

Il porto di Berbera e le rotte di Bab el-Mandeb sono al centro della competizione tra Israele, Emirati, Stati Uniti, Iran e Houthi. Per il Somaliland, investimenti e riconoscimento internazionale portano nuove opportunità, ma anche il rischio di diventare un fronte della contesa mediorientale. Seconda parte. La prima qui.
Berbera, il porto che vale uno stretto
La crescente attenzione internazionale verso il Somaliland non può essere compresa senza analizzare la posizione geografica di Berbera. La città, affacciata sul Golfo di Aden, si trova a poche centinaia di chilometri dalle coste dello Yemen e controlla idealmente l’accesso occidentale allo stretto di Bab el-Mandeb, il passaggio obbligato che collega il Mar Rosso all’Oceano Indiano.
È proprio questa posizione a trasformare Berbera in una pedina strategica.
Bab el-Mandeb, come abbiamo evidenziato in precedenti analisi, è uno dei colli di bottiglia più importanti del commercio mondiale. Ogni anno, attraverso questo stretto, transitano migliaia di navi che collegano l’Asia con l’Europa attraverso il Canale di Suez. Petrolio proveniente dal Golfo Persico, gas naturale liquefatto, container cinesi diretti verso i mercati europei, prodotti industriali, cereali e materie prime percorrono questa rotta.
Gli attacchi degli Houthi alle navi commerciali, iniziati dopo l’inizio della guerra di Gaza, hanno dimostrato quanto rapidamente una crisi regionale medio-orientale possa trasformarsi in un problema globale. Diverse compagnie di navigazione hanno scelto di evitare il Mar Rosso e circumnavigare l’Africa, passando dal Capo di Buona Speranza. Una scelta che aumenta tempi di consegna, consumi di carburante e costi assicurativi.
Per questo, possedere un’infrastruttura militare e logistica nei pressi di Bab el-Mandeb significa avere una capacità di influenza enorme. Ed è qui che entra in gioco il porto di Berbera.
Gli Emirati e la trasformazione di Berbera
Il ruolo degli Emirati Arabi Uniti è tutt’altro che secondario: Abu Dhabi ha individuato nel Corno d’Africa uno degli spazi fondamentali della propria strategia regionale. Negli ultimi anni gli Emirati hanno costruito una rete di basi, porti e accordi economici lungo alcune delle principali rotte commerciali mondiali: dalla costa yemenita fino al Mar Rosso e all’Africa orientale.
Nel 2017 il Somaliland e gli Emirati firmano un accordo di cooperazione nel settore della difesa che consente ad Abu Dhabi di sviluppare infrastrutture militari presso Berbera. Parallelamente, la società emiratina DP World, uno dei più grandi operatori portuali mondiali, ottiene la concessione per modernizzare e gestire lo scalo commerciale.
L’investimento trasforma progressivamente Berbera da porto regionale marginale a potenziale hub logistico internazionale.
Il progetto comprende l’ampliamento dei terminal, nuove aree di stoccaggio, collegamenti stradali verso l’Etiopia e l’inserimento del porto nelle grandi reti commerciali dell’Africa orientale.
L’interesse emiratino punta all’Etiopia: con oltre 120 milioni di abitanti e senza accesso diretto al mare dal 1993, questo Stato rappresenta uno dei mercati più importanti dell’Africa. Tradizionalmente Addis Abeba dipende quasi completamente dal porto di Gibuti per oltre il 90% del proprio commercio estero.
Berbera offre quindi un’alternativa strategica. Un corridoio commerciale che colleghi il Somaliland all’Etiopia ridurrebbe la vulnerabilità etiope nei confronti di Gibuti e aumenterebbe il peso politico di Hargeisa nella regione.
Per gli Emirati, inoltre, il controllo di infrastrutture portuali lungo il Mar Rosso permette di proteggere gli interessi economici nazionali e garantire maggiore sicurezza alle proprie rotte commerciali.
Ma negli ultimi mesi Berbera ha assunto anche una dimensione militare.
La base che guarda verso lo Yemen
Secondo uno scoop partito da Le Monde il 7 luglio 2026, gli Emirati Arabi Uniti starebbero costruendo segretamente una nuova infrastruttura militare presso l’aeroporto di Berbera, destinata a sostenere gli interessi di Stati Uniti e Israele. Le immagini satellitari analizzate dal quotidiano francese mostrano lavori significativi nell’area meridionale della pista.
