
Nel suo Kant e Leopardi, Loretta Marcon riporta in maniera piuttosto estesa un ritratto che Ehregott Andreas Christoph Wasianski fa di Immanuel Kant:
“Non diceva male di nessuno. Scansava i discorsi intorno ai brutti vizi dell’uomo, come se la menzione di cattive azioni offendesse la decenza nelle conversazioni della gente onesta […]. Rendeva giustizia a ogni merito e cercava di procurare un’occupazione a persone benemerite, a loro insaputa. Non un’ombra di rivalità in lui, e meno ancora di gelosia di mestiere. Faceva del suo meglio per aiutare il principiante e agevolargli la buona riuscita. Dei colleghi parlava con il massimo rispetto […]. Invitava alla mensa molti colleghi e sapeva valutare degnamente i pregi di ciascuno. Per questa universale benevolenza verso gli uomini era incapace di pensare o parlare con disprezzo di qualche condizione umana; il suo disprezzo colpiva gli indegni individui di qualsiasi condizione, ma raramente lo esprimeva ad alta voce. […] Alla cordiale tenerezza di Kant era unita la più salda fermezza di carattere. Quando dava la sua parola, incrollabile com’era, essa valeva più dei giuramenti di altri.”
Nel saggio della Marcon questi tratti del carattere del grande filosofo tedesco sono accostati ad altri tratti, per certi versi sintonici, della personalità di Giacomo Leopardi, che secondo Giuseppe Rensi, oltre a essere il maggior poeta italiano dell’Ottocento, fu in quel secolo anche il nostro filosofo più rilevante e originale.
Leopardi probabilmente conosceva la Critica della ragion pura di Kant nella traduzione italiana del Mantovani, ma le maggiori affinità tra i due non emergono tanto sul piano teoretico quanto su quello morale, poiché entrambi attribuivano agli aspetti etici dell’esistenza un rilievo fondamentale all’interno delle rispettive concezioni della vita. Secondo Francesco Moroncini, per esempio, l’etica leopardiana, pur non appoggiandosi ad alcuna religione positiva, “è però altamente umana, e non punto lontana dalla morale evangelica”; e Walter Binni considerava Leopardi “la più grande coscienza morale del nostro Ottocento”.
Un po’ tutta l’opera leopardiana sembra corroborare questa convinzione del Binni. Anche una lettera a Pietro Giordani, di cui riportiamo un estratto, conferma come le considerazioni di Leopardi in ambito morale sapessero essere incisive, perentorie e sobriamente chiare, come quelle di un classico:
“Buoni e tristi nuotano affannosamente in un mare di travagli, dove non trovi altro posto che quello de’ fantasmi e delle immaginazioni. E per questo capo mi pare che la condizione de’ buoni sia migliore di quella de’ cattivi, perché le grandi e splendide illusioni non appartengono a questa gente: sicché ristretti alla verità e nudità delle cose, che altro si deggiono aspettare se non tedio infinito ed eterno?”
Oppure, nello Zibaldone, si legge un passo divenuto in seguito celebre per il gran numero di citazioni, dovuto forse alla sua straordinaria e perenne attualità:
“Gli uomini che valgono molto hanno le maniere semplici, e quasi sempre le maniere semplici sono prese per indizio di poco valore. È così che nel mondo trionfano i mediocri, e la bontà è equiparata alla ‘dabbenaggine’.”
Leopardi è noto per il suo pessimismo, ma il suo è in realtà solo apparente, perché si tratta piuttosto di un lucido realismo. La riflessione che segue ne racchiude una buona dose:
“Che cos’è la vita? Il viaggio di uno zoppo e infermo che, con gravissimo carico in sul dosso, per montagne ertissime e luoghi sommamente aspri, faticosi e difficili, alla neve, al gelo, alla pioggia, al vento, all’ardore del sole, cammina senza mai riposarsi dì e notte uno spazio di molte giornate per arrivare a un cotal precipizio o fosso, e quivi inevitabilmente cadere.”
Immanuel Kant non pare tuttavia meno pessimista — o realista — del nostro “pessimista” più famoso:
“Secondo la Bibbia, la nostra vita dura 70 anni o al massimo 80, e quando fu ottima, non è stata che fatica e lavoro”,
e ci lascia “il tedio di un’interminabile monotonia”. D’altra parte, “l’uomo vive ancora soltanto per dovere, non perché provi il minimo gusto della vita”.
Ma questa vita tutta orientata al dovere non impediva certo a Kant di coltivare il piacere dell’arte e dell’immaginazione, né di sprofondare in quella condizione armoniosamente malinconica che dell’attività immaginativa costituisce l’humus più propizio. Thomas De Quincey descrive così le serate di Kant quando, di ritorno dalle sue abituali passeggiate, si sedeva al tavolo di lavoro e leggeva sino al crepuscolo:
“In quella luce incerta, così amica del pensiero, dopo aver preparato una lezione o lavorato a qualche parte di un libro che stava scrivendo, si soffermava a guardare dalla finestra l’antica torre di Löbenicht; non che propriamente la guardasse, ma la torre riposava nei suoi occhi come una musica lontana che gli giungesse alle orecchie – in modo oscuro, solo in parte accessibile alla coscienza. Non vi è parola che possa dare con adeguata intensità il senso di gratificazione che egli traeva da quella vecchia torre, quando la guardava così al crepuscolo, in una quiete sognante.”
Si tratta di stati d’animo e condizioni ben noti a Leopardi, che era solito coltivarli con maggiore assiduità e poetica applicazione. Per sua stessa ammissione egli è infatti “vissuto sentendo e immaginando, quasi percependo che gli oggetti erano in realtà doppi, solo come uomo dotato d’immaginazione riesce a fare. Se questi vedrà con gli occhi una torre o una campagna, se udrà con gli orecchi una campana, al tempo stesso con l’immaginazione vedrà un’altra torre, un’altra campagna, udrà un altro suono. In questo secondo genere di obbietti sta tutto il bello e il piacevole delle cose. Trista quella vita (ed è pur tale la vita comunemente) che non vede, non ode, non sente se non che oggetti semplici, quelli soli di cui gli occhi, gli orecchi e altri sentimenti ricevono la sensazione.”
Ecco: guardare oltre il consueto, saper vedere altri oggetti dietro i fenomeni più immediatamente percepibili, considerare le cose come realtà assolute, non soggette alla percezione e alla mediazione umana, e dunque saper prospettare un’altra dimensione — essere attratti dai limiti indefiniti che vi alludono e oltre i quali può correre l’immaginazione — è una condizione che entrambi, il filosofo tedesco e il poeta-filosofo italiano, hanno saputo coltivare e sviluppare.
Perché in fondo, scrive la Marcon, per entrambi “la compiutezza della vita è collegata con ciò che in essa manca”: per questo cercarono di “andar oltre l’esperienza immediatamente accessibile”, fino a trasfigurarla nell’esperienza consapevole di un limite. Un limite che, per un verso, è quello della ragione, ma che, per altro verso, si rivela come la soglia che consente di fingere e prefigurare un immaginario noumenico, assoluto e indefinito, in cui la stessa ragione che lo concepisce può essere sopraffatta dal trasumanare del cuore — che, nel pensiero di quel limite, si finge e si spaura.
Loretta Marcon, Kant e Leopardi, Guida Editore.

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