Per Rishi Sunak e Keir Starmer sbarazzarsi dei populismi non è stato un affare pulito. L’avvicendamento non sarebbe bastato al primo per liberarsi della scomoda eredità di Boris Johnson, né al secondo per spazzare via il retaggio di Jeremy Corbyn. Per questo, i nemici non andavano solo sconfitti, dovevano essere ripudiati.
Pur ideologicamente agli antipodi, Johnson e Corbyn avevano rotto con la tradizione, l’uno a bordo di ruspe e paracaduti come fosse un idolo di TikTok, l’altro coadiuvato dal movimento giovanile Momentum, secondo modalità da democrazia diretta piuttosto che rappresentativa. Questa rottura, seguita all’ubriacatura della Brexit, aveva mostrato la fragilità di un sistema il cui equilibrio dipendeva fortemente dalla tradizione e dall’esistenza di forze se non moderate quantomeno fortemente istituzionali.
Ad accomunare le nemesi di Sunak e Starmer c’era anche la Brexit. Johnson (il suo artefice) la riteneva il trampolino di lancio per la deregolamentazione; mentre, l’anti-europeista Corbyn la vedeva come l’inizio della fine della politica dominata dalla finanza, una specie di liberazione proletaria ma pur sempre sovranista. Il rossobrunismo infatti non è certo solo cosa nostra, anche se a quel tempo, con il governo giallo-verde, ne eravamo i maestri.
Le elezioni politiche del 2019 rappresentarono l’apice del populismo britannico e quello più basso della sua democrazia. Due forze anti-europeiste, isolazioniste e anti-sistemiche.
Terze opzioni non ce n’erano. Chi – come Theresa May – aveva tentato la carta della “Brexit morbida” mantenendo ancora aperte le linee di comunicazione con l’Unione europea, era stata messa alla porta. La vacuità di promesse insensate era tangibile. In un sistema maggioritario, quando entrambi i contendenti sono antisistemici è un gran brutto affare.
Così, negli anni successivi, in pieno clima di “restaurazione”, Sunak e Starmer si sono visti costretti ad una presa di distanza dai propri predecessori: una netta e imprescindibile, come fossero gli anticorpi di un virus che aveva attaccato il corpo delle istituzioni. Nell’era del dopo Covid e della crisi economica non c’era più spazio per slogan ed estremismi, occorrevano risposte e provvedimenti concreti. Ma proprio sul campo del realismo politico, i due leader hanno dovuto fare i conti con un altro fantasma, quello dell’omologazione.
Era stata la reazione all’appiattimento ideologico del dopo Guerra Fredda ad avere condotto all’ascesa dei movimenti populisti anti-sistemici. Ma nel momento in cui Sunak abbandonava il miraggio del paradiso fiscale e tornava ad occuparsi del sociale, la differenza con uno Starmer che rinunciava alle nazionalizzazioni a tappeto di Corbyn, la battaglia tornava ad essere tra una destra e sinistra distinte solo da sfumature. Così oggi ci troviamo innanzi ad elezioni più incentrate sulla forma che sulla sostanza, più sull’atteggiamento della classe politica, della coesione e della forza della leadership di ciascun partito che su visioni programmatiche rappresentative di ciascun fronte.
In quest’area grigia però il Labour occupa una posizione nettamente migliore ben riflessa dai sondaggi. Vediamo perché. Innanzitutto, i suoi politici non sono delle Marie Antoniette che se manca il pane suggeriscono al pubblico di mangiare brioche, e questo è già tanto (a noi italiani potrebbe apparire come un’esagerazione, ma i tories – ascoltare per credere – sono proprio così). I laburisti hanno altri difetti, certo, ma al momento il pubblico britannico è particolarmente sensibile alla tracotanza di chi ha sempre vissuto così fuori dalla realtà da non avere mai fatto cose come mettere benzina o fare la spesa al supermercato. Quanto a coesione interna, anche i laburisti hanno i loro grattacapi, ma al contrario dei Tories godono di una leadership solida. Insomma, là dove Sunak è costretto a vivere alla giornata, sopravvivendo quotidianamente alle bordate delle fronde, Starmer, una volta chiusa la porta degli strepiti di turno, dorme sonni tranquilli.
Per certi versi, più che antagonisti, Sunak e Starmer hanno lo sguardo rivolto indietro, più impegnati a distanziarsi dai predecessori e a recuperare l’età dell’oro dei rispettivi partiti che ad avere una visione di paese. Se per Sunak si tratta di restituire credibilità ai conservatori dopo l’essere stati travolti dagli scandali e dal fallimento della Brexit, per Starmer è d’obbligo far sparire il retaggio anti-atlantista e anti-sionista dei laburisti. Da lì un accanimento shakespeariano contro i propri fantasmi, nello smarrimento in una politica britannica che per certi versi pare affondare di nuovo nella melma dell’assenza identitaria.
Eppure, alla maggioranza dei britannici, quel ritorno a differenze fatte solo di sfumature fa tirare un respiro di sollievo come accadrebbe a dei naviganti che dopo essere a malapena sopravvissuti alle mareggiate benedicono la bonaccia.
