

Prima puntata di due. Dopo 35 anni di isolamento, il Somaliland ha ottenuto il riconoscimento di Israele, diventando un nuovo avamposto strategico nel Corno d’Africa. La cooperazione tra Tel Aviv e Hargeisa coinvolge intelligence, addestramento militare e infrastrutture affacciate sul Mar Rosso.
Per 35 anni è rimasto una curiosità geopolitica nota esclusivamente agli specialisti del Corno d’Africa. Uno Stato islamico sunnita che possiede un proprio governo, un parlamento eletto, una banca centrale, una moneta nazionale, un esercito, una polizia, un sistema giudiziario e passaporti propri, ma che, come un fantasma, continua a non comparire sulle carte diplomatiche del mondo perché, fino alla fine del 2025, nessuno Stato e nessun grande organismo internazionale ne ha riconosciuto formalmente l’indipendenza e tantomeno i confini.
Il Somaliland occupa circa 137 mila chilometri quadrati (equivalenti al territorio dell’Italia settentrionale), ma ospita poco più di sei milioni di abitanti (due volte la provincia di Milano). Ed oggi è improvvisamente diventato uno dei luoghi più delicati dell’intero scenario internazionale.
Le indiscrezioni sulla crescente presenza israeliana nell’area, le immagini satellitari che mostrano l’espansione delle infrastrutture militari di Berbera, gli accordi economici annunciati nelle ultime settimane e le minacce sempre più esplicite degli Houthi trasformano il Somaliland da periferia dimenticata dell’Africa a un possibile baricentro del nuovo confronto tra Israele e Iran.
La ragione è semplice. Chi controlla questa sottile fascia costiera affacciata sul Golfo di Aden osserva, da 300-400 m di altezza, uno dei principali colli di bottiglia del commercio mondiale: lo stretto di Bab el-Mandeb, la porta meridionale del Mar Rosso, di cui abbiamo più volte parlato proprio qui. Da questo corridoio marittimo transitano ogni anno migliaia di navi dirette verso l’Asia o verso il Canale di Suez. Petrolio, gas naturale liquefatto, container, cereali, fertilizzanti, automobili e componenti industriali lo percorrono quotidianamente nei due sensi. Le tensioni degli ultimi mesi hanno già dimostrato quanto bastino pochi missili lanciati dagli Houthi per alterare il traffico navale mondiale e costringere numerose compagnie ad allungare la navigazione, percorrendo 6.500 km in più, passando dal Capo di Buona Speranza e Gibilterra ed arrivando a destinazione circa due settimane dopo.
In questo quadro, la cooperazione tra Israele e Somaliland assume un significato che va ben oltre una semplice collaborazione militare: è il tassello di una competizione strategica destinata a coinvolgere l’intero Corno d’Africa, gli Emirati Arabi Uniti, l’Etiopia, l’Iran, gli Stati Uniti e, indirettamente, anche la Cina.
Lo Stato che esiste ma che il mondo continua a ignorare
Per comprendere l’importanza di ciò che sta accadendo, occorre, anche stavolta, riavvolgere il nastro della Storia.
Il Somaliland moderno compare nella seconda metà dell’Ottocento, quando il Regno Unito istituisce il Protettorato britannico del Somaliland lungo la costa settentrionale della Somalia. Londra considera quell’area una colonia destinata allo sfruttamento economico, ma, soprattutto, un punto d’appoggio logistico per rifornire la base navale di Aden, sull’altra sponda del Golfo di Aden, che in quegli anni rappresenta uno dei cardini dell’Impero britannico.
Per oltre settant’anni, il territorio rimane amministrato separatamente dalla Somalia italiana (colonizzata nel 1889), creando istituzioni, apparati amministrativi e rapporti politici differenti rispetto al resto del Paese.
Il 26 giugno 1960 il Somaliland britannico ottiene l’indipendenza e nasce ufficialmente lo Stato del Somaliland, riconosciuto da decine di Paesi, tra cui il Regno Unito. Però, solo cinque giorni dopo, il 1° luglio, questo sceglie di unirsi volontariamente all’ex Somalia italiana, appena dichiarata indipendente, per realizzare il progetto della “Grande Somalia”. Questa dovrebbe riunire sotto un’unica bandiera tutti i territori abitati prevalentemente da popolazioni somale.
Ma l’entusiasmo dura poco.
