Papa Bergoglio ha definito l’usura “una piaga purulenta che ferisce la dignità inviolabile della persona umana”. Prima di lui, Papa Ratzinger l’aveva fustigata come “un immane flagello sociale, una umiliante schiavitù”. Eppure si tratta di un fenomeno, come ha scritto Jacques Le Goff in un saggio pubblicato per la prima volta da Laterza nel 1987, che -con la sua miscela esplosiva di economia e religione- ha accompagnato il parto del capitalismo (“La borsa e la vita. Dall’usuraio al banchiere”). Secondo l’eminente medievista francese, chi lo scrutasse con le lenti del “pawnbroker”,il prestatore a pegno descritto nei romanzi inglesi dell’Ottocento o nei film hollywoodiani (per tutti, “L’uomo del banco dei pegni” di Sidney Lumet), si metterebbe però fuori strada. Non sarebbe in grado, cioè, di comprendere fino in fondo questo “Nosferatu della società cristiana”: vampiro terrificante, un succhiatore di denaro spesso paragonato all’ebreo deicida e profanatore dell’ostia. Quel fenomeno infatti ha più facce. In un mondo in cui sullo scudo d’oro coniato da san Luigi (1214-1270) è inciso “Nummus vincit, nummus regnat, nummus imperat” (“Il denaro è vincitore, è re, è sovrano”); e in cui l’avarizia -ossia la cupidigia, peccato borghese di cui l’usura è figlia- spodesta dal primo posto tra i sette peccati capitali la superbia -ossia l’orgoglio, peccato feudale- l’usuraio diventerà un personaggio corteggiato e detestato, potente e fragile.
L’usura è uno dei grandi problemi del Duecento. Quando la diffusione dell’economia monetaria minaccia gli antichi valori cristiani, si apre una lotta accanita che ha come posta in gioco la legittimazione del profitto lecito, e la sua distinzione dall’interesse illecito. Per altro verso, mentre il nemico da combattere resta Mammona, che nella tarda letteratura rabbinica simboleggia la ricchezza iniqua, la concezione del peccato si spiritualizza e si interiorizza.La sua gravità, cioè, viene ora misurata col metro dell’intenzione del peccatore. Questa morale dell’intenzione viene elaborata da tutte le principali scuole teologiche dell’epoca. Il risultato è un radicale cambiamento nella pratica della confessione.Da collettiva e pubblica diviene individuale e privata, passa “dalla bocca all’orecchio”. Si apre così un mondo inedito, quello dell’introspezione psicologica. Codici, precetti e decreti continuano a stigmatizzare l’usura. Ma, nella nuova giustizia penitenziale, l’usuraio viene giudicato discrezionalmente dal confessore. Beninteso, la sua “borsa” è sempre maledetta, sebbene nella dottrina ecclesiastica medievale usura e interesse non siano sinonimi, né lo sono usura e profitto.
In un’economia chiusa, in cui la circolazione della moneta era scarsa, l’usura non costituiva ancora un grosso problema. Provvedevano i monasteri a fornire la maggior parte del credito occorrente. “Donna Usura” domina la scena nel corso del dodicesimo secolo, quando la ruota della fortuna gira non solo per cavalieri e nobili, ma anche per i borghesi delle città che fervono di lavoro e di affari. La chiesa ne è scossa. Papa Innocenzo IV (1195-1254) e il canonista Enrico da Segusio, detto l’Ostiense, intravedono lo spettro delle carestie nelle campagne abbandonate dai contadini, perché privati del bestiame e degli attrezzi dai proprietari terrieri, anch’essi attirati dai guadagni dell’usura.
