


Il pregiudizio non è meno pericoloso quando resta inconsapevole: lo è di più. Nel discorso su Israele, l’antico sentimento antiebraico si ripresenta spesso come indignazione morale, trasformando lo Stato ebraico in un’eccezione assoluta rispetto a ogni altro conflitto.
Scorrendo X mi sono imbattuto in un tweet di Roberto Della Seta — ex senatore, voce storica della sinistra ambientalista italiana — che commentava così il convegno parlamentare promosso da Alessandra Maiorino del M5S e intitolato: Tutto quello che resta della Palestina. Dagli Epstein Files al genocidio: «L’antisemitismo nella storia – scrive Della Seta – è spesso cominciato dal linguaggio. Il titolo è (inconsapevole?) antisemitismo. Epstein = complotto giudaico = genocidio».

Mi ha subito colpito quel punto interrogativo su “inconsapevole” perché Della Seta coglie il cortocircuito simbolico, lo denuncia, ma prova a lasciare aperta una via d’uscita benevola: forse non se ne rendono conto. È una generosità mal riposta ma comprensibile. Ma è anche il cuore del problema.
Perché il pregiudizio, se è davvero tale, è sempre inconsapevole.
Non è un giudizio che si dichiara. È ciò che viene prima del giudizio: un automatismo, una disposizione dello sguardo, una griglia attraverso cui la realtà viene selezionata ancora prima di essere compresa.
Quando un pregiudizio diventa pienamente consapevole, articolato, rivendicato, smette in parte di essere pregiudizio e diventa ideologia, dottrina, ostilità dichiarata. Ma la sua forza sociale più insidiosa sta prima: nel punto in cui non viene percepito come pregiudizio, bensì come un’evidenza.
È qui che nasce l’equivoco. Dire che un pregiudizio è inconsapevole non significa attenuarne la gravità. Significa descriverne il funzionamento più profondo. Il pregiudizio attecchisce proprio perché chi lo riproduce non sa di riprodurlo. Non si presenta come odio, ma come buon senso; non come fanatismo, ma come sensibilità morale; non come ideologia, ma come reazione spontanea.
Per questo l’inconsapevolezza non rende il pregiudizio meno pericoloso. Lo rende più diffuso, più permeabile, più socialmente accettabile. I pregiudizi più efficaci non sono quelli professati da minoranze fanatiche con un vocabolario ideologico riconoscibile. Quelli sono più facili da individuare, isolare, contestare. I pregiudizi più radicati sono quelli che non hanno più bisogno di essere pensati. Funzionano da riflesso. Abitano le parole prima ancora delle intenzioni.
L’antisemitismo appartiene a questa categoria. È uno dei pregiudizi di maggior successo della storia europea non solo per la sua durata, ma per la sua straordinaria capacità di mutare linguaggio, bersaglio apparente e giustificazione morale senza perdere continuità. Ha attraversato il religioso, il razziale, il politico, l’economico, il cospirativo. Oggi, molto spesso, attraversa il discorso su Israele.
L’antisemitismo come pregiudizio di grande successo
Il caso Israele diventa allora diverso da qualunque altro caso internazionale non perché Israele debba essere sottratto alla critica ma perché nessuno Stato al mondo viene caricato con la stessa funzione simbolica. Nessun conflitto produce, con la stessa regolarità, lo stesso lessico assoluto, la stessa mobilitazione permanente, la stessa trasformazione dello Stato in colpa metafisica.
La campagna anti-israeliana non nasce il 7 ottobre, non nasce con Gaza, non nasce con Netanyahu. Dura, nelle sue forme contemporanee, da circa mezzo secolo. Da quando, soprattutto dopo il 1967 e poi con maggiore intensità negli anni Settanta, Israele ha smesso progressivamente di essere percepito come un piccolo Stato nato dopo la Shoah e circondato da nemici, ed è stato ricodificato come potenza coloniale, avamposto imperialista, corpo estraneo nel Medio Oriente.
Quella trasformazione non è stata spontanea. È stata il prodotto di una lunga campagna politica, diplomatica, culturale e propagandistica. La formula “sionismo uguale razzismo”, approvata all’Onu nel 1975 e poi revocata nel 1991, resta il manifesto più esplicito di quel passaggio. Da quel momento Israele non è stato più soltanto uno Stato contestato per le sue politiche.