Tra ottobre 2025 e marzo 2026 sarebbero state scavate almeno diciotto grandi trincee in tre differenti zone del terreno. Secondo una fonte della sicurezza europea citata da Le Monde, queste strutture sotterranee potrebbero corrispondere a depositi di munizioni o serbatoi di carburante protetti.
La posizione geografica della struttura è particolarmente rilevante: l’aeroporto di Berbera si trova a circa sette chilometri dal centro della città costiera e permette di operare direttamente verso il Golfo di Aden e lo Yemen. Per Israele significa disporre di una piattaforma molto più vicina alle aree dove operano gli Houthi rispetto alle proprie basi tradizionali.
Per gli Stati Uniti rappresenta invece un ulteriore punto di pressione lungo una delle principali arterie energetiche mondiali.
La costruzione di queste infrastrutture coincide temporalmente con una svolta diplomatica: il riconoscimento dell’indipendenza del Somaliland da parte di Israele, annunciato il 26 dicembre 2025 dal governo guidato da Benjamin Netanyahu.
Una decisione politicamente enorme, perché si tratta del primo riconoscimento internazionale in 35 anni di vita della nazione.
Nella storia recente, Israele ha raramente riconosciuto nuove entità statali in assenza di un ampio consenso internazionale, tantomeno se islamiche. La scelta dimostra quanto il valore strategico del territorio sia oggi considerato superiore ai possibili costi diplomatici.
La reazione dell’Iran e degli Houthi
La prospettiva di una presenza israeliana stabile nel Somaliland non poteva che provocare la reazione degli avversari regionali.
Il leader degli Houthi, Abdul-Malik al-Houthi, ha dichiarato, in un messaggio trasmesso dalla televisione del movimento, al-Masirah, che il gruppo sta monitorando attentamente gli sviluppi nel Somaliland.
Secondo il leader di Ansar Allah, l’obiettivo israeliano sarebbe trasformare il territorio in “una base strategica” per controllare il Golfo di Aden, Bab el-Mandeb e il Mar Rosso.
Al di là della retorica politica, questa valutazione coglie un elemento reale: la presenza israeliana nel Somaliland cambia gli equilibri militari dello Yemen.
Gli Houthi hanno costruito gran parte della propria strategia sulla capacità di minacciare il traffico marittimo utilizzando missili antinave, droni e sistemi relativamente economici, ma in grado di costringere le marine più avanzate del mondo a impegnare ingenti risorse per proteggere le rotte commerciali.
Una base israeliana a poche centinaia di chilometri dallo Yemen ridurrebbe i tempi di reazione e migliorerebbe la capacità di sorveglianza elettronica.
È così che il confronto si è esteso anche al dominio cibernetico. Secondo il Somali Guardian, il sito del Ministero degli Affari Esteri del Somaliland sarebbe stato colpito dal gruppo Cyber Islamic Resistance, una formazione di hacker filo-iraniana collegata ideologicamente all’Asse della Resistenza. Durante l’attacco cibernetico, il sito avrebbe mostrato immagini di esponenti degli Houthi, tra cui il portavoce militare Yahya al-Saree.
Le autorità di Hargeisa non hanno confermato eventuali furti di dati o compromissioni delle infrastrutture informatiche, ma il sito sarebbe rimasto irraggiungibile per almeno ventiquattro ore. E, secondo alcune fonti, anche il sito della Banca centrale del Somaliland sarebbe stato bersaglio dello stesso gruppo.
L’attacco informatico arriva poche ore dopo l’approvazione, da parte del governo del Somaliland, di una dichiarazione congiunta con Israele che prevede cooperazione nei settori dell’agricoltura, delle risorse idriche e della sanità.
Un dettaglio importante, perché dimostra che la relazione tra i due Paesi non riguarda soltanto la sicurezza.
La dimensione economica: acqua, agricoltura e sviluppo come strumenti di influenza
Hargeisa deve affrontare problemi strutturali che limitano lo sviluppo economico del Paese: scarsità d’acqua, dipendenza dalle importazioni alimentari, infrastrutture energetiche insufficienti e un’economia ancora fortemente legata alla pastorizia.
Per questo motivo, accanto alla dimensione strategica, esiste un interesse economico concreto.
Secondo quanto dichiarato da Eynat Shlein, vicedirettrice della MASHAV, l’Agenzia israeliana per la cooperazione internazionale allo sviluppo del Ministero degli Esteri, le priorità della collaborazione con il Somaliland riguardano soprattutto gestione delle risorse idriche e sanità.
