
La guerra è iniziata. Ma non come una notizia qualunque: piuttosto come una scossa profonda, capace di incrinare la psiche collettiva di un’intera nazione. È esplosa mentre, a Ginevra, erano ancora in corso colloqui tra la Repubblica Islamica e gli Stati Uniti, con la mediazione dell’Oman. E oggi le detonazioni non risuonano soltanto lungo le linee del fronte: riecheggiano nella memoria, nelle paure e nell’orizzonte incerto di milioni di cittadini iraniani.
Il linguaggio della politica internazionale, in queste ore, non lascia spazio a sfumature. Da Washington a Tel Aviv, le dichiarazioni sono dirette, a tratti brutali. Donald Trump e Benjamin Netanyahu parlano apertamente della fine del sistema. All’estero, il Principe Reza Pahlavi e La leader dei Mojahedin del Popolo, Maryam Rajavi sostengono una traiettoria di cambiamento radicale. Tuttavia, sotto la superficie di queste posizioni nette, si muove una realtà molto più complessa: una società divisa, attraversata da aspettative divergenti, paure profonde e visioni del futuro difficilmente conciliabili.
È proprio questa complessità che impedisce di leggere gli eventi secondo uno schema lineare. L’eliminazione della Guida Suprema, Ali Khamenei, insieme ad alcuni membri della sua famiglia nella prima ondata di attacchi, seguita dalla morte di comandanti dei Pasdaran, del ministro della Difesa e di numerosi alti ufficiali, ha inferto un colpo durissimo al vertice del potere.
Eppure, la narrativa di un collasso immediato dello Stato appare, almeno per ora, più una costruzione retorica che una prospettiva concreta. L’Iran resta un sistema articolato, con centri di potere multipli e una società abituata storicamente ad assorbire shock profondi senza dissolversi.
In questo quadro, lo scenario più plausibile non è la caduta improvvisa dell’ordine esistente, ma il suo progressivo indebolimento. La pressione combinata, militare ed economica, potrebbe spingere la leadership a rivedere le proprie linee strategiche, accettando compromessi fino a ieri considerati impensabili. Non sarebbe la prima volta che un sistema politico, pur di sopravvivere, modifica il proprio comportamento senza cambiare davvero la propria natura.
Proprio all’interno dell’apparato statale potrebbero aprirsi fratture significative. In situazioni di crisi, una parte dell’élite tende a riposizionarsi, tentando di guidare un cambiamento controllato che consenta di preservare l’ossatura del sistema. Ma la storia recente insegna che trasformazioni di questo tipo, per quanto visibili sul piano simbolico, raramente coincidono con una vera transizione strutturale.
Accanto a queste dinamiche, si fa strada anche un’altra possibilità, più cupa: quella di una reazione di chiusura e di forza. Un potere che si percepisce minacciato nella sua sopravvivenza può scegliere di ricompattarsi attraverso strumenti coercitivi più duri. In un simile scenario, la società civile diventerebbe il primo terreno di scontro, esposta a una nuova stagione di repressione.
Nel tentativo di evitare il vuoto di potere, emergono già segnali di gestione provvisoria: l’attivazione del “Consiglio Provvisorio di Guida Suprema”, composto dal Presidente della Repubblica, dal capo della magistratura e da una figura religiosa designata dall'”Assemblea per la Determinazione del Bene del Sistema”. È una soluzione che mira a garantire continuità e controllo, ma che non scioglie le incognite sul medio periodo.
È probabile che si verifichi uno scenario per certi versi analogo a quello vissuto da Hezbollah sotto i colpi sistematici di Israele — ovvero l’eliminazione progressiva di ogni nuova carica nel momento stesso in cui viene nominata. Tuttavia, il caso iraniano si presenta strutturalmente più complesso: il sistema della Repubblica Islamica è stato costruito nel tempo con una stratificazione difensiva deliberata, pensata proprio per resistere a tentativi di decapitazione del potere. Il risultato è che qualsiasi azione destabilizzante — interna o esterna — non potrà che procedere strato per strato, incontrando ad ogni livello nuove resistenze istituzionali, religiose e militari. Un processo lungo, logorante, e dal esito tutt’altro che scontato.
Parallelamente, una parte dell’opposizione interpreta questa fase come un passaggio storico da cogliere, fino a immaginare una trasformazione radicale dell’ordine politico, se non addirittura una restaurazione istituzionale. Tuttavia, anche nell’ipotesi di una svolta di questo tipo, la fase successiva si rivelerebbe estremamente delicata: gestire la transizione, mantenere la coesione istituzionale e contenere le tensioni sociali rappresenterebbe una prova di enorme complessità.
Il nodo centrale resta comunque la società iraniana. L’idea di un popolo compatto è oggi più un’immagine retorica che una realtà. Una parte della popolazione vede nel conflitto una possibile via di liberazione, un’altra lo vive come una violazione della sovranità nazionale, altri ancora lo osservano con timore, consapevoli che il proprio destino dipende da decisioni prese altrove. A tutto questo si aggiunge una base ancora significativa di sostegno al sistema, pronta a mobilitarsi di fronte a quella che percepisce come una minaccia esistenziale.
Questa frammentazione rende impossibile per qualsiasi attore politico rivendicare una rappresentanza totale. Qualunque progetto per il futuro dell’Iran dovrà fare i conti con questa pluralità. In assenza di un minimo comune denominatore, il rischio che il conflitto esterno si trasformi, nella fase successiva, in tensioni interne resta elevato.
