
In questi quarantasette anni, l’Iran non è stato soltanto consumato da un regime totalitario. È stato eroso da una cultura politica malata. Una cultura che non solo ha reso possibile l’ascesa del regime islamico ma ha finito per contagiare anche gran parte delle sue principali opposizioni.
Il regime islamico è, senza alcun dubbio, un sistema criminale e totalitario: ha sacralizzato il potere, sequestrato la verità, marginalizzato la società e prodotto l’attuale disastro politico e umano.
Ma la tragedia diventa più profonda quando ci si rende conto che le principali forze di opposizione non si collocano realmente in rottura con questa logica, bensì spesso ne rappresentano una prosecuzione sotto altre forme.
Negli anni immediatamente successivi alla rivoluzione, l’Organizzazione dei Mojahedin del Popolo si presentò come depositaria della “verità pura della rivoluzione”.
Oggi, ampi settori estremi dell’opposizione monarchica rivendicano invece un presunto “diritto storico”. Il linguaggio è diverso, ma la sostanza è inquietantemente simile: in entrambi i casi, il potere non è concepito come un mandato temporaneo conferito dalla società, bensì come un diritto predefinito, sottratto al controllo pubblico.
È qui che la democrazia muore.
Perché la democrazia presuppone un potere limitato, responsabile e revocabile, il totalitarismo, al contrario, si fonda su un potere assoluto, sacralizzato e immune da ogni interrogazione.
Le radici di questa crisi sono più profonde di una singola ideologia o di un movimento specifico.
L’Iran moderno non ha mai avuto l’opportunità di praticare una politica fondata sulle istituzioni. Storicamente, lo Stato si è sempre collocato al di sopra della società, mentre quest’ultima non ha mai sviluppato strumenti efficaci per contenere il potere.
In un simile contesto, anche l’opposizione tende a pensarsi non come costruttrice di istituzioni, ma come conquistatrice del potere, non come soggetto vincolato dalla legge e dalla responsabilità pubblica, ma come corpo che cerca rifugio nella carisma del leader.
I Mojahedin del Popolo hanno portato questa logica all’estremo, trasformandosi in una vera e propria setta politica, dove la critica diventa peccato e l’obbedienza virtù.
Sul fronte opposto, alcuni segmenti del monarchismo, allontanandosi dalla tradizione del costituzionalismo, sono scivolati verso una forma di carismatismo in cui il dissenso viene neutralizzato attraverso l’etichettamento e la delegittimazione.
In entrambi i casi, il pluralismo è percepito come una minaccia, perché il potere non è concepito per essere condiviso.
La rivoluzione del 1979 ha istituzionalizzato questo schema. Non fu una rivoluzione del dialogo e del compromesso, ma una rivoluzione dell’eliminazione. La sua logica era brutale nella sua semplicità: “O sei con noi, o sei un nemico.”
Questa logica non è mai stata sconfitta; ha soltanto cambiato forma. Nel regime islamico, l’oppositore è diventato “controrivoluzionario”, nell’opposizione, diventa “infiltrato”, “traditore”, “rinnegato”.
Quando la politica si fonda sull’esclusione, la democrazia viene soffocata ancor prima di nascere.
L’esilio ha ulteriormente aggravato questa patologia.
Un’opposizione lontana dalla società è un’opposizione senza costi.
In esilio, la radicalità viene premiata, gli slogan estremi applauditi, mentre la razionalità viene accusata di compromesso.
Le decisioni sbagliate non producono conseguenze immediate, le promesse non richiedono attuazione. In questo spazio sospeso, il potere si trasforma in fantasia e la fantasia è la droga più potente della politica.
Così, alcune componenti dell’opposizione assomigliano oggi più al regime che combattono che a una sua reale alternativa: narrazione unica, leader intoccabile, costruzione del nemico, assenza di accountability verso i media indipendenti, espulsione del dissenso, opacità sul futuro: tutto è tristemente familiare. Cambia solo la bandiera.
La verità è che l’autoritarismo non è soltanto una forma di governo: è una struttura mentale.
E finché questa struttura non verrà messa radicalmente in discussione all’interno dell’opposizione, ogni cambiamento rischierà di essere soltanto la ricostruzione della stessa prigione, con muri nuovi.
La democrazia non nasce dalla semplice negazione del regime islamico. Nasce dalla pratica quotidiana della democrazia: dalla tolleranza del dissenso, dalla costruzione di istituzioni, dalla trasparenza, dall’assunzione di responsabilità, dalla limitazione del potere.
Se l’opposizione di oggi vuole essere una prova generale dell’Iran di domani, allora deve cominciare da se stessa, prima ancora della caduta del regime.
Forse è la battaglia più difficile. Ma è, senza dubbio, la più vitale.

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