


Senza un secondo turno, la nuova legge elettorale rischia di non produrre alcun vincitore e di rendere decisive le forze radicali. Stefano Ceccanti critica le liste bloccate, ridimensiona il mito del terzo polo moderato e indica una sola modifica indispensabile: il ballottaggio nazionale tra le prime due coalizioni.
La Camera ha approvato la nuova legge elettorale e il testo ha iniziato il suo iter al Senato. Per capire come cambierebbero le regole del voto, quali rischi restano aperti e perché il ballottaggio nazionale potrebbe essere decisivo, InOltre ha intervistato Stefano Ceccanti, costituzionalista, professore ordinario di Diritto pubblico comparato alla Sapienza di Roma ed ex parlamentare.
Professore, siamo alla sesta legge elettorale in circa trentacinque anni. Perché è necessario cambiare ancora?
È spiacevole dover cambiare continuamente la legge elettorale. Accade soltanto a livello nazionale: per i comuni e le regioni abbiamo regole consolidate dagli anni Novanta che, pur essendo perfettibili, mantengono ciò che promettono, cioè consentono di scegliere un governo per la legislatura e i propri rappresentanti. Sul piano nazionale, invece, le forze politiche non sono riuscite a costruire un sistema altrettanto coerente e organico.
Il punto, però, è capire se possiamo restare con la legge attuale. In Italia carichiamo il sistema elettorale di funzioni che altrove sono assolte dalle convenzioni costituzionali e da regole poste a protezione dei governi. In molti Paesi europei si vota con sistemi proporzionali e le coalizioni si formano dopo il voto, ma non si mette in discussione chi debba guidare il governo: è il candidato indicato prima delle elezioni dal partito più votato della coalizione. Da noi questa convenzione non esiste. Può diventare presidente del Consiglio il leader di un partito che ha ottenuto il tre per cento oppure una persona che non era stata neppure candidata, come accadde con Giuseppe Conte. Manca, insomma, la prevedibilità degli accordi tra i partiti e manca un chiaro rapporto tra consenso, potere e responsabilità.
Ci mancano anche alcune norme costituzionali che in altri ordinamenti proteggono l’esecutivo. In molti Paesi, per esempio, non è previsto un voto di fiducia iniziale. Da noi diversi governi sono caduti proprio sulla fiducia. Per questo affidiamo alla legge elettorale un compito particolarmente gravoso.
Perché, a suo giudizio, il Rosatellum non è più adeguato?
Il Rosatellum fu concepito per non far vincere nessuno. È un sistema a netta prevalenza proporzionale, nato in una fase in cui il Partito democratico si stava indebolendo dopo il referendum costituzionale, il Movimento 5 Stelle correva da solo e il centrodestra era un altro blocco. L’idea era che, dopo il voto, le due forze ritenute più responsabili – il PD e Forza Italia – potessero dar vita a un governo simile a quello guidato da Enrico Letta, nonostante si fossero presentate in coalizioni diverse.
Non andò così: il Movimento 5 Stelle ottenne più voti del PD e la Lega superò Forza Italia. Nacque il primo governo Conte, poi arrivarono il Conte II e il governo Draghi. Inoltre il Rosatellum non garantisce un rapporto soddisfacente tra eletti ed elettori: ci sono liste bloccate e collegi uninominali molto grandi, nei quali eletti ed elettori spesso non si conoscono.
Nel 2022 si verificò poi una situazione eccezionale: una sola coalizione superava il 40 per cento, mentre le opposizioni si presentarono divise in tre schieramenti. La coalizione arrivata prima conquistò così quasi tutti i collegi uninominali. È una condizione difficilmente ripetibile. Oggi le principali forze del centrosinistra e del centrodestra escludono governi comuni, politici o tecnici. Se il risultato fosse un pareggio, con l’attuale legge potrebbe non formarsi alcun governo. Non credo che nell’attuale contesto europeo e internazionale possiamo permetterci instabilità e incertezze. Da qui è tornata l’idea, già discussa nella Commissione bicamerale D’Alema e nella Commissione dei saggi del governo Letta, di un premio di maggioranza che consenta agli elettori, a determinate condizioni, di scegliere direttamente un governo.
Il premio assegna il 55 per cento dei seggi alla coalizione che raggiunge il 42 per cento dei voti. Ci sono problemi di costituzionalità?
