
C’è una costante nella storia politica iraniana che ritorna con una regolarità quasi crudele: i governi arrivano sempre troppo tardi. Non nascono per aprire una nuova fase, ma per contenere un collasso già avviato. Parlano il linguaggio della riconciliazione quando la società ha già smesso di ascoltare. Promettono riforme quando il tempo politico ha già superato lo Stato. Il governo di Masoud Pezeshkian si iscrive pienamente in questa tradizione. Non come anomalia, ma come sintomo.
Un esecutivo sotto assedio
Pezeshkian è salito al potere in uno dei momenti più fragili del regime Islamico: crisi economica strutturale, svalutazione della moneta, proteste sociali diffuse, fratture interne all’apparato e una legittimità elettorale ai minimi storici. Un governo nato senza capitale politico e subito messo alle strette. Ma ridurre la sua debolezza a una semplice incapacità amministrativa sarebbe un errore. La vera crisi è più profonda. Da una parte, i riformisti e i moderati che continuano a credere in una qualche forma di accomodamento con l’America di Trump, immaginando la sopravvivenza del sistema attraverso un accordo minimo. Dall’altra, il nucleo duro del potere, “apparati di sicurezza, interessi economici opachi, élite rentier”, che vede nel governo Pezeshkian non una risorsa, ma un intralcio. Sempre più segnali indicano che questo blocco stia lavorando non per rafforzare l’esecutivo, ma per svuotarlo. Non per salvare l’Iran dalla crisi, bensì per preparare una transizione controllata: un volto presentabile, negoziabile, privo di una base sociale autonoma. Non un rappresentante della società, ma un intermediario del potere.
Il precedente del 1977
Qui il parallelo con il governo di Jamshid Amuzegar non è esercizio retorico. È storia politica comparata.
Amuzegar divenne primo ministro nel 1977, dopo tredici anni di governo Hoveyda. La sua nomina doveva segnalare apertura, flessibilità, capacità di ascolto. In realtà, arrivò quando il problema non era più il nome del premier, ma la crisi di rappresentanza del sistema monarchico stesso. La società iraniana non chiedeva più aggiustamenti tecnocratici. Aveva superato quella fase. Amuzegar parlava di riforme graduali mentre la domanda sociale era già diventata radicale. Poteva parlare, ma non decidere. E la società lo capì immediatamente.
Riconciliazione senza potere
Pezeshkian oggi utilizza un lessico simile: dialogo, moderazione, etica pubblica. Ma come Amuzegar, governa senza controllare i veri centri decisionali. Politica estera, sicurezza, media, dossier strategici: tutto è fuori dalla sua portata.
La storia iraniana, ma non solo iraniana, insegna una lezione elementare: la riconciliazione, se non è accompagnata dal potere reale, non produce stabilità. Produce disillusione.
Ed è la disillusione, non la repressione, a scavare i solchi più profondi.
Una società che ha già voltato pagina
Nel 1977 la rivoluzione non aveva ancora un nome. Ma il distacco tra Stato e società era già irreversibile. Oggi accade qualcosa di simile. Il malcontento è diffuso, trasversale, ma privo di una leadership riconosciuta e condivisa da tutti. La società iraniana ha già superato il voto come strumento di cambiamento, senza però aver ancora trovato un’alternativa organizzata.
È la peggiore delle condizioni per un governo: senza consenso reale e senza sovranità decisionale. In questo spazio vuoto, l’esecutivo non governa: galleggia.
Il vero errore: il ritardo
Il problema di Amuzegar non fu la mancanza di intelligenza o di buona fede. Fu il ritardo storico. Arrivò quando il ciclo politico era già chiuso.
Pezeshkian affronta lo stesso destino. Anche se fosse animato dalle migliori intenzioni, il tempo politico non è più sincronizzato con lo Stato. E la storia, di solito, non concede proroghe.
Una differenza decisiva
C’è però una differenza che rende l’oggi forse ancora più instabile. Amuzegar operava all’interno di uno Stato moderno: burocrazia funzionante, esercito unificato, catena di comando chiara.
Pezeshkian governa un sistema frammentato, attraversato da conflitti interni, senza una visione condivisa del futuro. Se Amuzegar rappresentò l’ultimo tentativo di salvare un ordine esausto, Pezeshkian rappresenta piuttosto il tentativo di rinviare l’inevitabile.
Il governo come segnale
In entrambi i casi, il governo non è la soluzione della crisi, ma il suo indicatore. È il segnale che il sistema ha capito di essere in difficoltà, ma non sa, o non può, cambiare direzione.
La storia iraniana conosce bene questo copione: governi chiamati a calmare le acque che finiscono per riflettere la tempesta.
E forse la lezione finale è semplice: quando i governi arrivano tardi, la storia ha già deciso senza di loro.
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