Nel 1978, poco prima della Rivoluzione Islamica, l’Ayatollah Ruhollah Khomeini viveva in esilio a Neauphle-le-Château vicino a Parigi. Mohsen Sazegara, all’epoca, era uno dei suoi più stretti collaboratori e in seguito gli furono affidate importanti posizioni dopo la Rivoluzione Islamica.
In Iran si voterà il primo marzo, ma è dal 2009, dopo l’arresto del candidato presidenziale vincitore, Musavi, e le successive insurrezioni, note come il Movimento verde, che gli iraniani si tengono lontani dalla farsa elettorale. Si stima che quest’anno, meno del 30% si recherà alle urne. È in questo contesto di aperto antagonismo tra regime e popolazione che incontriamo il fondatore dei pasdaran, ovvero del Corpo delle guardie della rivoluzione islamica (Irgc), oggi uno dei maggiori oppositori del regime islamico.
Poche figure come Mohsen Sazegara riassumono la parabola dell’Iran nel corso dei suoi ultimi 45 anni di storia. Il percorso di questo interessante protagonista degli eventi è emblematico. In lui troviamo ogni tappa della Storia: l’esaltazione giovanile, l’illusione di una società libera tradita dagli avvenimenti, e poi il suo ritiro dalla vita politica fino ad un ritorno agguerrito, disperato nella lotta verso un riformismo democratico culminata in arresti, scioperi della fame e infine l’esilio.

“Il mio percorso non è avvenuto da un giorno all’altro. Sono stati necessari molti eventi e molte letture,” ci racconta Sazegara. “Negli anni ‘70, negli Stati Uniti, dove studiavo, imperava l’ideologia rivoluzionaria e anticolonialista. Essere rivoluzionari significava combattere per la giustizia, per l’uguaglianza, per la libertà e per la democrazia. Noi musulmani eravamo contrari al marxismo, ma allo stesso tempo ne eravamo attratti, così leggevamo Ali Shariati che mirava a ricondurre la religione islamica ad un’ideologia di sinistra. Avevo poco più di vent’anni e credevo che la rivoluzione fosse la soluzione di tutti i problemi dell’Iran.”
Chiediamo a Sazegara cosa lo indusse a formare il Corpo delle guardie della rivoluzione islamica e il suo scopo iniziale. “l’IRGC di allora non assomigliava neanche vagamente a quello odierno. Oggi è mostro, un drago a sette teste che protegge la cleptocrazia di Khamenei. Allora invece, almeno inizialmente, doveva servire per contrastare lo shah. Due anni prima della rivoluzione mi fu chiesto di raccogliere informazioni sugli eserciti popolari del Perù, della Nigeria e sull’I.R.A. Non ci aspettavamo di prendere il potere in soli 3 mesi, pensavamo di dover combattere per anni. Così decidemmo di formare dei volontari facendoli addestrare in Libano e in Siria per poi farli tornare in Iran in gruppi di guerriglia indipendenti. Dopo la rivoluzione, l’esercito popolare fu poi convertito per difendere il paese da nemici interni ed esterni.”

Nei primi anni successivi alla rivoluzione islamica, Sazegara ricoprì molte cariche di governo, fu vice primo ministro, poi le prime consapevolezze: all’inizio quella dell’insostenibilità economica dell’isolazionismo, poi quella del tradimento degli ideali rivoluzionari. “Venni a conoscenza delle torture nelle carceri e di molte altre cose. Non era quello per cui avevo lottato. I mullah avevano preso il potere e la corruzione e la violazione dei diritti umani cominciavano ad essere la norma.” Lasciati gli incarichi, Sazegara tornò a studiare e giunse alla conclusione che la giustizia e la democrazia potevano solo essere raggiunte in uno stato secolare.
