

Negli anni ’50 i social-comunisti festeggiavano la ricorrenza della Liberazione innalzando le effigi del “Padre della Pace”, Josif Stalin e condannando l’imperialismo della Nato, cioè l’alleanza difensiva delle democrazie contro la Russia sovietica, che si era ingoiata mezza Europa e l’avrebbe risputata solo alla fine degli anni ’80, pochi anni prima di tirare le cuoia e di degenerare in una satrapia omicidiaria, imbevuta di frustrazioni e paranoie imperiali.
Più di settant’anni dopo, i faccendieri e i travet della memoria post-resistenziale ripropongono, senza sostanziali variazioni sul tema, la malafede del partigianato pacifista. Ve ne sono tutti gli ingredienti: la condiscendenza verso l’espansionismo ideologico-militare della Russia; l’avversione moralistica – “pazzi, volete la guerra!” – alle pretese di libertà dei popoli refrattari alla regimentazione coatta in un’area di influenza ricalcata sui confini dello spazio sovietico; l’ostilità alla solidarietà democratica, cui, pure se in modo alquanto riluttante, la gran parte dei Paesi europei si sentono chiamati verso l’Ucraina, la Georgia, la Moldova e tutti i possibili bersagli del revanscismo russo.
Ora, come allora, la difesa della libertà è chiamata guerra e la giustificazione dell’oppressione è chiamata pace. Ora, come allora, il nirvana pacifista è semplicemente l’arbitrio incontrastato del Leviatano. D’altra parte, che queste posizioni non nascano dall’intransigenza nonviolenta, ma dalla cattiva coscienza ideologica era ampiamente dimostrato ai tempi di Stalin, ed è a maggior ragione confermato ai tempi di Putin, dall’ampia disponibilità al fiancheggiamento pacifista di qualunque resistenza armata si opponesse e si opponga a un nemico rubricabile, anche all’ingrosso, come “occidentale”. Come benedicevano negli anni ’50 la resistenza dei nord-coreani al capitalismo, oggi i pacifisti possono benedire la resistenza di Hamas al sionismo. Ma la resistenza europea e europeista degli ucraini, quella mai.
La sola differenza – e che differenza! – rispetto a settant’anni fa è che gli Stati Uniti oggi giocano fuori e contro il campo dell’Occidente e che i confini geografici e spirituali delle democrazie euro-atlantiche (e dei loro alleati) si vanno ingarbugliando e confondendo in modo impressionante.
Per essere però fino in fondo coerenti nel loro pacifismo anti-ucraino e anti-europeo, i lugubri emuli di Pietro Secchia dovrebbero oggi innalzare le effigi dei gemelli diversi della peste anti-occidentale contemporanea, Donald Trump e Vladimir Putin, dopo averli di fatto battezzati nuovi padri della pace contro l’avventurismo bellicista di Zelensky.
Però, occorre anche dire che se in Italia la gran parte della sinistra è l’erede naturale e legittima del pacifismo social-comunista degli anni ‘50, purtroppo la totalità della destra è sostanzialmente estranea all’atlantismo primo-repubblicano ed è pure completamente in balia della geopolitica affaristica di Trump, oltre che dei ricatti delle quinte colonne moscovite della Lega.
Quindi, dietro le solite stucchevoli tiritere sulla pregiudiziale antifascista che da decenni divide la destra dalla sinistra, non ci sarà né da un lato, né dall’altro qualcuno che dica parole chiare contro il disarmo e la capitolazione della democrazia europea orchestrata dai soci di Washington e di Mosca. A ulteriore dimostrazione che il bipolarismo italiano è il fondale di cartapesta del partito unico della fuga dalla realtà e dalla responsabilità politica.
La guerra contro l’Ucraina dimostra che l’Italia è davvero rimasta senza Resistenza, tra i nuovi “Partigiani della Pace” e la scomparsa di una destra atlantista. Altro che 25 aprile!
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Condivido i presupposti e temo le conseguenze . Che l’Europa ci salvi, perché dubito che saremmo in grado da soli
Completamente d’accordo. Bisognerebbe però aggiornare il concetto di atlantismo, che nel nuovo millennio ha subíto una trasformazione non solo semantica ma sostanziale.