Le istituzioni del nuovo Stato si concentrano rapidamente a Mogadiscio, mentre il Nord denuncia una crescente marginalizzazione politica ed economica. Le tensioni aumentano ulteriormente dopo il colpo di Stato del generale Mohamed Siad Barre nel 1969.
Durante gli anni Settanta e Ottanta, il regime accentra progressivamente il potere, reprime ogni forma di opposizione e riduce ulteriormente il peso politico delle regioni settentrionali. Nasce così il Somali National Movement, formato prevalentemente da appartenenti al clan Isaaq, maggioritario nel Somaliland.
La guerra civile assume dimensioni drammatiche alla fine degli anni Ottanta. Tra il 1988 e il 1989 l’esercito di Siad Barre bombarda ripetutamente Hargeisa e Burao, utilizzando anche l’aviazione. Hargeisa viene rasa al suolo e quasi completamente distrutta. Numerose organizzazioni internazionali descrivono quelle operazioni come una delle campagne più violente dell’Africa contemporanea. Decine di migliaia di civili, non ne conosceremo mai il numero preciso, perdono la vita, mentre centinaia di migliaia di persone si rifugiano nella vicina Etiopia.
Quando il regime di Siad Barre crolla definitivamente nel gennaio 1991, la Somalia precipita nel caos delle guerre tra signori della guerra, le cui tribù territoriali si alleano, si tradiscono e si massacrano continuamente fra di loro. Intanto, nel Nord accade qualcosa di completamente diverso.
Il 18 maggio 1991 i rappresentanti dei principali clan settentrionali, riuniti a Burao, proclamano la ricostituzione della Repubblica del Somaliland, rivendicando la sovranità dell’ex protettorato britannico entro i confini precedenti all’unione del 1960.
Da quel momento le strade della Somalia e del Somaliland si separano radicalmente.
Mentre Mogadiscio attraversa oltre trent’anni di guerre civili, terrorismo jihadista, missioni internazionali e frammentazione istituzionale, Hargeisa intraprende un lungo e complesso processo di costruzione statale.
La pace non viene imposta da eserciti stranieri, ma nasce attraverso una lunga serie di conferenze tra gli anziani dei clan, i leader politici e le autorità religiose sunnite, che riescono gradualmente a integrare le tradizionali istituzioni tribali nella nuova architettura dello Stato. È un processo lento, spesso sottovalutato dagli osservatori occidentali, ma decisivo per garantire una stabilità che gran parte della Somalia continua ancora oggi a inseguire.
Nel corso degli anni Novanta vengono create una Costituzione, un Parlamento bicamerale, una magistratura autonoma, una banca centrale, una valuta nazionale, lo scellino del Somaliland, e forze armate proprie.
Sul piano politico il Somaliland organizza numerose consultazioni elettorali considerate generalmente libere e competitive dagli osservatori internazionali. Pur con limiti evidenti e difficoltà economiche significative, il territorio sviluppa istituzioni relativamente stabili, molto differenti dal contesto della vicina Somalia.
Eppure, dopo oltre trentacinque anni, continua a non ottenere il riconoscimento internazionale.
Il principio dell’inviolabilità delle frontiere coloniali, adottato dall’Unione Africana, e il timore che il riconoscimento possa incoraggiare altri movimenti secessionisti nel continente inducono la quasi totalità degli Stati a mantenere formalmente l’unità della Somalia.
Paradossalmente, il Somaliland possiede molti degli elementi tipici di uno Stato sovrano, ma continua a essere escluso dalle Nazioni Unite, dall’Unione Africana e dalle organizzazioni multilaterali.
Questa condizione ha limitato per anni gli investimenti internazionali e l’accesso ai grandi programmi di finanziamento, ma non ha impedito al governo di Hargeisa di sviluppare relazioni economiche e di sicurezza sempre più strette con alcuni partner regionali.
Ed è proprio in questo spazio diplomatico, fatto di rapporti informali ma sempre più concreti, che negli ultimi anni si inserisce Israele.
Da relazioni riservate ad alleanza strategica: come Israele è entrato nel Somaliland
Per molti anni i rapporti tra Israele e Somaliland sono rimasti confinati alla diplomazia discreta. Hargeisa, priva di riconoscimento internazionale, aveva bisogno di partner capaci di attrarre investimenti, tecnologia e sostegno politico. Israele, al contrario, osservava con crescente interesse una regione destinata ad assumere un’importanza sempre maggiore per la sicurezza delle proprie rotte marittime e per il confronto con l’Iran.