Israele possiede competenze tecnologiche particolarmente avanzate nella gestione dell’acqua in ambienti aridi. Il Paese ha sviluppato sistemi di desalinizzazione, irrigazione a goccia, riciclo delle acque reflue e agricoltura ad alta efficienza e ne ha dimostrato l’efficacia trasformando sterili deserti in vere e proprie oasi agricole. Oggi, queste tecnologie potrebbero essere applicate anche in Somaliland.
Per Hargeisa, ottenere investimenti e tecnologia israeliana significa rafforzare la propria legittimità internazionale, dimostrando capacità di sviluppo istituzionale. Per Israele, invece, significa consolidare un rapporto con un territorio strategicamente posizionato lungo una delle principali arterie commerciali mondiali.
La partita riguarda quindi contemporaneamente sicurezza e influenza. Il Somaliland cerca riconoscimento politico e sviluppo economico; Israele cerca profondità strategica; gli Emirati Arabi Uniti consolidano la propria presenza nel Corno d’Africa; l’Iran tenta di impedire che il proprio principale rivale costruisca una nuova piattaforma vicino alle proprie reti regionali.
Una nuova competizione per il controllo del Mar Rosso
La crescente vicinanza tra Tel Aviv e Hargeisa deve essere letta all’interno di un quadro più ampio. Negli ultimi anni il Mar Rosso e il Corno d’Africa sono diventati uno degli spazi principali della competizione geopolitica globale.
Lo stretto di Bab el-Mandeb, largo in alcuni punti meno di 30 chilometri, è attraversato ogni anno da migliaia di navi commerciali e rappresenta un passaggio essenziale per il collegamento tra Europa e Asia. La sua importanza è aumentata ulteriormente dopo le crisi energetiche degli ultimi anni, che hanno mostrato quanto le infrastrutture marittime siano vulnerabili.
La presenza di basi e infrastrutture militari lungo questa fascia costiera è quindi diventata una componente fondamentale della competizione tra potenze.
Gli Emirati Arabi Uniti sono presenti nella regione da anni e hanno sviluppato rapporti militari con il Somaliland già dal 2017. La loro strategia mira a controllare nodi logistici fondamentali lungo le rotte commerciali e a contrastare l’espansione iraniana.
Gli Stati Uniti, dal canto loro, considerano il Mar Rosso un’area essenziale per la sicurezza delle proprie linee commerciali e militari. Israele vede invece questa regione come un’estensione naturale della propria sicurezza nazionale: impedire che l’Iran e i suoi alleati possano trasformare Yemen, Sudan o Somalia in piattaforme operative contro lo Stato ebraico.
La decisione del governo israeliano di avvicinarsi ufficialmente al Somaliland rappresenta quindi una scelta strategica di lungo periodo: il tentativo di costruire una rete di relazioni e infrastrutture che permetta a Israele di ridurre la propria vulnerabilità geografica.
Il futuro del Somaliland tra riconoscimento e rischio di militarizzazione
La grande incognita riguarda però il prezzo politico di questa scelta.
Dal punto di vista di Hargeisa, il riconoscimento israeliano rappresenta una vittoria diplomatica storica. Da 35 anni il Somaliland cerca di ottenere legittimità internazionale senza riuscire a ottenere il riconoscimento formale di nessuno Stato o organizzazione sovranazionale.
L’accordo con Israele apre una nuova fase, offrendo investimenti, cooperazione tecnologica e una maggiore visibilità internazionale. Ma questa, necessariamente, trasforma il territorio in un nuovo fronte della competizione mediorientale.
Il rischio è che il Somaliland, nato come virtuoso progetto di stabilizzazione dopo la dissoluzione della Somalia, diventi progressivamente un terreno di confronto tra potenze regionali. Il blitz economico, politico e militare dello Stato ebraico aumenta il valore strategico di Berbera, ma, allo stesso tempo, attira pressioni, minacce terroristiche e attività destabilizzanti.
La storia recente del Medio Oriente dimostra che le basi militari e le alleanze strategiche offrono protezione, ma spesso trasformano i territori coinvolti in obiettivi prioritari.
La partita di Berbera è quindi molto più ampia di una semplice relazione bilaterale tra Israele e Somaliland. È una nuova pagina della competizione per il controllo delle rotte energetiche e commerciali mondiali, in cui il Mar Rosso diventa sempre più il punto di incontro tra la sicurezza israeliana, la strategia iraniana, gli interessi degli Emirati e la fragilità politica del Corno d’Africa.
Per Israele, Hargeisa può rappresentare una nuova profondità strategica. Per l’Iran e gli Houthi, un nuovo fronte da contrastare. Per il Somaliland, infine, la più grande opportunità diplomatica della propria storia, ma anche la sfida più rischiosa.
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