E qui si apre un ulteriore scenario, potenzialmente decisivo. Se la guerra non si esaurisse in tempi brevi, ma si trasformasse in un conflitto prolungato e regionale , coinvolgendo direttamente altri Paesi del Golfo Persico o territori legati alla presenza militare statunitense, la sua natura cambierebbe radicalmente. Il conflitto potrebbe allora assumere i tratti di una guerra patriottica, capace di ricompattare una parte della società attorno alla difesa nazionale, anche tra coloro che fino a ieri erano critici verso il potere.
Una simile evoluzione avrebbe un duplice effetto: da un lato attenuerebbe temporaneamente le fratture interne, riattivando il sentimento nazionale,dall’altro renderebbe qualsiasi transizione politica molto più difficile, a causa dei costi economici, sociali e umani di una guerra lunga.
Anche le ipotesi di una transizione “guidata” dall’esterno si scontrano con la specificità iraniana. Le recenti dichiarazioni di Trump, in un’intervista alla CBS, in cui ha fatto riferimento all’esistenza di figure interne al sistema pronte a un ruolo futuro, indicano che scenari di questo tipo sono già oggetto di riflessione nelle capitali occidentali. Ma la storia dimostra che modelli importati raramente funzionano in contesti con una memoria storica e una struttura sociale complesse come quelle dell’Iran.
L’Iran si trova dunque davanti a uno dei passaggi più delicati della sua storia contemporanea. L’esito militare resta incerto, ancora più incerta è la configurazione politica che emergerà dalle macerie del conflitto. Mentre Trump appare orientato a chiudere rapidamente la guerra per evitare una destabilizzazione regionale più ampia, Israele potrebbe intravedere in questa fase l’opportunità di ridefinire in profondità l’equilibrio strategico dell’area.
In definitiva, il fattore decisivo non sarà soltanto l’andamento delle operazioni militari. Sarà la capacità degli attori interni, politici, istituzionali e sociali ,di gestire il conflitto con lucidità, responsabilità e “senso del limite”.
Perché il futuro dell’Iran, più che nelle sale del potere internazionale, si giocherà all’interno della sua stessa società: nella sua capacità, o incapacità ,di trasformare una crisi potenzialmente devastante in un nuovo equilibrio possibile.

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E sempre più, articolo dopo articolo, mi viene da chiedermi: ma lei, esattamente, da che parte sta?
Ritengo che individuare cosa passi nella mente di Donald Trump sia estremamente difficile per qualsiasi analista politico. È un enigma persino per i suoi alleati occidentali, figuriamoci per l’Iran. Finora, in almeno due occasioni, durante negoziati ancora in corso, ha deciso improvvisamente di colpire la Repubblica Islamica, dimostrando una linea decisionale imprevedibile e spesso discontinua.
Anche oggi ha dichiarato di voler avviare un dialogo con il nuovo vertice alla guida del regime iraniano,tuttavia, diversi segnali sul terreno sembrano indicare una direzione opposta. Si parla infatti di un possibile dispiegamento di forze militari nell’ovest dell’Iran, nella città di Mehran, con un’operazione che vedrebbe simbolicamente in prima linea il principe Reza Pahlavi, in un’ipotetica avanzata verso l’interno del Paese.
In questo contesto, diventa estremamente complesso comprendere quale sia la reale strategia di Trump: se una politica di pressione negoziale estrema, una strategia di destabilizzazione del regime o un progetto più ampio di ridefinizione degli equilibri regionali. L’impressione generale è quella di una dottrina fondata sull’ambiguità strategica, che rende ogni previsione fragile e ogni analisi necessariamente prudente.
Mi sembra un’analisi molto seria.
Che mette pero’ in luce un problema. Gli USA non possono (e non vogliono) gestire un processo lungo e complesso. Quindi, proprio questa analisi, mi sembra che prospetti uno svolgimento terribile. Del tipo “poi li lasciamo li’ a risolversi i problemi fra loro, cosi saranno occupati a fare altro che pensare a finanziare i terroristi”.
In fondo, non e’ quello che e’ successo in Iraq?
In Afghanistanforse l’idea era un po’ piu’ seria…. Ma il tempo, i costi ed il fatto che non e’ cosi’ automatico che popoli con culture cosi’ diverse vogliano non tanto le stesse cose che vogliamo noi, quanto arrivarci nella stessa maniera che usiamo noi.
Forse…. Io terrei in considerazione anche quanto e’ stato riportato settimana scorsa su tutti i giornali, ossia :
“ L’ambasciatore degli Stati Uniti in Israele, Mike Huckabee, ha sostenuto al podcaster Tucker Carlson che Israele ha il diritto biblico di impossessarsi dell’intero Medio Oriente, o almeno della maggior parte di esso. «Sarebbe bello se se lo prendessero tutto», ha detto Huckabee a Carlson durante un’intervista”
Un intervento esterno verrebbe interpretato dalla maggior parte del Paese come un’ingerenza contro la nazione e quindi governarla diventerebbe impossibile, è vero.
Si rischierebbe un nuovo Afghanistan, dove non verrebbe riconosciuto come legittimo un supporto diretto esterno della gestione del potere e si riaffermerebbe magari di nuovo in seguito quella parte politica ideologica e teocratica che si voleva eliminare o almeno ridurre al minimo.
E’ anche vero però che al momento senza aiuti, sostegni e soprattutto una lotta diretta sul campo delle forze del regime, sarà difficile per gli iraniani desiderosi di vero cambiamento di potere vedere risultati concreti in merito. La questione resta difficile e con poche certezze.
In pratica, se ho ben capito, ritieni più probabile una sorta di cedimento controllato, o di cambiamento pilotato. Ma in questo modo non si rischia di assistere a un cambiamento essenzialemnete tattico e precario, che potrebbe tornare a una nuova involuzione in tempi brevi?