Su questo punto la Corte costituzionale si è già espressa: si può assegnare il 55 per cento dei seggi a chi ottiene almeno il 40 per cento dei voti. Una formulazione iniziale, che portava il premio quasi al 60 per cento dei seggi, sarebbe stata ad altissimo rischio di incostituzionalità; il premio è stato poi ridotto al 55 per cento.
Resta però un’altra questione: cosa accade se nessuno raggiunge la soglia? In quel caso i seggi vengono distribuiti proporzionalmente e riappare il rischio del pareggio che la riforma dovrebbe scongiurare. Le proposte elaborate dalla Commissione dei saggi del governo Letta e, prima ancora, dalla Commissione D’Alema prevedevano un ballottaggio tra le prime due coalizioni. Qui lo spareggio non c’è.
Sul versante della rappresentanza, inoltre, il giudizio è molto negativo. Si sarebbero dovute superare le liste bloccate; invece scompaiono i collegi e, al posto di una lista bloccata, ne abbiamo due. La Corte aveva già lasciato intendere che una soluzione del genere fosse problematica. Se il testo approvato dalla Camera diventasse legge senza modifiche, il Parlamento si esporrebbe a un possibile giudizio di incostituzionalità anche prima delle elezioni politiche.
Senza ballottaggio, quali scenari si aprirebbero se nessuno arrivasse al 42 per cento?
Non avremmo un chiaro vincitore. A quel punto le possibilità sarebbero due. La prima è che, dato l’irrigidimento dei rapporti tra i poli maggiori, nessuno riesca a formare un governo e si torni a votare. La seconda è la nascita di maggioranze molto eterogenee e spostate verso le estreme.
Tra le forze non coalizzate ce ne sarà probabilmente una al centro, una all’estrema destra e una all’estrema sinistra. Oggi la più consistente sembra quella all’estrema destra. Potremmo quindi avere una maggioranza tra il centrodestra e l’estrema destra. Il ballottaggio, invece, consente alle due coalizioni finaliste di conquistare al secondo turno anche i voti degli elettori rimasti fuori, senza dover necessariamente portare i loro partiti nella maggioranza.
È ciò che avviene nei comuni: al primo turno si presentano anche sei o sette candidati sindaci, al secondo ne restano due e gli apparentamenti sono rari. Alla fine c’è un vincitore. Se invece, per costruire una maggioranza, una coalizione deve accordarsi con le forze alla propria estrema, il governo diventa più eterogeneo e il sistema più centrifugo. Quando la domanda politica premia le estreme, il doppio turno è il meccanismo che meglio ne riduce il potere di condizionamento: i loro elettori possono scegliere uno dei due finalisti, ma i rispettivi partiti non devono per forza entrare al governo. È il punto decisivo che pochi sembrano aver compreso.
C’è chi pensa che un eventuale pareggio possa favorire un governo moderato, per esempio dal PD a Forza Italia. È realistico?
È un’illusione già coltivata ai tempi del Rosatellum, quando si pensava che PD e Forza Italia avrebbero governato insieme dopo le elezioni. Poi i Cinque Stelle e la Lega ottennero più voti di entrambi. Anche oggi, guardando i sondaggi, il terzo polo non è rappresentato dai centristi, ma da Vannacci.
Un sistema che non designa il vincitore e lascia al terzo polo un ruolo decisivo nelle coalizioni postelettorali può produrre una maggioranza tra centrodestra e Vannacci. Ma il sistema elettorale influenza anche i comportamenti prima del voto: se il centrodestra capisce di non poter raggiungere da solo il 42 per cento e di dover stringere dopo le elezioni un’alleanza con Vannacci, può decidere di includerlo subito nella coalizione. Lo stesso, in modo speculare, può accadere al centrosinistra con una lista di estrema sinistra, magari guidata da Di Battista.
In una fase di forte frammentazione e di spinta degli elettori verso le estreme, se vogliamo che dalle urne emerga un vincitore senza rendere il sistema ancora più centrifugo, serve un ballottaggio nazionale tra due coalizioni. Permette di conquistare sia gli elettori moderati sia quelli più radicali, senza dover necessariamente allearsi con i loro partiti. Altrimenti si incentiva la spinta alla polarizzazione con gravi conseguenze sulla collocazione italiana in Europa e nel mondo, di fronte alle esigenze di difesa e all’aggressività delle autocrazie.
Che spazio resta, allora, per un terzo polo moderato, liberale e riformista?
