

Attribuire l’ondata di proteste in Iran al semplice “carovita” è uno degli esempi più evidenti — e ormai meno sorprendenti — della superficialità strumentale che caratterizza il nostro tempo. Una scorciatoia narrativa che attraversa la stampa italiana e internazionale, ma che arriva a contaminare persino analisti, think tank e organi ufficiali. Non si tratta di un errore ingenuo: è una semplificazione deliberata. Le analisi approfondite, si sa, producono comprensione, costringono a confrontarsi con la realtà e permettono alle persone di costruirsi opinioni informate. Molto più comodo, invece, è offrire una spiegazione elementare, facilmente digeribile e ideologicamente funzionale.
Ridurre tutto all’economia serve proprio a questo: evitare di riconoscere la natura politica, sistemica ed esistenziale della rivolta iraniana. Se la protesta diventa una reazione al costo della vita, smette di essere una sfida al regime. Milioni di persone che rischiano la vita non per un sussidio, ma per rovesciare un sistema repressivo, vengono così ricondotte a una generica insoddisfazione materiale. È una narrazione che anestetizza il conflitto e ne neutralizza la portata storica.
C’è poi un secondo passaggio, altrettanto funzionale. Se il problema è il carovita, allora il colpevole può essere spostato all’esterno: le sanzioni, l’Occidente, la “pressione internazionale”. Il regime scompare dallo sfondo e viene persino riqualificato come vittima collaterale. È una lettura che assolve Teheran e si incastra perfettamente in un frame ideologico già pronto, quello che interpreta ogni crisi come il riflesso dell’“aggressione occidentale”.
In questo modo non solo si banalizza ciò che sta accadendo, ma si priva l’opinione pubblica degli strumenti per capire e costruirsi un’opinione informata. Le rivolte diventano rumore sociale, non un passaggio storico. Ma gli iraniani non stanno scendendo in piazza per l’inflazione: stanno mettendo in discussione la legittimità stessa della Repubblica islamica. Ridurre tutto al carovita non è solo sbagliato. È un modo consapevole per non vedere — e soprattutto per non far vedere — la realtà.
È una narrazione che cancella quasi trent’anni di storia politica iraniana. Cancella le lotte iniziate con il fallimento del riformismo, la lunga disillusione di una società che, dopo la morte di Khomeini, aveva creduto possibile una svolta graduale del sistema. Con Mohammad Khatami, una parte consistente del Paese aveva sperato che la Repubblica islamica potesse evolvere dall’interno e avviarsi almeno verso la democratizzazione. Quelle speranze sono state sistematicamente tradite. Non solo il cambiamento non è arrivato, ma il regime ha imboccato la direzione opposta. Sotto Ali Khamenei, un sistema già autoritario si è irrigidito fino a trasformarsi in una vera e propria mafia di Stato: un intreccio di potere politico, apparato religioso, Pasdaran ed economia predatoria, impermeabile a qualsiasi riforma e sempre più distante dalla società reale. Ridurre tutto al carovita significa ignorare questa traiettoria, fingere che la rivolta non sia il risultato di decenni di promesse infrante, repressione e chiusura totale di ogni spazio politico.
Il vero punto di svolta è stata la Rivoluzione Verde del 2009. In quel momento, davanti a una beffa elettorale, è crollata la fiducia residua nel sistema. Milioni di iraniani hanno capito che l’idea di cambiare il Paese dall’interno, attraverso il voto e il riformismo, era un’illusione. Quelle proteste non chiedevano la fine della Repubblica islamica, ma trasparenza, dignità, rispetto delle regole minime. Ali Khamenei avrebbe potuto ascoltare, aprire un varco, riconoscere la frattura. Scelse invece la repressione brutale: arresti, torture, uccisioni, processi farsa. Fu allora che si consumò il divorzio definitivo tra il regime e una parte decisiva della società. Da quel momento, per molti iraniani, l’orizzonte non è più stato la riforma, ma il rovesciamento del sistema.
