

Si può sostenere il diritto di Israele a esistere e, insieme, criticare duramente il governo Netanyahu. Il punto è distinguere tra lo Stato, la sua legittimità, le scelte politiche di chi lo guida e l’antisemitismo che spesso traveste da critica ciò che è ostilità verso l’ebraismo.
Il come sempre ottimo e documentato articolo di Donatello D’Andrea su InOltre di ieri, pone la questione di come è rappresentata la realtà israeliana e le reazioni che produce.
Un problema serio nella sua totalità, del quale in questa sede mi propongo di affrontare il nocciolo più controverso.
Si può essere “sionisti” e, nel contempo, esecrare la politica del governo presieduto da Netanyahu con l’appoggio dei suoi sodali?
Cerchiamo di fare un po’ di chiarezza, premettendo che chi scrive è un italiano ebreo e che, come affermava Max Weber, è moralmente corretto non celare i propri riferimenti culturali quando si svolge un’analisi politica.
Ho avuto modo di ribadire più volte, e in varie sedi, che il movimento sionista fondato da Theodor Herzl ha esaurito il proprio compito nel momento stesso in cui ha raggiunto il suo unico obiettivo: la creazione di un focolare nazionale ebraico in quella che allora anche gli ebrei chiamavano Palestina ed era un mandato britannico affidato dalla Società delle Nazioni dopo il disfacimento dell’Impero Ottomano.
La nascita dello Stato d’Israele rappresentò il compimento di quell’aspirazione, punto.
Definire oggi “sionisti” gli israeliani e coloro che nel mondo sostengono Israele o semplicemente ne comprendono le ragioni equivale, a mio avviso, a negarne implicitamente il diritto a esistere.
Mi si passi il paradosso: in un certo senso sarebbe come chiamare “risorgimentali” gli italiani, laddove il Risorgimento fu un processo ancora in fieri nel 1870, con la breccia di Porta Pia, concludendosi poi con l’annessione di Trento e Trieste dopo la vittoria contro l’Impero austroungarico nel novembre del 1918.
Quando una nazione completa il proprio percorso unitario di fondazione, nato da una rivoluzione o da altri eventi storici, diviene uno Stato se ottiene il riconoscimento giuridico della comunità internazionale. Così avvenne per il Regno d’Italia, che von Metternich nel 1847 aveva definito una “espressione geografica” e che la regina di Spagna Isabella II riconobbe soltanto nel 1865. Lo stesso è valso per gli Stati Uniti d’America e per le nuove nazioni sorte dalla decolonizzazione in Africa, Asia e America Latina; deve valere anche per Israele.
Chi non riconosce a Israele il diritto di esistere dovrebbe trovare un altro modo per esprimere la propria convinzione, senza rifugiarsi dietro il termine sionismo che, in questo senso, ha perso il suo significato originario. Definirsi anti-israeliano sarebbe forse più logico e più onesto.
Chiarita questa questione ipocritamente nominalistica, veniamo a Netanyahu.
Molti, come Anna Foa, sostengono che Israele, per effetto delle scelte compiute dal suo governo, non possa più essere annoverato tra i Paesi democratici. Altri concentrano invece tutto il proprio risentimento sulla figura di Netanyahu, commettendo così un grave errore di semplificazione.
Ai primi consiglierei di attendere le elezioni previste entro l’autunno del 2026. Se, come tutto lascia prevedere, esse si svolgeranno regolarmente, qualunque ne sia l’esito sarà perlomeno azzardato continuare a sostenere quella tesi. Dovranno trovare motivazioni nuove.
Quanto a Netanyahu, è certamente lecito, e forse doveroso, essere critici nei confronti del governo che presiede, nel quale siedono ministri religiosi estremisti come Itamar Ben-Gvir e Bezalel Smotrich, che quasi quotidianamente, con parole e azioni, mostrano il volto più aggressivo e retrivo della coalizione. Purtroppo essi sono indispensabili per garantire la sopravvivenza dell’esecutivo, assicurandogli la maggioranza alla Knesset.
La principale responsabilità politica di Netanyahu è stata quella di aver sacrificato l’unità nazionale successiva alla guerra di Gaza per non perdere l’appoggio dei partiti religiosi che sostengono il governo. Secondo molti osservatori, egli teme che la fine del suo mandato possa riaprire con maggiore forza le vicende giudiziarie che lo riguardano, senza garanzie di immunità.
Vi è anche chi ipotizza che il protrarsi del conflitto su più fronti risponda, almeno in parte, alla necessità di rinviare il momento della resa dei conti politico-giudiziaria. Ma, fino a prova contraria, Netanyahu guida un governo pro tempore (come tutti i governi democratici) e, prima o poi, il giudizio degli elettori arriverà.
La società israeliana appare oggi profondamente divisa. Una parte, fino a questo momento minoritaria, continua a ritenere possibile una soluzione fondata sulla pacifica convivenza con i palestinesi. Un’altra parte, oggi maggioritaria, ritiene invece che le condizioni di sicurezza non consentano simili aperture, più volte respinte a suo tempo anche dall’OLP, e preferisce convivere con una situazione di conflitto permanente.
Il governo Netanyahu ha scelto la seconda strada.