Certo, qualcosa non va giù all’estrema destra e ne approfitta subito l’immancabile Nigel Farage che ha deciso di tornare in campo e presentarsi alle elezioni con il partito Reform UK (una riedizione del suo vecchio UKIP) per fare cassa degli insoddisfatti sovranisti e dei travagliati ultra-liberisti allergici alle politiche moderate di Sunak. Né il tradimento di Starmer (che aveva promesso di mantenere almeno alcuni punti dell’agenda di Corbyn) va giù all’estrema sinistra che oggi – in alleanza con le comunità musulmane – promuove il boicottaggio o un voto ai Verdi.
D’altra parte l’essere tornati a differenze fatte di sfumature, è andato tutto a favore dei laburisti non solo per i motivi che ho citato ma anche perché Starmer, alla guida del partito dal 2020, ha avuto due anni di vantaggio su Sunak per preparare il terreno a queste elezioni; un tempo prezioso che gli ha consentito di conquistare il centro non lasciando alcuno spazio ai vani tentativi di Sunak di recuperare il voto dei moderati.
Ma chi è Keir Starmer, il leader che è stato in grado di portare il partito laburista, in soli quattro anni, dal peggior risultato di sempre nel 2019 ad un vantaggio che potrebbe condurre il Labour ad avere una maggioranza di centinaia seggi? E soprattutto, come ha fatto? Perché almeno questo a Starmer bisogna concederglielo: per quanto autolesionisti siano stati i Tories, un consenso di questo genere non è mai solo frutto degli errori altrui ma di scelte strategiche mirate. Vediamole.
Innanzitutto, Starmer, o “Sir Keir”, come viene comunemente chiamato, è un uomo sobrio; un ex procuratore generale che si è fatto le ossa nelle aule di tribunali; un individuo fortemente istituzionale e assai poco mediatico; uno un po’ tutto di un pezzo, salvo quando guarda una partita di calcio con la sua pinta di birra in mano, allora si anima un po’; insomma, è estremamente British. Più che di Corbyn, Starmer è la nemesi di Johnson: ne è l’antidoto. È l’incarnazione dell’anti populismo. Niente stunt o circhi mediatici, niente fronzoli o slogan (infatti promette e concede assai poco).
Non è una figura carismatica, ma in un paese che per anni è stato soggetto all’incompetenza sbruffona di Bojo e quella arrogante di Liz Truss, spicca per serietà e integrità morale. In breve, possiede quella sobrietà rassicurante che per il pubblico britannico al momento è un toccasana. E la sua immagine, in tal modo, dà forma a quella del suo Labour. Là dove i Tories evocano immagini di caos e anarchia, i laburisti offrono quantomeno l’auspicio della quiete e della stabilità politica.
Al di là della personalità, possiamo però indicare alcune scelte vincenti di Starmer. Quanto a raccogliere consensi infatti, pur essendo privo della verve di Blair o dell’incisività di Thatcher, non ne ha sbagliata una. Nei primi due anni di leadership, per esempio, ha messo le cose in chiaro: basta estremismi e chi non è d’accordo se ne vada. Con un pieno mandato da parte del partito ha operato scelte draconiane e imprescindibili: il corbynismo non lo ha solo combattuto lo ha letteralmente estirpato a suon di sospensioni ed espulsioni; una mossa da autocrate, se vogliamo, ma necessaria per far riacquistare credibilità al Labour.
Con la presa di distanza dal corbynismo, i consensi infatti sono arrivati e nelle opinion poll i laburisti sono cominciati a salire in tempi relativamente brevi. In seguito, Starmer non ha ceduto alle pressioni interne di promuovere il ritorno del Regno Unito nell’Unione europea. Anzi, di Brexit, ha scelto di non parlare affatto. Perché? Perché, oltre che ad essere difficilmente praticabile, promuovere un ritorno nella UE avrebbe regalato ai conservatori un’arma. L’obiettivo di Starmer era invece proprio disarmare l’opposizione, il non concedergli nulla. Dopo anni di una politica di attacchi serrati stile mercato del pesce (un po’ come da noi), neutralizzare la caciara del bipolarismo esasperato ed esasperante si è rivelata una mossa vincente. Avendo puntato tutto esclusivamente sulla sobrietà e il realismo, durante gli psicodrammi dell’estromissione di Johnson e dell’uragano Liz Truss, immediatamente è apparso come l’unica reale alternativa; l’unico uomo che avrebbe potuto porre fine all’isteria politica. In quei giorni dell’autunno del 2022, il vantaggio del Labour fu il più alto mai registrato nella storia moderna.
Se il demerito dei conservatori non può essere ignorato (fare a pugni ai Commons non è cosa che passi inosservata in UK), neanche si può minimizzare l’operazione di Starmer a livello d’immagine che fece sì che in quel momento – quando l’inevitabile discesa nell’anarchia in campo conservatore avvenne – apparve a tutti l’uomo giusto al momento giusto, anche se le sue politiche non erano poi così distanti da quelle che proponeva Rishi Sunak.