Gli anatemi contro l’usura si inaspriscono. Essa è sempre meno una colpa, e sempre più un peccato. Per Anselmo (1033-1109) non era solo un “profitto vegognoso”, era un furto. Per Tommaso d’Aquino (1225-1274) era un furto che metteva in discussione la virtù regale della giustizia, tanto più in un mercato che cominciava a organizzarsi sulla base dei principi del giusto prezzo e del giusto salario. L’usura, pertanto, era un peccato anche contro il giusto prezzo. “Nummus non parit nummos” (“Il denaro non si riproduce”), ammonisce il Dottore Angelico. “La moneta è stata in primo luogo inventata per gli scambi; il suo uso naturale e primo è dunque di essere utilizzata e spesa negli scambi. Per cui è ingiusto ricevere un prezzo per l’uso del denaro prestato; è in ciò che consiste l’usura” (“Summa teologica”). E nella “Tabula exemplorum”, manoscritto del secolo decimoterzo conservato nella Biblioteca Nazionale di Parigi, si può leggere: “Tutti gli uomini si astengono dal lavorare nei giorni di festa, ma i buoi usurari lavorano incessantemente, offendendo così Dio e tutti i santi; e l’usura, dal momento che pecca senza fine, senza fine deve anche essere punita”. L’usura, insomma, non poteva avere che un destino: l’Inferno. Ma già a metà del quinto secolo san Leone Magno si era espresso con una massima che risuonerà lungo tutta l’Età di mezzo: “Fenus pecuniae, funus est animae” (“Il profitto usurario del denaro è la morte dell’anima”).
Un radicato pregiudizio storico lega strettamente l’immagine dell’usuraio a quella dell’ebreo. Le Goff lo smonta in un paio di pagine da far leggere in tutte le scuole italiane. Fino al dodicesimo secolo, il prestito a interesse che non metteva in gioco somme considerevoli era in effetti nelle mani degli ebrei, in quanto non avevano libero accesso alle attività produttive. Non restava loro altro, con l’eccezione di alcune professioni liberali come la medicina, che far rendere il denaro, al quale peraltro il cristianesimo negava ogni fecondità. Come si è accennato, il quadro si modifica quando il progresso degli scambi sollecita un forte sviluppo del credito. Va aggiunto che la condizione degli ebrei era peggiorata già verso l’anno Mille e poi nel periodo delle crociate, ad opera soprattutto delle masse in cerca di capri espiatori delle calamità -guerre, carestie, epidemie- che devastavano il continente europeo. L’esplosione delle rivolte popolari aveva rinfocolato l’ostilità della chiesa verso i giudei, prestando il fianco a un antisemitismo ante litteram. Gli usurai cristiani erano giudicati dalle “Ufficialità”, tribunali ecclesiastici di solito indulgenti nei loro confronti, che lasciavano a Dio il compito di punirli con la dannazione. Ma ebrei e stranieri dipendevano dalla giustizia laica, assai più dura e intransigente. La repressione parallela dell’ebraismo e dell’usura, pertanto, contribuiva sia ad alimentare spinte antisemite, sia a rendere ancor più tetra l’iconografia dell’usuraio ebreo.
Beninteso, anche l’usuraio cristiano era un peccatore. L’usura era un furto, dunque l’usuraio era un ladro. Ma era un ladro speciale, perché rubava a Dio. Egli vendeva il tempo che intercorre tra il momento in cui prestava il denaro e il momento in cui veniva rimborsato con l’interesse. Ma il tempo non appartiene che a Dio. Ladro di tempo, l’usuraio era un ladro del patrimonio di Dio. C’è un’altra categoria professionale che subisce un’accusa simile: sono i nuovi docenti universitari che, al di fuori del circuito dei monasteri e delle cattedrali, insegnavano a studenti da cui ricevevano una retribuzione, la “collecta”. San Bernardo (1090-1153) li aveva censurati come “venditori e mercanti di parole”, poiché vendevano quella scienza che -al pari del tempo- non apparteneva che al Creatore. Questi ladri di scienza, tuttavia, saranno presto accettati in quanto lavoratori intellettuali. Nel Duecento, infatti, il lavoro viene posto a fondamento della ricchezza terrena e della salvezza eterna. Ma se l’usuraio voleva sperare nella seconda, doveva rinunciare alla prima. Doveva cioè restituire integralmente il frutto illecito delle sue speculazioni.
