


Keir Starmer è caduto per i suoi errori o perché una parte del Labour e i suoi avversari avevano già deciso, ancora prima che fosse eletto, che dovesse cadere? Ripercorrendo la cronologia emerge un dato impossibile da ignorare: le campagne mediatiche esterne e le manovre interne iniziano quasi due anni prima degli eventi che verranno poi indicati come causa della sua rimozione.
Verrà il giorno in cui la caduta di Keir Starmer sarà analizzata in termini fenomenologici, come oggi si studia la Brexit: un caso di decostruzione del consenso attraverso manipolazioni, campagne mediatiche e percezioni indotte. Ma, a differenza della Brexit – dove la narrazione secondo cui l’Unione europea fosse sul punto di accogliere la Turchia, spalancando le porte all’arrivo di milioni di cittadini turchi nel Regno Unito, fu promossa esclusivamente dalla destra – nel caso di Starmer l’offensiva si è sviluppata su entrambi i fronti, intrecciando campagne mediatiche, lotte di potere intestine e una costante erosione della sua legittimità politica.
Riformatore sì, primo ministro no
Tra le interpretazioni avanzate dagli analisti, quella che trovo più convincente è che il Partito Laburista avesse scelto Starmer come una sorta di liquidatore temporaneo da rimpiazzare una volta raggiunto l’obiettivo, ovvero il leader incaricato di rimettere ordine dopo il caos dell’era Corbyn, epurare il partito dalle frange più radicali, affrontare il problema dell’antisemitismo e ricostruirne la credibilità, nella convinzione che il ritorno al governo fosse un obiettivo rinviato almeno al 2029/2030.
Sono le tempistiche a rendere questa lettura convincente. Questo perché, sebbene la spiegazione più diffusa della caduta di Starmer richiama gli errori del governo, la sua presunta mancanza di leadership, il crollo della popolarità e i deludenti risultati elettorali del 2026, la cronologia racconta un’altra storia. Molte delle dinamiche che porteranno alla sua rimozione precedono gli eventi indicati come loro causa.
Nel 2020 quando Starmer viene eletto Boris Johnson ha il vento in poppa
Quando Starmer diventa leader, nell’aprile del 2020, il Labour è allo sbando. Boris Johnson gode di una maggioranza schiacciante e ha il vento in poppa. Nulla lascia immaginare un imminente ritorno dei laburisti a Downing Street. Lo stesso Starmer non appartiene all’establishment del partito. Per oltre trent’anni costruisce la propria carriera fuori dalla politica, come avvocato per i diritti umani e poi come Director of Public Prosecutions, modernizzando il Crown Prosecution Service e guadagnandosi il titolo di Sir. Entra in Parlamento solo nel 2015. È proprio questa estraneità alle correnti interne a renderlo il candidato ideale per ricostruire il partito: un tecnico prestato alla politica, non un professionista delle lotte di corrente.
Poi accade l’imprevedibile: il Covid
Ma ecco che avviene il Covid, una realtà contro la quale il circo populista di Bojo, fatto di slogan e promesse effimere, va a schiantarsi tra inefficienza, retromarce e menzogne plateali che getta il sistema sanitario nel caos e costa vite umane. E allora, mentre Starmer rimette in piedi il partito, i Conservatori implodono. Partygate, le guerre intestine, le dimissioni di Johnson, il brevissimo governo Truss, la crisi economica e la debolezza di Rishi Sunak ribaltano il quadro politico. Nel giro di due anni Starmer si ritrova a guidare un partito ormai favorito per la vittoria. Ed è proprio in quel momento che iniziano i problemi. La sua linea centrista, adottata per riconquistare l’elettorato moderato, e una postura ritenuta troppo filo-israeliana vengono contestate dalla sinistra laburista, mentre la guerra di Gaza provoca le prime fratture visibili, con dimissioni, defezioni verso i Verdi e crescenti tensioni interne.
La vittoria è l’avvio della lotta interna
Il 4 luglio 2024 Starmer conquista una delle più grandi maggioranze parlamentari della storia britannica: 412 deputati. È il punto più alto della sua parabola politica. Ed è anche l’ultimo momento in cui sembra avere il controllo del racconto.
Malgrado la vittoria, il primo ministro subisce la prima rivolta interna solo 2 settimane dopo il successo elettorale. Sono solo 7 deputati, ma ai Commons votano contro il proprio governo appena insediato. Secondo la tradizionale regola del whip britannico, vengono sospesi. Si tratta di una piccola rivolta subito sedata, eppure emblematica: parte della sinistra del partito non è con Starmer e la sua linea politica nonostante il suo Manifesto abbia portato il Labour al successo.
