento di comprensione al fine di demonizzare e neutralizzare i nemici?
Negli anni in cui mi sono trovata, non tanto a difendere Keir Starmer quanto semplicemente ad esporre i fatti contro la disinformazione, mi sono imbattuta in qualcosa che sembrava richiamare quel meccanismo. Le critiche a un leader politico rappresentano un elemento essenziale della democrazia. Qui, però, sembrava accadere altro. Gli attacchi avevano spesso il tono dell’odio personale, viscerale, morale; un linguaggio che andava ben oltre il dissenso politico. Per me, personalmente, ha comportato costante bullismo online e persino minacce personali.
La convergenza rossobruna
La cosa più sorprendente era che a convergere su Starmer fossero mondi tra loro incompatibili. Militanti filopalestinesi e filoisraeliani. Esponenti della destra e della sinistra. Sovranisti, complottisti, libertari, rivoluzionari. Le motivazioni erano opposte, inconciliabili, eppure tutte conducevano allo stesso bersaglio. Starmer finiva per diventare la spiegazione di ogni problema, il punto di raccolta di frustrazioni che avevano origini completamente diverse.
Viene inevitabilmente da riflettere su alcune coincidenze. Peter Thiel fu allievo di Girard a Stanford e ne ha più volte riconosciuto l’influenza intellettuale. Palantir, la società da lui fondata, ebbe rapporti con Cambridge Analytica. Tra i documenti emersi sul rapporto tra Thiel e Jeffrey Epstein compare anche quel celebre appunto con la frase: “Brexit, just the beginning”. Quindi, il fatto che Starmer avesse perfino dichiarato apertamente a una conferenza di Monaco che il Regno Unito non fosse più quello della Brexit, e che cercasse – a partire dalla coalizione dei volenterosi – non solo di riavvicinare il Paese all’Europa ma di costruire un percorso comune, fa riflettere.
Fa pensare anche che, per anni, la narrazione dell’imminente islamizzazione del Regno Unito sia stata uno dei leitmotiv più insistenti su X, salvo poi dissolversi quasi completamente nel momento in cui veniva meno quello che sembrava essere individuato come “l’origine di tutti i mali”. Fa pensare che sia Elon Musk sia Peter Thiel appartenessero all’orbita politica della Casa Bianca e fossero entrambi figure centrali della cosiddetta “PayPal Mafia”, quel gruppo di imprenditori, in parte cresciuti nel Sudafrica dell’apartheid, accomunati da una visione profondamente critica della democrazia liberale e delle istituzioni tradizionali.
Perché proprio Starmer?
Soprattutto, occorre soffermarci su ciò che Starmer sembrava rappresentare. Perché concentrare su un leader politico un livello di ostilità tanto assoluto? Nel giro di pochi mesi gli veniva attribuita la responsabilità delle grooming gangs e, contemporaneamente, quella del “genocidio” a Gaza. Per alcuni era un agente del sionismo internazionale; per altri l’uomo che stava consegnando il Regno Unito all’islamizzazione. Era accusato di reprimere la libertà di espressione e, allo stesso tempo, di essere troppo debole per far rispettare la legge. Era il burattino dell’establishment globale e, insieme, un pericoloso socialista. Per alcuni era troppo filoamericano, per altri un europeista deciso a tradire la Brexit. Era contemporaneamente troppo duro e troppo arrendevole sull’immigrazione; troppo vicino a Israele e troppo ostile a Israele; complice dell’estrema destra e ostaggio della sinistra radicale.
A sorprendere non era tanto la falsità o la fondatezza delle singole accuse, quanto il fatto che non avessero più alcun bisogno di essere coerenti tra loro. Anzi, potevano tranquillamente contraddirsi. Una volta individuato il capro espiatorio, ogni frustrazione, ogni paura e ogni risentimento trovavano in lui il proprio destinatario. Le contraddizioni smettevano di essere un problema, perché la funzione delle accuse non era più quella di descrivere la realtà, ma di alimentare un consenso unanime contro un unico bersaglio.
La Brexit e la demonizzazione della UE
Uno schema analogo era già stato sperimentato durante la campagna per la Brexit. L’Unione europea aveva cessato di essere un sistema politico complesso, composto da istituzioni e da ventotto governi nazionali, per trasformarsi in un soggetto unico, intenzionalmente ostile agli interessi britannici. Bruxelles diventò il responsabile dell’immigrazione, della stagnazione economica, della crisi del NHS, della perdita di sovranità, dell’eccesso di regolamentazione, della deindustrializzazione, della criminalità, del declino delle comunità locali e persino dell’impossibilità per il Regno Unito di decidere del proprio destino. Lo slogan “Take Back Control” funzionava proprio perché presupponeva il suo contrario: che il controllo fosse stato sottratto da un unico attore identificabile.
Anche qui le contraddizioni non rappresentavano un problema. L’Unione europea veniva descritta contemporaneamente come un apparato burocratico lento, inefficiente e incapace di prendere decisioni e, nello stesso tempo, come una macchina onnipotente in grado di imporre ogni aspetto della vita britannica, dalle dimensioni delle reti da pesca alle regole sull’immigrazione, fino al funzionamento dei tribunali e del Parlamento. Veniva accusata di essere troppo debole per proteggere i confini esterni e, contemporaneamente, abbastanza forte da impedire al Regno Unito di controllare i propri. Era un’entità decadente destinata al collasso e, allo stesso tempo, una potenza capace di minacciare la stessa sopravvivenza della democrazia britannica.