Il 7 ottobre 2023 e quanto ne è seguito possono essere letti anche come il risultato della convinzione che Hamas ed Hezbollah fossero soltanto problemi di ordine pubblico gestibili. Considerarli in questi termini consentiva infatti di rinviare il confronto con la prospettiva dei “due popoli, due Stati”, alla quale il governo e la sua maggioranza si sono sempre mostrati contrari e hanno anzi operato per allontanare sine die tale ipotesi.
Più difficile immaginare quale sarebbe stata la reazione di un governo di segno opposto di fronte agli eventi del 7 ottobre. Personalmente ritengo che, almeno nella fase iniziale, essa non sarebbe stata molto diversa.
È possibile tuttavia che un esecutivo di altra impostazione non avrebbe investito con la stessa convinzione sugli Accordi di Abramo promossi da Donald Trump, che molti analisti indicano come uno dei fattori che hanno contribuito a inasprire il quadro regionale culminato nel pogrom del 7 ottobre.
Le guerre recenti e tuttora in corso contro l’Iran e i suoi proxy, che hanno visto Israele combattere da solo o con l’aiuto degli Stati Uniti, non sono concluse e per ora non è possibile prevederne gli esiti. Si può discutere della loro utilità, ma non della legittimità delle loro motivazioni, fintanto che sarà in gioco l’esistenza stessa dello Stato.
Tutto ciò ha contribuito a generare quel vero e proprio tsunami di antisemitismo al quale stiamo assistendo dall’inizio della guerra di Gaza. Un fenomeno che continua a manifestarsi anche attraverso rappresentazioni mediatiche spesso unilaterali del conflitto.
Ho volutamente utilizzato il termine “antisemitismo” perché ritengo che, in molti casi, non si tratti soltanto di critica politica a Israele, ma di una deformazione ideologica che trascende il giudizio sui governi e finisce per colpire l’intero ebraismo, compreso quello del tutto estraneo e incolpevole della diaspora che vive principalmente in America ed Europa.
Prima o poi il governo Netanyahu verrà sostituito, ma in mancanza di una soluzione che garantisca la convivenza pacifica difficilmente in Medio Oriente scoppierà la pace.
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Non sono d’accordo sull’assunto di base: il movimento sionista avrà esaurito il proprio compito nel momento in cui nessuno metterà più in discussione il diritto di Israele a esistere. E naturalmente non avrebbe senso chiamare risorgimentali gli italiani appunto perché a nessuno al mondo è mai passato per la testa di contestare questo diritto all’Italia, così come
a nessuno viene in mente di non riconoscere Roma come sua capitale, nonostante per averla come capitale sia stato necessario sottrarla con un atto di forza a uno stato sovrano.
Quanto ai “due popoli due stati”, quello che ne pensa Israele conta meno di zero, perché l’unica cosa che conta è che non lo accettano né hamas, né l’OLP, cioè l’AP, che oltre a non averlo accettato nel ’47, continuano a non accettarlo neanche oggi
Dalla Costituzione di Al-Fatah (cioè l’OLP, cioè l’AP, reperibile in rete in inglese):
Articolo (2) Il popolo palestinese ha un’identità indipendente. Essi sono l’unica autorità che decide il proprio destino e hanno completa sovranità su tutte le loro terre.
Articolo (3) La rivoluzione palestinese ha un ruolo guida nella liberazione della Palestina.
Articolo (4) La lotta palestinese è parte integrante della lotta mondiale contro il sionismo, colonialismo e imperialismo internazionale.
Articolo (5) La liberazione della Palestina è un obbligo nazionale che ha bisogno del supporto materiale e umano della Nazione Araba.
Articolo (6) Progetti, accordi e risoluzioni dell’Onu o di singoli soggetti che minino il diritto del popolo palestinese nella propria terra sono illegali e rifiutati.
Articolo (9) La liberazione della Palestina e la protezione dei suoi luoghi santi è un obbligo arabo religioso e umano.
Articolo (17) La rivoluzione armata pubblica è il metodo inevitabile per liberare la Palestina.
Articolo (19) La lotta armata è una strategia e non una tattica, e la rivoluzione armata del popolo arabo palestinese è un fattore decisivo nella lotta di liberazione e nello *sradicamento dell’esistenza sionista*, e la sua lotta non cesserà fino a quando lo stato sionista non sarà demolito e la Palestina *completamente* liberata.
E che l’obiettivo non sia mai cambiato hanno continuato e continuano a dimostrarlo con le parole e con i fatti. Quindi, di che cosa stiamo parlando?
E’ un aspetto che è sempre stato sottovalutato (anche dal sottoscritto in passato, non avendo mai approfondito) e mai rimarcato dai media e giornalisti vari: il problema dei palestinesi non si può ricondurre solo ad Hamas, dato che anche dalle parti di Fatah (considerato più “moderato” da fuori, ma direi diversamente estremista) la loro questione di come valutare lo Stato di Israele è trattata sullo stesso piano.
Sostanzialmente la differenza fra Abu Mazen e Arafat o il capo di hamas sta nel fatto che lui porta la cravatta (la stessa che c’è fra il nuovo padrone della Siria oggi e la stessa persona un paio di anni fa). E anche con lui, come con Arafat, va fatta una netta distinzione fra quello che dice in inglese per gli allocchi occidentali e quello che dice in arabo per i suoi. Poi fra hamas e Fatah ce n’è un’altra: l’obiettivo d hamas è quello di eliminare tutti gli ebrei esistenti sulla Terra mentre Fatah si accontenta, moderatamente, di eliminare solo quelli che vivono “dal fiume al mare”.