Da allora, l’Iran è entrato in un circolo vizioso fatto di esplosioni cicliche delle piazze e repressioni sempre più brutali. A volte la miccia è l’uccisione di una persona, altre il velo, altre ancora il pane e il costo della vita. Ma queste non sono le cause profonde: sono scintille. Pretesti diversi che incendiano ogni volta lo stesso terreno, già secco e altamente infiammabile. Un terreno ideologico e politico scavato dal divorzio irreversibile tra Paese e regime, consumatosi con il fallimento del riformismo. Da quel momento, ogni protesta non nasce dal nulla né da un singolo evento contingente, ma si innesta su una frattura strutturale che il potere non è mai riuscito a ricomporre, limitandosi a soffocarla con la forza.
Ma questa narrazione, che rimette al centro il popolo iraniano e la sua lunga storia di rottura con il regime – e non l’Occidente che sanziona – è profondamente scomoda. Un’analisi che scava nelle radici delle proteste cicliche e che ne ricostruisce la natura politica e ideologica, non piace a una larga parte della sinistra occidentale. Per quella tradizione culturale, la rivoluzione islamica resta ancora oggi un simbolo fondativo della lotta contro l’imperialismo americano, il capitalismo e i valori liberali. Riconoscere che quelle stesse proteste sono l’espressione di una società che rifiuta quel sistema significherebbe mettere in discussione un mito identitario durissimo a morire. E così il protagonismo degli iraniani viene oscurato, sostituito da una lettura riduttiva.
È lo stesso schema mentale che porta a considerare “eterodiretta” ogni scelta di emancipazione dall’orbita antiliberale. Lo si è visto dopo la fine della Guerra fredda, quando i Paesi dell’ex Patto di Varsavia e dell’ex Unione Sovietica si sono affrettati verso l’Occidente, chiedendo di entrare nella NATO e nell’Unione europea. Non fu interpretato come il risultato di un’esperienza storica concreta – decenni di dominio, repressione, stagnazione – ma come l’effetto di una manovra occidentale. La NATO, in questa narrazione, non accoglie: “abbaia”, “provoca”, “si espande”, come se i Paesi dell’Est non fossero soggetti politici ma semplici caselle su una scacchiera altrui.
Lo stesso riflesso si è ripetuto con Maidan nel 2013-2014: centinaia di migliaia di ucraini in piazza per mesi contro un potere corrotto e subordinato a Mosca sono stati ridotti a comparse di un copione scritto a Washington. Le bandiere europee, anziché essere lette come aspirazione a uno Stato di diritto, sono diventate la “prova” di un golpe orchestrato. Ancora più esplicito è stato il caso della Georgia, con oltre 400 giorni di proteste contro una deriva autoritaria e filorussa: anche lì, il racconto dominante ha parlato di “ingerenze occidentali”, non di una società che rifiuta di tornare sotto tutela.
Lo schema arriva fino all’Iran. Quando il popolo scende in piazza contro la Repubblica islamica, non può essere – per questa visione – perché rifiuta quel sistema. Deve esserci sempre qualcos’altro: le sanzioni, la CIA, il Mossad, l’Occidente che manipola. L’idea che delle popolazioni possano aspirare liberamente a modelli liberali e democratici, in aperta opposizione a poteri anti-occidentali, resta inaccettabile. È una conseguenza diretta di una cultura politica di derivazione marxista che parte dal presupposto di sapere cosa sia “giusto” per il popolo e di doverlo educare. Se il popolo sceglie altro, allora non è una scelta: è una deviazione indotta.
Così, la NATO non protegge ma provoca, Maidan non è una rivolta ma un golpe, le piazze georgiane non esprimono una volontà politica ma un complotto, e le proteste iraniane non sono una sfida al regime ma un effetto collaterale della pressione occidentale. È una narrazione che salva sempre il mito e sacrifica i popoli.
Ascolta il dibattito
Sono intervenuti: Ashkan Rostami (membro del Partito Costituzionalista Iraniano), Gianni Vernetti, Anna Paola Concia, il generale Vincenzo Camporini e la militante iraniana Honey Khajehpour.
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Sig.ra Libutti GRAZIE!!
Ha centrato perfettamente il motivo alla base di una lettura distorta della realtà, da parte di coloro, sinistra catto-comunista e radical-chic che con la fine del regime teocratico perderebbe molto di più che la faccia: perderebbero un pilastro della narrativa antioccidentale. Basta vedere le reazioni alla defenestrazione di Maduro in Italia (ma non solo).
Già, Khatami: ci era stato spacciato per moderato, e poi si scopre che…
https://ilblogdibarbara.wordpress.com/wp-content/uploads/2013/07/khatami-torture.jpg