Pure, l’Alto Medioevo aveva messo all’indice numerosi mestieri, legati agli ancestrali tabù del sangue, della sporcizia e del denaro: osti, macellai, chirurghi, prostitute, notai, mercanti; ma anche sellai, calzolai, giardinieri, cambiavalute, sarti, mugnai. Un altro criterio, più strettamente cristiano, faceva riferimento ai sette peccati capitali. Albergatori, tavernieri e giocolieri favorivano la dissolutezza. L’avarizia caratterizzava i mercanti e gli uomini di legge, la gola il cuoco, la superbia il cavaliere, l’accidia il mendicante. Il tredicesimo secolo e il suo sistema teoretico -la Scolastica- si preoccupano invece di venire incontro all’evoluzione dei costumi e riabilitano molteplici occupazioni, distinguendo quelle illecite per natura da quelle che lo erano solo occasionalmente. L’usuraio non trae vantaggio da questa nuova casistica. Insieme al giocoliere e alla prostituta, sarà l’unico a essere condannato “in sé”, anche se mercante. Gli usurai che compaiono nell’Inferno di Dante sono mercanti-banchieri di primo piano: i Gianfigliazzi e gli Obriachi, gli Scrovegni, Vitaliano del Dente, podestà nel 1307. Il mercante medievale, insomma, è perennemente in odore di usura.
Ma una cosa -sottolinea Le Goff- erano le esecrazioni dottrinarie, un’altra la realtà effettuale. Nelle omelie la ripulsa dell’usura era totale. Nella pratica, essa era osteggiata con prudenza e moderazione. Era addirittura tollerata, a patto che il tasso d’interesse richiesto non fosse troppo superiore a quello di mercato. […] Quanto all’usuraio, si comincia ad ammettere che il rischio sopportato per l’eventuale insolvenza o la malafede del debitore (“periculum sortis”) meritava di essere remunerato. In ogni caso, anche lui può adesso sfuggire al Purgatorio e all’Inferno. Basta che restituisca il maltolto e si confessi. Con un pentimento sincero l’usuraio poteva salvarsi anche in punto di morte. Del resto, il pentimento senza penitenza conduceva al Purgatorio, in cui le afflizioni non mancavano. Non c’era dunque ragione per dubitare della sua buona fede. In fondo, il Purgatorio non era che uno dei modi in cui la chiesa strizzava l’occhio all’usuraio riconoscendone surrettiziamente la funzione sociale. Ma era il solo che gli assicurava la salvezza. Perchè esso, come afferma l’abate Cesario di Heisterbach (1180-1240) a proposito di una giovane suora che aveva fornicato con un monaco, è “la speranza”.
E la speranza del Purgatorio conduce alla speranza del Paradiso. Per l’usuraio, la speranza era doppia: di avere la borsa piena in vita e di godere della beatitudine eterna dopo la morte. Come una rondine non fa primavera, conclude Le Goff, così un usuraio in Purgatorio non fa il capitalismo. Ma un sistema economico non ne sostituisce un altro se non alla fine di una faticosa corsa ad ostacoli. La storia sono gli uomini, e “gli iniziatori del capitalismo sono gli usurai, mercanti dell’avvenire”. Mercanti di quel bene, il tempo, che nel secolo decimoquinto Leon Battista Alberti chiamerà denaro. Questi uomini erano dei cristiani. Ciò che tratteneva le loro energie non erano le scomuniche papali. Era “la paura, la paura angosciosa dell’Inferno”. In una società in cui ogni forma di coscienza era anzitutto una forma di coscienza religiosa, la speranza di sfuggire all’Inferno grazie al Purgatorio permetterà all’usuraio di essere un protagonista del passaggio dal feudalesimo al capitalismo.
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