Anche in quel senso, l’operazione si rivelò doppiamente vincente. Non serviva infatti a Sunak, riprendere qualche straccio di politica sociale, non serviva il suo tentare di rimettere in sesto l’economia. Non gli serviva, in sostanza, tentare di fare quello che avrebbe fatto Starmer nello stesso contesto solo con sfumature diverse. Era l’uomo sbagliato. Era l’uomo scaturito dal caos conservatore. L’idea di stabilità era ora incarnata dal Labour. Oltre ad avere disarmato il suo opponente a livello dialettico (non poteva essere accusato di bolscevismo corbyniano o di europeismo), lo aveva anche politicamente neutralizzato costringendolo ad abbracciare almeno alcune di quelle che erano state proposte laburiste durante l’era Johnson.
Con le sue visite a Zelensky e ad Emmanuel Macron, e il suo conclamato supporto all’Ucraina, non poteva neanche essere accusato del filo-puntinismo di Corbyn. Aveva messo in chiaro che il suo era un altro Labour e che in politica estera non ci sarebbero state sorprese.
Ma il suo capolavoro di posizionamento politico è stato all’indomani dell’attacco di Hamas contro Israele mentre le strade delle città britanniche si riempivano di centinaia di migliaia di manifestanti, prevalentemente elettori laburisti. Cedere alle pressioni interne al partito, di ministri ombra, deputati e consiglieri locali e a quelle esterne di un elettorato sceso in piazza, sarebbe stato facile. Facile ovviamente per un populista che crea la propria immagine e le proprie linee inseguendo l’elettore vocale delle piazze ma (come abbiamo detto) Starmer è l’antipopulista per antonomasia; è un politico, uno del tipo a cui non siamo più abituati, uno di quelli che non fa dietro-front a seconda di come tirano i sondaggi, per cui ha mantenuto la propria linea del diritto di Israele alla difesa, pur rischiando una rivoluzione interna, pur dovendo fronteggiare oltre 30 dimissionari tra consiglieri e deputati, di cui 8 ministri ombra. E ha vinto. Ancora una volta ha disarmato la destra che si è trovata impossibilitata ad attaccare il partito laburista per l’instabilità di quei giorni. Una scelta diversa, a Starmer sarebbe probabilmente costata l’elettorato moderato – quello della maggioranza silenziosa, spaventata dalle manifestazioni.
Pochi fronzoli, no nonsense e senso pratico. Da vice di Jeremy Corbyn, Starmer sembra avere preso nota di tutti gli stratosferici errori commessi a partire dagli anni della leadership melliflua di Ed Milliband e agito di conseguenza. Per integrità e pragmatismo ricorda Gordon Brown, il quale infatti, con Starmer, fa ritorno nell’arena politica.
I 5 punti del programma laburista sono essenziali: 1. sbloccare l’edilizia (fermando i permessi per nuove costruzioni, i conservatori hanno creato una grave carenza di alloggi e un’impennata del prezzo degli immobili); 2. rinazionalizzare l’energia gradualmente non rinnovando le concessioni in scadenza (più che contro le privatizzazioni il Labour mira a riassumere il controllo britannico, essendo l’energia del paese gestita ormai quasi interamente da enti statali stranieri, principalmente francesi, come l’EDF); 3. riportare la sanità al livello di efficienza dell’era del New Labour e costruire un sistema di assistenza all’infanzia per allentare la pressione sui genitori dalla “fine del congedo parentale fino alla fine della scuola primaria”; 4. rafforzare la sicurezza nei quartieri potenziando la polizia; 5. la transizione energetica.
Nelle riforme istituzionali, è affiancato proprio da Gordon Brown, la mente dietro le grandi riforme costituzionali fatte da Tony Blair e artefice del miracolo economico britannico della “golden age” blairiana.
Nell’autunno del 2022, demolendo le teorie economiche di Liz Truss, Brown aveva scritto: «Anche i più intraprendenti capitalisti sanno che da soli non ci si arricchisce. Occorrono lavoratori la cui istruzione è pagata da noi, il popolo britannico; servono strade e ferrovie che lo Stato mantiene; investire in innovazioni che provengono dalle nostre università finanziate con fondi pubblici; serve un sistema sanitario pubblico che le nostre tasse finanziano. Il capitale di rischio si basa sul capitale sociale; i mercati devono essere sostenuti dalla morale. Gli investimenti pubblici sono necessari per creare le condizioni per la crescita. Qualsiasi strategia di crescita sensata deve offrire qualcosa di più che sgravi fiscali e deregolamentazione. Deve supportare la scienza, l’innovazione, le infrastrutture e le competenze, con i poteri giusti nei posti giusti per creare realtà industriali competitive a livello internazionale. E deve riconoscere una verità antica ma recentemente dimenticata: che quando i forti aiutano i deboli, tutti sono più forti».
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si intravede un nuovo Rinascimento britannico. Faccio scongiuri. E rivolgo una supplica al Capo: dai anche a noi italiani uno Starmer.