Il 7 ottobre 2023 Hamas invade Israele, massacra 1.200 persone e rapisce 251 ostaggi. La guerra, la successiva escalation nel Mar Rosso e gli attacchi degli Houthi contro il traffico navale modificano profondamente il quadro strategico. Il controllo dello stretto di Bab el-Mandeb è diventato una priorità non solo economica, ma militare. È in questo contesto (di cui abbiamo scritto più volte proprio qui) che la cooperazione tra Tel Aviv e Hargeisa compie un deciso salto di qualità.
Il Middle East Eye è la prima testata a rivelare che Israele avrebbe dispiegato, nei primi mesi del 2026, almeno cinquanta militari nel Somaliland nell’ambito di accordi bilaterali di sicurezza. La notizia non è stata confermata ufficialmente dal governo israeliano, ma ha rapidamente attirato l’attenzione degli osservatori internazionali.
L’elemento più curioso riguarda la composizione del contingente. Secondo fonti locali citate dalla stampa somala, gran parte dei soldati sarebbe costituita da cittadini israeliani di origine etiope. L’obiettivo sarebbe rendere meno riconoscibile la loro presenza in un contesto dove le caratteristiche somatiche permetterebbero una più agevole integrazione con la popolazione locale.
L’ipotesi non appare affatto improbabile.
Oggi in Israele vivono circa 160.000 cittadini appartenenti alla comunità dei Beta Israel, gli ebrei etiopi originari soprattutto delle regioni di Amhara e Tigray. La loro presenza è il risultato di una delle più straordinarie operazioni umanitarie e logistiche della storia contemporanea.
Tra la fine degli anni Settanta e l’inizio degli anni Novanta, all’apice dei sanguinosi conflitti tribali somali, Israele organizza infatti una serie di missioni segrete per trasferire migliaia di ebrei etiopi verso lo Stato ebraico. L’Operazione Mosè del 1984 evacua circa ottomila persone attraverso il Sudan. L’Operazione Giosuè completa, poche settimane dopo, il ponte aereo. Ma è soprattutto l’Operazione Salomone del maggio 1991 a entrare nella storia: in appena trentasei ore l’aeronautica israeliana trasporta oltre quattordicimila ebrei etiopi con decine di voli, stabilendo allora uno dei più grandi ponti aerei umanitari mai realizzati.
Oggi quella comunità rappresenta una componente stabile della società israeliana ed è presente anche nelle Forze di Difesa Israeliane. Per questo motivo, qualora Tel Aviv avesse realmente deciso di impiegare personale di origine etiope nelle proprie attività nel Corno d’Africa, disporrebbe già delle competenze linguistiche e culturali necessarie.
L’indiscrezione ha però avuto conseguenze al di fuori del Somaliland: anche in Somalia vivono numerosi rifugiati etiopi, spesso vittime di discriminazioni e rimpatri forzati. L’ipotesi che Israele possa utilizzare militari di origine etiope ha alimentato sospetti e tensioni nei confronti di queste comunità, considerate da alcuni ambienti locali come possibili canali di infiltrazione.
Al di là delle indiscrezioni, i segnali di una cooperazione sempre più intensa sono ormai numerosi.
Nel giugno 2026 il presidente del Somaliland, Abdirahman Mohamed Abdullahi, viene ricevuto ufficialmente a Gerusalemme. Durante l’incontro, il ministro della Difesa israeliano Israel Katz, un imprevedibile falco di estrema destra ma indispensabile alla coalizione guidata da Netanyahu, compie un passo senza precedenti, dichiarando pubblicamente che Israele e Somaliland collaborano da anni attraverso operazioni congiunte rimaste fino ad allora riservate.
L’ammissione ufficiale conferma ciò che numerosi analisti sospettavano da tempo: il rapporto tra i due governi non nasce con l’attuale crisi del Mar Rosso, ma rappresenta l’evoluzione di una cooperazione costruita lentamente negli ultimi anni.
Anche sul piano operativo emergono indicazioni sempre più precise.
Il ministro della Difesa del Somaliland, Mohamed Yusuf Ali, continua a sostenere che Israele non disponga di una base militare permanente sul territorio nazionale. Questa precisazione, tuttavia, non esclude l’utilizzo delle infrastrutture esistenti.