È diventato una categoria morale negativa, una scorciatoia ideologica capace di unire mondi molto diversi: terzomondismo, sinistra radicale, nazionalismi arabi, islamismo politico, ambienti cattolici terzomondisti, settori dell’estrema destra complottista, fino a pezzi dell’accademia e del giornalismo occidentale.
Il successo di questa campagna dipende dalla sua capacità di mutare linguaggio senza mutare bersaglio. Negli anni Settanta Israele era l’avamposto dell’imperialismo. Negli anni Ottanta il gendarme americano in Medio Oriente. Negli anni Novanta l’ostacolo alla pace. Dopo la Seconda Intifada, lo Stato dell’apartheid. Dopo Gaza, il simbolo del genocidio.
Ogni fase storica ha prodotto una nuova accusa totale, ma la struttura è rimasta identica: Israele non si limita a sbagliare, Israele incarna il male.
È proprio questa sproporzione a rivelare il pregiudizio. La critica politica ha sempre un oggetto determinato: un governo, una legge, una decisione militare, una strategia diplomatica, una responsabilità specifica. Il pregiudizio, invece, tende all’assoluto. Non distingue più tra Stato, governo, esercito, cittadini, ebrei della diaspora, storia del sionismo, identità ebraica. Tutto viene compresso in una sola immagine colpevole.
La risposta per qualcuno sarà sgradevole, ma è difficile da evitare: quella campagna ha avuto successo perché ha trovato un terreno già predisposto.
L’antisemitismo europeo non è scomparso dopo Auschwitz. È diventato indicibile nelle sue forme classiche. Non poteva più presentarsi con il linguaggio biologico, razziale, apertamente antiebraico del passato. Ha dovuto cambiare lessico. E il conflitto israelo-palestinese gli ha offerto, spesso inconsapevolmente, una nuova grammatica di rispettabilità.
Così l’ebreo non è più nominato come tale. Diventa il sionista. Il potere ebraico diventa la lobby. Il complotto giudaico diventa l’influenza occulta. L’accusa di doppia lealtà diventa il sospetto verso chiunque difenda Israele. La vecchia ossessione per il controllo ebraico dei media, delle banche, dei governi, delle guerre ritorna sotto forme aggiornate, più digeribili, spesso rivestite di linguaggio umanitario.
Non tutto questo è consapevole. Anzi, nella maggior parte dei casi probabilmente non lo è. Ma è proprio questo il punto.
La consapevolezza ideologica è quasi sempre appannaggio di minoranze militanti e intellettualmente evolute. La diffusione sociale di un pregiudizio avviene quando quel pregiudizio non ha più bisogno di essere pensato. Funziona da riflesso. Sta nel modo in cui una notizia viene titolata, una piazza viene convocata, una parola viene scelta, una causa viene assunta come universale e un’altra viene ignorata.
La selettività dell’indignazione
Le piazze lo dimostrano con una chiarezza quasi brutale.
Le piazze piene contro Israele e le piazze vuote per la Siria, per l’Iran, per lo Yemen, per il Sudan, per gli uiguri, per l’Afghanistan, per l’Ucraina raccontano qualcosa che non può essere liquidato come semplice differenza di sensibilità.
Perché proprio Israele mobilita università, artisti, sindacati, associazioni, parlamentari, opinionisti, studenti, mentre davanti ad altre tragedie, spesso più vaste o più durature, prevalgono silenzio, stanchezza, distrazione?
La risposta abituale è che Israele sarebbe “nostro”, occidentale, democratico, alleato, dunque più facilmente giudicabile. È anche questo ma è una risposta parziale. Spiega qualcosa, ma non abbastanza. Non spiega l’intensità simbolica, la continuità storica, la furia linguistica, la tendenza a trasformare ogni fatto in prova di una colpa originaria.
Il punto non è discutere le responsabilità israeliane. Il punto è chiedersi perché quelle responsabilità vengano trattate come uniche, assolute, definitive, mentre responsabilità altrui, spesso enormi, vengono per lo più ignorate.
Quando bombarda Israele, il mondo trova immediatamente il lessico dell’orrore definitivo. Quando massacrano Assad, Putin, gli ayatollah, i jihadisti, le milizie africane o i regimi autoritari, il linguaggio si fa improvvisamente più prudente, più tecnico, più distante.
