

Terza puntata di una serie di articoli dedicati a Urania, la collana che ha accompagnato l’ingresso della fantascienza nell’immaginario italiano. Un viaggio tra libri, autori e visioni del futuro che, a rileggerle oggi, parlano spesso più del nostro presente che dei mondi lontani da cui sembravano arrivare. Qui il primo articolo e il secondo.
Dalla robotica alla psicostoria, Isaac Asimov ha trasformato la fantascienza in una riflessione sul destino dell’umanità. Un percorso tra le Tre Leggi, il ciclo della Fondazione e la figura italiana di Rinaldo De Benedetti, divulgatore e autore capace di interrogarsi sul rapporto fra scienza, conoscenza e futuro.
La sterminata produzione di oltre cinquecento opere di Isaac Asimov occupa nella fantascienza lo stesso posto che la Comédie humaine di Honoré de Balzac occupa nella letteratura universale.
Il paragone riguarda tuttavia l’ampiezza e l’ambizione dell’opera, non lo stile. Se Balzac fu uno dei più grandi narratori dell’Ottocento, capace di scandagliare come pochi l’animo umano e la psicologia dei suoi personaggi, Asimov perseguì un obiettivo diverso: sacrificò spesso la ricercatezza stilistica e l’approfondimento psicologico per privilegiare la forza delle idee, la divulgazione scientifica e una straordinaria capacità di immaginare il futuro.
Per Asimov il protagonista non era quasi mai il singolo uomo, ma il destino dell’umanità. È in questa prospettiva che va letta la sua opera: non come un’indagine sull’animo umano, bensì come una grandiosa riflessione sul rapporto tra scienza, tecnologia e civiltà, capace ancora oggi di parlare al nostro tempo.
Scoprii Isaac Asimov mentre cercavo i numeri di Urania precedenti a La spada di Rhiannon, il romanzo che mi aveva aperto le porte della fantascienza.
Sarebbe impossibile racchiudere nelle poche righe di un articolo la straordinaria personalità di Isaac Asimov e l’immensità della sua opera. Mi soffermerò quindi sui due grandi filoni che più di ogni altro ne hanno segnato la produzione: la robotica e il ciclo della Fondazione.
Il primo grande pilastro dell’opera di Asimov è la robotica, termine che egli stesso contribuì a coniare e che, dagli anni Quaranta, entrò stabilmente nel lessico scientifico. A differenza di molta fantascienza precedente, dove il robot era spesso una creatura ribelle o una minaccia per l’uomo, Asimov immaginò macchine governate da un rigoroso codice etico. Nacquero così le celebri Tre Leggi della Robotica, destinate a diventare uno dei concetti più influenti della fantascienza del Novecento.
Molto prima che Asimov introducesse i suoi robot positronici – così chiamati perché dotati di un immaginario “cervello positronico”, un sofisticato sistema elettronico basato sul positrone, la particella di antimateria dell’elettrone – la letteratura aveva già espresso il timore dell’uomo nei confronti delle proprie creature artificiali.
Emblematica è la leggenda del Golem di Praga, l’essere d’argilla animato dall’uomo e destinato a sfuggire al suo controllo. Lo stesso tema riaffiora nel Frankenstein di Mary Shelley e, più tardi, in molta della fantascienza delle origini, dove il robot è spesso rappresentato come una creatura ribelle o addirittura ostile al suo creatore.
Asimov operò una vera rivoluzione culturale. Il robot cessò di essere il simbolo della paura della tecnologia e divenne invece una macchina progettata per convivere con l’uomo e proteggerlo. A questo scopo elaborò le celebri Tre Leggi della Robotica, alle quali aggiunse molti anni dopo la Legge Zero, ponendo per la prima volta il problema dell’etica delle macchine.
La Prima Legge stabilisce che un robot non può recare danno a un essere umano né permettere, per propria inazione, che un essere umano subisca un danno. La Seconda impone al robot di obbedire agli ordini degli uomini, purché non siano in contrasto con la Prima. La Terza prescrive che esso protegga la propria esistenza, purché ciò non contrasti con le prime due. Molti anni dopo Asimov aggiunse la cosiddetta Legge Zero, ancora più rivoluzionaria: un robot non può arrecare danno all’umanità né permettere, con la propria inerzia, che l’umanità subisca un danno.
A oltre ottant’anni dalla loro formulazione, queste leggi non appartengono più soltanto alla letteratura. Con l’avvento dell’intelligenza artificiale, della robotica avanzata e dei sistemi autonomi, sono divenute un punto di riferimento imprescindibile del dibattito etico contemporaneo. Le domande che Asimov poneva nei suoi racconti sono oggi le stesse che scienziati, informatici, filosofi e legislatori si pongono nello sviluppo delle nuove intelligenze artificiali: fino a che punto una macchina può decidere autonomamente? Come garantirne la sicurezza? Quale responsabilità deve assumersi nei confronti dell’uomo?