Le forze centriste sostengono molte posizioni condivisibili, soprattutto in politica internazionale, sull’Ucraina e sull’Unione europea, ma rischiano di produrre un’eterogenesi dei fini. Dicono di voler costruire un polo alternativo perché gli altri sono estremi; tuttavia, uscendo dai due schieramenti principali, li rendono ancora più estremi e più esposti ad alleanze postelettorali con le ali radicali. Ottengono così l’effetto opposto a quello desiderato.
Il mio invito è a rafforzare le componenti liberali e moderate dello schieramento che considerano preferibile, o meno peggiore. Esistono forze liberali ed europeiste sia nel centrodestra sia nel centrosinistra: scelgano dove collocarsi, ma agiscano dentro quei poli. Altrimenti rischiano di compiere un’operazione dannosa anche per le politiche che intendono sostenere.
La Camera ha bocciato per un solo voto l’emendamento sulle preferenze. Sarebbe stata una soluzione efficace? E la questione può riaprirsi al Senato?
Si sottovalutano i problemi che il ritorno delle preferenze potrebbe creare. Rispetto alla Prima Repubblica sono stati introdotti reati come il traffico di influenze e il voto di scambio, che consentono alla magistratura di intervenire nella raccolta del consenso. Il voto di scambio, per esempio, può configurarsi sulla base di una promessa, anche senza uno scambio effettivo. Alcune modalità di campagna elettorale potrebbero quindi entrare nel perimetro penale. Inoltre, a differenza di quanto accadeva prima del 1993, i parlamentari possono essere processati senza autorizzazione. Il rischio è un’espansione del potere giudiziario e una criminalizzazione generalizzata della politica.
Avrei preferito una soluzione fondata sui collegi uninominali, anche all’interno di un impianto proporzionale. Sarebbe stata più ragionevole. Le preferenze, per me, sono un male; ma le liste bloccate sono diventate indifendibili per l’uso che ne hanno fatto i partiti. Le segreterie compilano le liste in modo conformistico e i parlamentari evitano di manifestare dissensi per timore di non essere ricandidati.
L’emendamento bocciato alla Camera presentava diversi problemi. Non si può però ignorare che molti parlamentari eletti senza preferenze temono di non essere rieletti se queste venissero introdotte: le ragioni della bocciatura a scrutinio segreto non sono state tutte nobili o ispirate a considerazioni di sistema. Neppure l’opposizione, che pure sostiene il ritorno delle preferenze, ha compiuto una grande operazione politica: ha messo in minoranza la maggioranza, ma senza proporre una strategia alternativa chiara.
L’emendamento aumentava le candidature multiple e non garantiva adeguatamente l’equilibrio di genere. Con tre preferenze si rischia di favorire il voto a due uomini e una donna. Se si vuole reintrodurre questo meccanismo, lo si può fare meglio, prevedendo per esempio due preferenze e regole efficaci sulla parità di genere. Al Senato, in teoria, è ancora possibile intervenire.
Se il testo restasse invariato, la Corte costituzionale potrebbe introdurre le preferenze?
Sì. Ritengo probabile una sentenza additiva della Corte costituzionale che introduca il voto di preferenza per tutti i parlamentari. Sarebbe un intervento piuttosto rozzo, ma immediatamente applicabile. Questa, a mio avviso, è l’unica vera questione di costituzionalità ancora aperta.
La cosiddetta norma “taglia-cespugli” stabilisce che, tra le liste coalizzate rimaste sotto il 3 per cento, soltanto i voti della più forte concorrano al risultato della coalizione. Che effetto avrà?
È una scelta politica del legislatore. Si è ritenuto che una coalizione destinataria di un premio di maggioranza non debba presentarsi troppo frammentata, perché altrimenti la sua effettiva capacità di governo sarebbe limitata. Si può condividere o meno una norma del genere, ma il suo obiettivo è chiaramente incentivare l’aggregazione.
Colpisce soprattutto il centrosinistra, dove le liste minori sono più numerose. Tuttavia è discutibile anche l’idea di presentare tre o quattro liste dell’uno per cento senza prevedere alcun incentivo a unirsi. Si possono valutare vantaggi e svantaggi della norma, ma non mi sembra ci sia motivo di scandalizzarsi.
Immagini di poter apportare due sole modifiche al testo approdato al Senato. Quali sceglierebbe?
Me ne basta una: introdurre il ballottaggio. È ciò che serve al sistema.
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