Secondo un’inchiesta della CNN, durante l’Operazione Roaring Lion gli aerei israeliani avrebbero infatti utilizzato una base militare presente nel Somaliland come punto d’appoggio logistico.
L’attenzione degli analisti si concentra immediatamente su Berbera. L’aeroporto della città costiera rappresenta infatti una delle infrastrutture militari più importanti dell’intero Corno d’Africa. Costruito originariamente dall’Unione Sovietica durante la Guerra fredda e successivamente ampliato dagli Stati Uniti, dispone di una pista lunga oltre quattro chilometri, tra le più estese dell’Africa orientale, capace di accogliere praticamente qualsiasi velivolo militare esistente.
Per un Paese come Israele, situato a oltre duemila chilometri di distanza, poter disporre di un punto d’appoggio in questa posizione significa ridurre drasticamente i tempi di intervento sul Mar Rosso e sul Golfo di Aden.
L’International Institute for Strategic Studies di Londra osserva che i lavori di ammodernamento in corso nelle infrastrutture militari di Berbera sembrano coerenti con un utilizzo sempre più frequente della base da parte dell’aviazione israeliana.
Secondo diversi funzionari somali, europei e del Somaliland, Israele manterrebbe già da tempo una presenza di intelligence presso l’aeroporto e le attività non riguarderebbero esclusivamente la raccolta di informazioni.
Abdurahman Sheikh Azhari, portavoce presidenziale somalo per gli affari di intelligence, sostiene che personale militare e agenti israeliani operano nella base emiratina presente a Berbera fin dall’inizio del 2025, utilizzando l’infrastruttura come centro logistico, deposito di equipaggiamenti e piattaforma di rifornimento per le operazioni nell’area del Mar Rosso.
Anche la cooperazione militare con le forze locali sembrerebbe essersi intensificata.
Secondo diversi quotidiani somali, reparti della polizia e delle unità speciali del Somaliland avrebbero recentemente completato periodi di addestramento in Israele. Lo stesso percorso riguarderebbe anche ufficiali dei servizi d’intelligence di Hargeisa, formati direttamente dalle rispettive controparti israeliane.
Queste informazioni descriverebbero un livello di cooperazione molto più avanzato rispetto a un semplice accordo politico. Non si tratterebbe più soltanto di condividere informazioni, ma di costruire progressivamente un sistema integrato di sicurezza destinato a controllare uno dei passaggi marittimi più importanti del pianeta.
Tutto questo, però, rappresenta soltanto una parte della partita.
Per comprendere perché Berbera stia assumendo un ruolo tanto centrale bisogna osservare ciò che sta accadendo intorno alla sua pista d’atterraggio e al suo porto commerciale, dove convergono gli interessi degli Emirati Arabi Uniti, degli Stati Uniti e, sempre più chiaramente, di Israele.
Continua.
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Gentile Barbara, grazie per le sue sempre preziose osservazioni. Nei testi a volte uso “Tel Aviv” per indicare le forze armate israeliane o i vertici di queste, soprattutto quando si possono osservare discrepanze fra le posizioni pubbliche di queste e i vertici del governo per il quale uso, a volte, il termine “Gerusalemme”. Sappiamo, infatti, che Governo, tutti i ministeri tranne uno e la stessa Knesset si trovano a Gerusalemme mentre la sede centrale di IDF ed il ministero della Difesa si trovano a Tel Aviv. Così come sappiamo bene tutti cosa significa considerare Gerusalemme, piuttosto che Tel Aviv, la capitale dello Stato di Israele. Grazie ancora. Cercherò di essere più esplicito e di non ingenerare dubbi le prossime volte.
Per la strage di Hargeisa all’epoca si è parlato di 80.000 morti su 100.000 abitanti, una delle repressioni più feroci, se non la più feroce, dell’intera storia moderna. Del resto da una dittatura militare feroce come quella di Mohammed Siad Barre non c’era da aspettarsi di meno. La tragedia è stata che l’opposizione al regime (di cui qualche modesta avvisaglia si era cominciata a vedere nell’86, diventata più forte nell’87) ha preso da subito una svolta religiosa, rendendo impossibile uno sviluppo positivo dopo la fuga del dittatore.
PS: la cooperazione è fra GERUSALEMME e Hargeisa.