Questi temi percorrono alcune delle sue opere più celebri, da Io, Robot (Urania n. 785) ad Abissi d’acciaio (Urania nn. 55-63, poi n. 578), da Il sole nudo (Urania n. 161) a I robot dell’alba (Urania n. 1009), fino a I robot e l’Impero (Urania n. 1059). Romanzi e racconti nei quali il vero protagonista non è il robot, ma il delicato equilibrio fra progresso tecnologico, etica e destino dell’umanità.
Il secondo grande filone dell’opera di Asimov è il ciclo della Fondazione, probabilmente il più ambizioso progetto narrativo mai concepito nella fantascienza. Ispirandosi alla storia della caduta dell’Impero Romano, lo scrittore immaginò un immenso Impero Galattico destinato a dissolversi. Per evitare trentamila anni di barbarie, lo scienziato Hari Seldon elabora la psicostoria, una disciplina capace di prevedere statisticamente il comportamento delle grandi masse umane e di guidare il futuro della civiltà.
La trilogia originaria – Fondazione (Urania n. 152), Fondazione e Impero (Urania n. 163) e Seconda Fondazione (Urania n. 182) – è considerata uno dei vertici assoluti della narrativa fantascientifica. Negli anni successivi Asimov ampliò quel grandioso affresco con altri romanzi, collegando il ciclo della Fondazione a quello dei Robot e costruendo un unico, straordinario universo narrativo.
L’idea di prevedere il futuro ha ispirato numerose opere di fantascienza. Nel film Minority Report, tratto dall’omonimo racconto di Philip K. Dick, i delitti vengono anticipati grazie alle capacità precognitive di alcuni individui. La psicostoria immaginata da Asimov percorre invece una strada completamente diversa: non si fonda sulla preveggenza, ma sulla matematica, sulla statistica e sul comportamento delle grandi masse umane. Non pretende di prevedere il destino del singolo individuo, bensì l’evoluzione di intere civiltà.
Anche in questo caso la sua intuizione appare sorprendentemente moderna. Oggi, nell’epoca dei big data, degli algoritmi predittivi e dell’intelligenza artificiale, l’idea che sia possibile prevedere le grandi dinamiche sociali attraverso modelli matematici non appartiene più soltanto alla fantasia. Ancora una volta Asimov non si limitò a immaginare il futuro: ne intuì con decenni di anticipo alcune delle questioni più profonde.
Gli ultimi libri di Asimov che ho letto appartengono alla serie dei Vedovi Neri (Black Widowers), una piacevole incursione nel romanzo poliziesco. Pur apprezzandone l’ingegnosità e il gusto dell’enigma, continuo a ritenere che la vera grandezza dello scrittore risieda nei cicli dei Robot e della Fondazione. È lì che il suo talento visionario ha raggiunto risultati irripetibili, consegnandolo definitivamente alla storia della letteratura fantascientifica.
Ma la fantascienza non è stata soltanto quella dei grandi autori americani. Anche in Italia vi furono scrittori e divulgatori capaci di interrogarsi sul rapporto fra scienza, uomo e futuro. Fra questi, una figura merita un ricordo particolare: Rinaldo De Benedetti, meglio conosciuto con lo pseudonimo di Didimo Sagredo.
Conoscevo Rinaldo De Benedetti soprattutto per i suoi magistrali articoli di divulgazione scientifica pubblicati su La Stampa. Il precedente articolo dedicato a Urania mi ha però messo in contatto con sua figlia Anna, che con grande cortesia mi ha inviato un libello scritto dal padre, Il Governatore, che ho letto d’un fiato.
Scritto alla fine degli anni Cinquanta, agli albori della competizione spaziale tra Stati Uniti e Unione Sovietica, il testo ha l’apparenza di un racconto metafisico, sospeso tra fantascienza e fantasy. In realtà è una profonda riflessione sulla condizione umana, nel momento in cui l’uomo comincia a volgere lo sguardo oltre i confini del pianeta che lo ospita e prende coscienza della propria infinitesimale dimensione di fronte all’immensità dell’universo.
Anche in questo caso uno scrittore sorretto da una solida cultura scientifica si interroga sul destino dell’uomo e sul significato del progresso della conoscenza. Un tema che attraversa tutta la migliore fantascienza e che rende sorprendentemente attuali pagine scritte oltre mezzo secolo fa.
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