Alla fine degli anni ‘80, iniziò a pubblicare una rivista in cui venivano tracciati i primi aspetti teorici del riformismo democratico. “Avevamo bisogno della razionalità perché è l’essenza del mondo moderno. Credevamo che se fossimo riusciti a incoraggiare le persone a votare per un presidente riformista avremmo potuto procedere a una riforma della costituzione. Una volta eletto, Khatami avrebbe dovuto aiutarci a creare una versione secolare e democratica dell’Islam. Tuttavia, dall’altra parte c’era Khamenei che la pensava altrimenti e a Khatami mancò il coraggio di contrastarlo. In 8 anni il movimento riformista fu spazzato via.”

Molti attivisti furono arrestati e i giornali furono chiusi. Nel 2001 Sazegara tentò di candidarsi alle elezioni presidenziali ma Khamenei non glielo permise. “Dopo Khatami, Khamenei non permise più a nessun riformista di candidarsi. Non voleva perdere il potere e mise se stesso davanti al Paese, ma fu lui a vincere. È stato allora che abbiamo capito che il cambiamento non poteva avvenire attraverso riforme ma solo con un cambio di potere.”
Nel frattempo però il regime era diventato più brutale, più militarizzato. L’Iran si era trasformato in uno stato di polizia. Sazegara fu arrestato diverse volte. Alla fine riuscì a fuggire prima in UK e poi negli USA.
Gli chiediamo se è corretto interpretare il movimento Donna, Vita, Libertà come il capitolo più recente dell’ondata di proteste anti-regime cominciata nel 2009 con il movimento verde.
“Il movimento verde ha segnato l’inizio di una nuova era in Iran. È stata la prima rivolta del popolo che rivendicava il diritto di vedere eletto il presidente per cui aveva votato. Milioni di persone scesero in piazza per volontà propria e non per volontà del clero. Per Khamenei è stata l’ultima chance di riformare il regime perché Musavi, il vincitore delle elezioni, gli era fedele. Purtroppo per Musavi, è un uomo nobile; non è corrotto e il regime vive di corruzione. La gang mafiosa che comanda il paese non voleva avere un uomo onesto a capo del governo. Fu un punto di svolta. Il popolo iraniano decise di andare avanti fino a che non avesse rovesciato il regime.”

Sazegara ci spiega che secondo i dati interni, il 93% della popolazione oggi chiede un cambio di regime. Dal 2009 ad oggi le ondate di proteste sono state molteplici e ricorrenti. A ciascuna, sono seguite centinaia, talvolta migliaia di morti. “Ora ci troviamo di fronte a una cleptocrazia che è diventata più violenta e più radicale.”
Da oltre un decennio, Sazegara posta regolarmente su YouTube dei video tutorial per insegnare agli iraniani tecniche di resistenza strategica non violenta. Le sue lezioni sono popolarissime in Iran. Malgrado i tentativi del regime di bloccarne l’accesso, ciascun video ottiene tra le ventimila e le cinquantamila visualizzazioni. Con orgoglio, ci confessa di essere riuscito, negli anni, a raggiungere circa 20 milioni di iraniani.
“Ho lavorato per il Centro internazionale per le tecniche non violente (ICNC) che promuove la conoscenza della resistenza civile. Ho tradotto molto del loro materiale in Farsi perché credo che, contro i dittatori, la resistenza civile sia più efficace della lotta armata. Si basa sul principio di utilizzare la forza di milioni di persone ed è sorretta da tre pilastri. Il primo è quello delle tecniche più note: proteste di piazza, scritte sui muri, servirsi della musica o dell’arte, scrivere lettere, raccogliere firme ecc.; il secondo pilastro è invece quello delle tattiche di non cooperazione. Ha lo scopo di paralizzare il regime attraverso scioperi in settori chiave oppure utilizzando il boicottaggio, come non pagare le bollette, non rispettare le norme. Per esempio, le donne adesso non indossano più l’hijab. Milioni di loro, con coraggio hanno rifiutato di indossarlo e il regime non può farci niente, sono troppe. Il terzo pilastro è la pianificazione strategica che rimuove gradualmente il sostegno intorno al regime. Lo fa come fossero gli strati di una cipolla. Li si pelano dall’esterno finché l’interno non ha più alcuna protezione. Le azioni di protesta e di non cooperazione mirano a creare defezioni all’interno perché ogni volta che il regime raggiunge il punto di repressione si staccano degli strati.”