Da quel momento le rivolte interne si susseguono con regolarità. Si passa dai 7 deputati ribelli sul two-child benefit cap a una quindicina, fino a oltre cento appena dieci mesi dopo l’insediamento del governo. Ufficialmente, le contestazioni riguardano misure come il mantenimento del two-child benefit cap o la riforma del Winter Fuel Payment. Eppure né Starmer né Rachel Reeves avevano mai nascosto che quelle sarebbero state le direttrici della politica economica di un futuro governo laburista: erano parte integrante della piattaforma con cui il partito si era presentato agli elettori. È quindi difficile sostenere che le rivolte siano nate dalla scoperta di scelte inattese, per quanto impopolari. Più plausibilmente, una parte del Labour era disposta ad accettare quelle politiche pur di riconquistare Downing Street, ma non a sostenerle una volta tornata al governo. In entrambi i casi, la pressione parlamentare costringe l’esecutivo a retromarce, mostrando come l’opposizione interna fosse ormai in grado di condizionare l’azione di governo.
In breve, una parte dell’establishment laburista si era ritrovata con un leader che non aveva mai immaginato di vedere a Downing Street e una linea politica vista come unicamente strumentale. Starmer era stato scelto per ristrutturare il partito e, al massimo, per riportarlo nelle condizioni di poter tornare competitivo. La vittoria del 2024 lo aveva trasformato nel veicolo del ritorno al governo, ma non aveva modificato la percezione della sua natura transitoria. Proprio per questo la sua leadership post-elettorale non sembra essere mai stata pienamente accettata. Al contrario, le sommosse interne avviate a partire dalla vittoria elettorale, mostrano che una parte del partito ritenesse necessario minarlo e possibilmente sostituirlo con figure meglio integrate nei tradizionali equilibri di potere del Labour.
E la destra ne approfitta
Tre settimane dopo la vittoria elettorale arriva Southport: l’attacco alla palestra dove perdono la vita alcune bambine. Sui social vengono diffuse false informazioni sull’identità dell’attentatore, scatenando le più gravi rivolte viste nel Regno Unito da oltre un decennio. Tommy Robinson, Andrew Tate ed Elon Musk contribuiscono ad amplificare la disinformazione, mentre nasce lo slogan “Two-tier Keir”: l’idea che il nuovo primo ministro applichi una giustizia a due velocità, indulgente verso immigrati e minoranze, severa con i britannici. Nel giro di poche settimane il dibattito pubblico non riguarda più il programma del governo, ma immigrazione, ordine pubblico e sicurezza. La cornice entro cui verrà giudicata tutta la premiership è ormai definita.
Siamo solo ai primi di agosto del 2024, Starmer ha vinto le elezioni da un mese ed è già bersagliato sia dall’esterno che dall’interno, responsabilizzato per situazioni create dai 14 anni di governo conservatore. La propaganda mira a creare la percezione che ogni problema del Regno Unito dipenda da un governo appena insediato. Come per la Brexit, non ha importanza che sfidi qualsiasi valutazione razionale e fattuale, perché ci sarà sempre chi sarà pronto a rilanciarla perché funzionale alla narrazione di convenienza.
Le grooming gangs
Pochi mesi dopo, a gennaio 2025, esplode il caso delle grooming gangs. Ancora una volta il bersaglio diventa Starmer. Il fatto che tra il 2008 e il 2013 abbia guidato il Crown Prosecution Service viene trasformato nella prova di una sua presunta responsabilità morale nello scandalo. È un ribaltamento quasi perfetto della realtà. Proprio durante la sua guida della Procura vengono introdotte le riforme che rafforzano le indagini sui reati di sfruttamento sessuale minorile e aumentano le condanne. L’uomo che aveva contribuito a cambiare l’approccio della giustizia britannica viene descritto come il simbolo della complicità con gli abusatori. Assurdo, ma grazie all’ignoranza del pubblico sulla storia del fenomeno – le riforme avvenute, e le condanne giudiziarie che ne erano seguite – con l’aggiunta della forza mediatica della disinformazione, il messaggio della responsabilità di Starmer passa e diventa un “fatto” nell’immaginario collettivo, nonostante fosse stato il primo a combattere le grooming gangs e che per i precedenti 14 anni ci fossero stati i conservatori al governo Intanto Reform UK cresce nei sondaggi mettendo pressione al Labour.
La trama per spodestare Starmer pianificata nell’estate 2025
In una recente intervista, l’ex ministra Louise Haigh ha ammesso che già nell’estate del 2025, un gruppo di deputati e ministri aveva avviato le manovre per sostituire Starmer con Andy Burnham. È un fatto che cambia la prospettiva. Se la successione viene discussa quando il governo ha appena un anno di vita e mancano ancora quattro anni alle successive elezioni, allora è difficile sostenere che la caduta del primo ministro sia stata provocata dal calo nei sondaggi o dalle elezioni locali del 2026. Il rapporto di causa-effetto è ribaltato. Significa che tutto ciò che, dall’estate del 2025 in poi, verrà imputato a Starmer come causa della sua caduta – lo scandalo Mandelson, gli Epstein Files, le retromarce del governo, il crollo nei sondaggi o i risultati delle elezioni locali di maggio – non rappresenta più l’origine della decisione di rimuoverlo, ma gli strumenti attraverso i quali una decisione già presa viene progressivamente giustificata e resa politicamente sostenibile. Se il cambio di leadership era già oggetto di manovre un anno prima, allora le crisi successive non spiegano la sua caduta: ne costituiscono la narrazione, offrendo di volta in volta l’argomento più efficace per legittimare un esito verso il quale una parte del partito si era già incamminata.
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