

Quando sono sul palco, cerco di fare una cosa: portare gioia alle persone. Proprio come fa la chiesa. La gente non va in chiesa per trovare problemi, ma per perderli.
James Brown

“Fear of the Black Planet” è il titolo di un famoso album dei Public Enemy pubblicato nel 1990. In effetti, per musica, tematiche affrontate nelle canzoni e impatto sul monopolio bianco del mercato discografico, un certo panico lo si è visto al dilagare della musica nera. Il ritmo come forza che muove il corpo e argomenti come il razzismo e la sessualità sono punti di forza di un’espressività che ha radici molto profonde nella musica contemporanea.
Un primo passo in questo mondo lo facciamo insieme al reverendo James Brown. Così com’è stato immortalato da John Landis nel leggendario “The Blues Brothers”. In lui abita un magnetismo soprannaturale ed il personaggio è indubbiamente in bilico tra il diavolo e l’acquasanta: perfetto per le nostre chiacchiere! Siamo o no anche noi santi e peccatori?
Come tutti i religiosi che si rispettino il nostro uomo ha alle spalle anche una parentesi criminale, finita con tre anni di riformatorio per rapina a mano armata. A cui possiamo aggiungere un’esperienza sportiva come pugile e giocatore di baseball. Tanto per dare una genesi all’esplosiva presenza sul palco di James, alla sua inarrivabile energia, a quel sudore che lo ricopre integralmente al termine di ogni esibizione.
The Godfather of Soul è stato un uomo di colore nell’America del razzismo peggiore, tutt’altro che debellato. Anzi, rifiorito con il maleodorante trumpismo dei nostri giorni e l’ossessione di riportare in auge il “white power”, minacciato dalla demografia.
L’America che non concedeva i camerini agli artisti di colore, costringendoli a cambiarsi in auto non è un ricordo del passato, magari non in forme così plateali. Tuttavia, il razzismo e la segregazione economica son entrambi vivi e vegeti. Mescolate gli ingredienti di una rabbia alla nitroglicerina in un’epoca infiammabile. Ecco a voi sul palco Mr Dynamite. Un uragano.
A fulminare Brown sulla via della musica all’età di dieci anni è stato proprio un reverendo, Padre Bishop Manuel “Daddy” Grace. Era un predicatore itinerante assai popolare tra le comunità nere negli anni Cinquanta.
James impara da lui l’agilità scenica fatta di riccioli, unghie luccicanti, mantelli e abiti sfarzosi. E la capacità di tenere in pugno i fedeli con rituali gospel a metà tra il parlato e il cantato. I cui crescendo musicali culminavano in un grido liberatorio. Espressione di un dolore spirituale per la condizione di segregazione in cui viveva la comunità afroamericana. Come Cassius Clay/Muhammad Alì anche James Brown incarna questa battaglia contro razzismo e segregazione. Non a caso “The Godfather of Soul” accompagnerà Alì nella spedizione africana per il mitico incontro contro George Foreman, passato alla storia come “Rumble in the Jungle”. L’orgoglio nero, il ritorno in Africa… Eccolo ancora dal vivo alla TV di Stato nostrana, la RAI, quando aveva ancora un senso pagare il canone:
m o s t r u o s o e presentato da Alberto Lupo.
James Brown è sesso, sudore, umori, odori, sapori. Non cerca mai di ricreare la patina di raffinatezza degli artisti Motown. Non cerca di essere accettato dal mercato. Punta a un contatto viscerale e rituale con il pubblico. James sapeva che quelli che venivano a vederlo volevano spesso dimenticare una giornata faticosa o un’infernale settimana. Per loro metteva in piedi uno spettacolo che ripuliva la mente da tutti i rottami. James Brown è un costruttore di fede, fede nel senso di gioire dell’esistenza, celebrarne la bellezza, l’energia, l’unicità. Sul palco un acrobata, con l’asta del microfono capace di fare l’impossibile, pronto a ballare, cantare, urlare, saltare.
Lo amo per questo, per il fuoco che lo abitava, l’amore per il pubblico, il concerto come rituale catartico, capace anche di fermare la violenza. Come subito dopo l’omicidio di Martin Luther King.
James ha dato un contributo decisivo per fermare la probabile esplosione di disordini razziali parlando al suo pubblico ai concerti proprio in quei giorni. Mr Dynamite era attivo per cause umanitarie. Era attento a non sterilizzare la musica black, ma ad esaltarne la fisicità, il ritmo, l’erotismo crudo e a sbattere in faccia ai bianchi la forza irrefrenabile del soul e del funk. Questi suoni erano estranei alle melodie da visi pallidi.
Questo suo essere “schietto”, il non diluire il suono black, ne fa un riferimento per artisti completamente diversi. Mick Jagger degli Stones ad esempio ne comprende bene la grandezza. Studia James come maestro di fisicità sul palco. Oppure Miles Davis che vede nel funky e nel parossismo ritmico una via per infettare il jazz e traghettarlo fuori dal be-bop.
Ora che una manciata di oligarchi bianchi e un rigurgito di suprematisti e suprematiste dai capelli regolarmente biondi intossica gli Stati Uniti, nell’ossessione di diventare una minoranza, cosa potevo mai fare se non versare benzina sul fuoco e appiccare un bell’incendio sonoro? Allora andiamo in cucina ragazzi e ragazze. Vi propongo quasi due ore di James Brown per un’orgiastico venerdì di ritmo, danze e follie varie a vostra scelta:
James Brown è uno dei fondamenti ineludibili della musica moderna. Soprattutto ha portato il blues ed il soul nel fuoco del ritmo, arroventandolo di una fisicità di cui è ancora esclusivo custode. Sangue bollente come nessuno mai.
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