La “complessità” sembra funzionare quasi sempre lontano dagli ebrei.
Il pregiudizio travestito da virtù
Questa è la vera forza della campagna anti-israeliana: essere riuscita a presentarsi non come una campagna contro gli ebrei, ma come il massimo compimento della coscienza morale contemporanea.
Chi vi partecipa non si percepisce come portatore di un pregiudizio. Si percepisce come più giusto, più sensibile, più umano degli altri. Ed è proprio qui che si manifesta la pericolosità dell’inconsapevolezza. Perché il pregiudizio, quando si traveste da virtù, diventa inattaccabile.
Ogni critica viene allora respinta come censura. Ogni richiamo all’antisemitismo viene liquidato come ricatto morale. Ogni tentativo di distinguere tra critica legittima a Israele e demonizzazione dello Stato ebraico viene presentato come propaganda.
Il risultato è un circuito chiuso: si può dire qualunque cosa su Israele, ma non si può dire nulla sul pregiudizio che spesso organizza quel discorso.
L’antisemitismo contemporaneo non ha sempre bisogno di dichiararsi odio degli ebrei. Gli basta creare un clima in cui Israele sia l’unico Stato al mondo trasformato in ossessione morale permanente, in cui il sionismo sia trattato come una patologia politica, in cui gli ebrei siano chiamati a dissociarsi, giustificarsi, dimostrare di essere “buoni” a condizione di rompere ogni legame con lo Stato ebraico.
La lunga campagna anti-israeliana ha vinto perché ha offerto all’Occidente una forma apparentemente nobile di antiebraismo senza ebrei. Ha permesso di rimuovere la parola proibita mantenendo intatto il meccanismo antico: identificare negli ebrei, o nello Stato degli ebrei, un principio di colpa sproporzionato rispetto a qualunque altro attore storico.
Non più l’ebreo deicida, non più l’ebreo usuraio, non più l’ebreo cospiratore in forma esplicita. Ma Israele come Stato-genocida per definizione, Israele come burattinaio, Israele come male assoluto, Israele come scandalo ontologico.
Il cortocircuito del linguaggio
Torniamo allora al titolo da cui siamo partiti: “Tutto quello che resta della Palestina. Dagli Epstein Files al genocidio”.
Un convegno parlamentare, promosso da una forza politica. Quell’accostamento — Palestina, Epstein, genocidio — non è una svista neutra. È un cortocircuito simbolico che attraversa secoli di immaginario: il complotto, il potere occulto, il sangue.
Non serve volerlo per produrlo. E non serve non volerlo per esserne responsabili.
È per questo che l’inconsapevolezza non basta a rassicurare. Un antisemitismo dottrinario si può individuare, isolare, contestare. Un antisemitismo inconsapevole è più difficile da combattere, perché coincide con il clima culturale connesso ad un diffuso e radicato pregiudizio.
Della Seta fa bene a mettere quel punto interrogativo. Ma quel punto interrogativo piuttosto che assolvere è un’accusa. Se quell’accostamento è inconsapevole, allora il problema non è meno grave. È più grave. Vuol dire che il pregiudizio è già entrato nel riflesso, nella formula, nell’automatismo culturale.
È così che funzionano i pregiudizi riusciti: non hanno più bisogno di essere proclamati. Vengono respirati. Passano nel linguaggio, nelle immagini, nelle priorità morali, nei convegni parlamentari, nelle piazze che si riempiono e in quelle che restano vuote.
Per questo l’inconsapevolezza non è innocenza. È il segno che il pregiudizio ha smesso di apparire come pregiudizio ed è diventato senso comune.
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Buongiorno Filippo. Ho postato un commento a questo articolo. Non compare. Può dirmi se in effetti non è arrivato o se invece sono solo io che non lo posso vedere? Grazie. Nadia Mai
Inviato da Outlook per Androidhttps://aka.ms/AAb9ysg ________________________________
Io ho raggiunto e consolidato un pregiudizio nei confronti dei Palestinesi, Iraniani e affini.
Non è un pregiudizio inconsapevole, è un giudizio. Sono pronta ad ammetterne i limiti e le falle, ma non a rinunciarvi.
Lo spirito della tribù non ci abbandona da millenni.