Più che convincere su una singola affermazione, quella narrazione costruiva un referente simbolico. “Bruxelles” cessava di indicare un insieme di istituzioni e diventava una categoria emotiva, il contenitore nel quale convogliare problemi che avevano origini molto diverse. È esattamente la stessa architettura narrativa che ritroveremo, pochi anni dopo, nelle campagne di delegittimazione contro l’Ucraina e, successivamente, nella costruzione del personaggio pubblico di Keir Starmer.
I “nazisti ucraini” e la demonizzazione di Zelensky
Si parte nel 2014 con i “nazisti ucraini”. Poi il battaglione Azov elevato a simbolo dell’intero Paese. Quindi i presunti laboratori biologici segreti finanziati dagli Stati Uniti, le basi sotterranee, il traffico di organi, i complotti della NATO, la corruzione trasformata da problema reale a tratto identitario, fino a rappresentare l’Ucraina come la causa ultima di ogni minaccia alla Russia e, più in generale, dell’instabilità internazionale.
Lo stesso schema si ritrova anche nella decostruzione di Volodymyr Zelensky. All’inizio era il presidente “nazista” che guidava un Paese controllato da estremisti. Poi è diventato un burattino della NATO e degli Stati Uniti, un corrotto che accumulava fortune personali, un cocainomane, un attore manipolato dai servizi occidentali, il responsabile dell’escalation della guerra, l’ostacolo alla pace, il promotore della Terza guerra mondiale. Ogni fase del conflitto ha prodotto una nuova narrazione, senza che fosse necessario abbandonare la precedente. Le accuse si sono semplicemente stratificate, anche quando risultavano incompatibili tra loro. Zelensky è stato descritto contemporaneamente come un dittatore che annullava le elezioni e come un leader debole completamente controllato dall’Occidente; come un fanatico disposto a sacrificare il proprio popolo e come un opportunista interessato esclusivamente al proprio arricchimento; come un uomo irrilevante e, nello stesso tempo, come il principale responsabile dell’instabilità mondiale.
Tutti elementi riconducibili a una precisa metodologia di guerra informativa: non costruire una singola grande menzogna, ma un ecosistema di narrazioni che si rafforzano reciprocamente. Ogni crisi, ogni paura, ogni tensione sociale deve trovare un unico referente. Non importa che le accuse siano vere, false o perfino incompatibili tra loro; ciò che conta è la loro continua stratificazione. Una volta sedimentate nell’immaginario collettivo, il bersaglio smette di essere percepito come un avversario politico e diventa l’incarnazione stessa del problema.
La dottrina Gerasimov
È questo l’aspetto che richiama le moderne strategie di guerra ibrida associate alla dottrina Gerasimov: l’obiettivo non è convincere attraverso una narrazione coerente, ma saturare lo spazio informativo con una molteplicità di messaggi capaci di produrre sfiducia, polarizzazione e delegittimazione. La verità diventa secondaria. Ciò che conta è costruire un’immagine emotiva così forte da rendere irrilevante qualsiasi smentita.
Non sono, dunque, le singole accuse a colpire, ma la struttura narrativa che le tiene insieme: l’individuazione di un soggetto sul quale convogliare paure, rabbia e tensioni che hanno origini molto più profonde. È la logica del capro espiatorio applicata all’ecosistema digitale della guerra dell’informazione.
Le ragioni del linciaggio mediatico di Volodymyr Zelensky sono evidenti a chiunque. Molto meno chiare appaiono quelle che hanno investito Keir Starmer. Eppure è proprio qui che emerge uno degli effetti più insidiosi della disinformazione. L’immagine che si è voluta costruire di Starmer – quella di un leader debole, blando, privo di spina dorsale, incapace di incidere sugli eventi – ha finito per oscurare quasi del tutto la persona reale e il ruolo che effettivamente ricopriva. Quando questa rappresentazione si sedimenta, si smette persino di interrogarsi sulla sua plausibilità. Se Starmer era davvero una figura così irrilevante, perché concentrare su di lui una campagna di delegittimazione tanto estesa e trasversale?
Che Starmer fosse diventato uno dei principali bersagli tanto dell’estrema destra americana quanto della propaganda russa è un dato evidente. E allora, cosa rappresentava, perché fosse necessario trasformarlo in un capro espiatorio?
La forza della disinformazione sta proprio in questo: non soltanto nel convincere, ma nel fare in modo che certe domande non vengano nemmeno più poste.
Inserisci la tua mail per non perdere nessuno dei contenuti di InOltre. Ogni volta che pubblicheremo qualcosa sarete i primi a saperlo. Grazie!
*Iscrivendoti alla nostra newsletter accetti la nostra privacy policy

Il Club InOltre nasce per creare una community tra chi InOltre lo scrive, chi lo legge e chi lo sostiene. È il desiderio di creare punti di incontro digitali e, quando possibile, anche fisici – dove scambiarsi idee, discutere, conoscersi da vicino.
Un Club che unisce tutti quelli che contribuiscono alla buona riuscita d’InOltre e al suo successo.
InOltre è completamente gratuito ed è il frutto della competenza e della passione di molte persone che lavorano senza fini di lucro. Se desideri contribuire con un piccolo supporto, puoi farlo effettuando un bonifico come di seguito specificato oppure cliccando sui pulsanti che vedi, scegliendo l’opzione che più preferisci. Le donazioni verranno utilizzate per i costi di mantenimento del sito e per altre attività editoriali.
Grazie per il vostro supporto!
Bonifico bancario intestato a Inoltre Ente del Terzo Settore con Causale: donazione/erogazione liberale a favore di Inoltre ETS.
Codice Iban: IT55A0306909606100000404908



Scopri di più da InOltre
Abbonati per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail.

Complimenti per l’ottima analisi.