Dalle sue parole deduciamo che – nel tempo – quelle che erano cominciate come proteste spontanee nel 2009 hanno ora raggiunto un certo grado di organizzazione. Glielo chiediamo.
“Sì, le persone hanno iniziato a lavorare in modo più organizzato. In Iran adesso si può solo operare clandestinamente perché il regime ha soppresso ogni forma di associazione: teme qualsiasi forma di riunione. Così i nostri attivisti lavorano in clandestinità e affinano le tecniche. Nel 2019 il regime riuscì a reprimere le proteste in soli 4 giorni. Nel 2022, le proteste per la morte di Mahsa Amini invece hanno coinvolto più di 200 città dell’Iran e sono durate per più di 100 giorni prima che il regime riuscisse a riprendere il controllo. C’erano coordinatori in ogni quartiere.”
Non ci resta che domandargli cosa manchi ancora perché quel 93% di iraniani possano avere la meglio.
“Mancano ancora molte cose a cui stiamo lavorando. Innanzitutto abbiamo iniziato a rieducare molti dei nostri attivisti e ad approfondire la loro conoscenza della resistenza civile; in secondo luogo abbiamo scoperto che i social media (che noi chiamiamo l’artiglieria della resistenza civile) sono più importanti di quanto pensassimo, si può fare di più; terzo, dobbiamo sviluppare la leadership, perché se non ne hai, al massimo sarai limitato a un movimento studentesco come a Hong Kong. Il modello di leadership è ora in discussione. Dobbiamo raggiungere un accordo su dei leader che abbiano la fiducia della gente. D’altra parte, si tratta di coordinare milioni di persone senza rischiare una guerra civile. L’ultima cosa è comprendere come contrastare efficacemente la macchina repressiva del regime che dobbiamo imparare a prendere più seriamente di prima. Anche se nel 2022 abbiamo visto che ci sono molte crepe all’interno dell’IRGC, non bastano. Per avere successo dobbiamo crearne di più.”
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Ritengo che questa intervista sia “dirompente”. Mostra purtroppo che in un contesto rivoluzionario organizzato vi siano sempre marionette (nel senso buono) ovvero coloro che per alti ideali vi partecipano e che poi, se sopravvivono, si vedono parte di un tritacarne inimmaginabile. Quanto dichiarato di voler perseguire, la <>, è senza dubbio la strada migliore per non scatenare una guerra civile (vedi Iraq) ma è un processo molto lento e temo che possa essere anticipato da una lotta senza quartiere mossa dagli attuali nemici giurati del regime: il mondo sunnita e soprattutto Israele. Secondo un antico adagio, speriamo in bene ma prepariamoci al peggio!!
Io ritengo che l’ostacolo maggiore per loro siano le lobby politiche che agiscono nell’interesse del regime e che li privano del sostegno internazionale, come ho scritto nel mio pezzo più recente.
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Complimenti: bellissima intervista che dice molto sulla situazione iraniana, molto di più di quanto si trovi nei giornali tradizionali.
Scrivo ora una cosa che dovrebbe essere ovvia, me che non lo è affatto sempre pensando ai già citati giornali: lei scrive benissimo!
La ringrazio. La mia ricerca nasce dal fatto che si legge solo della repressione del regime e di Donna, Vita, Libertà ma senza background. Da mesi cerco di offrire uno spaccato socio-culturale all’interno dell’evoluzione del contesto.
Sarebbe importante sapere come si colloca la resistenza iraniana in politica estera. Se rovesciassero il regime, avrebbero il coraggio di uscire dall’orbita russa e riavvicinarsi all’occidente e specialmente a Israele?
I movimenti politici dissidenti sono in larga maggioranza confluiti in una costituente (fatta eccezione per il MEK). Monarchici, repubblicani, di destra o sinistra, lavorano per una democrazia secolare. L’orientamento è fortemente occidentalista e filo israeliano.