
Un’amica mi racconta di come, di recente, si sia ritrovata in territorio nemico. Dopo anni di isolamento, trascorsi in una bolla hikikomori, un confinamento casalingo in cui di fatto elaborava quotidianamente e virtualmente sui social il suo lacerante trauma di rottura e autoesclusione dalla sinistra, di colpo veniva proiettata nell’effervescenza progressista e mondana di un vernissage a tema “l’odissea dei migranti”.
Circondata da un preciso campione di umanità tutt’altro che virtuale, l’amica quasi temeva il contatto con quella che una volta considerava la sua gente, e che ora malsopporta, soprattutto da quando ha rispolverato velleità rivoluzionarie antioccidentali e si attovaglia spregiudicata in fazzoletti a quadri un tempo riservati ai pescatori iracheni. Le keffieh, infatti, pur senza dilagare, occhieggiavano ammiccanti nelle sale della mostra, a marcare politicamente un territorio culturale un tempo ostile alle appropriazioni culturali, ma adesso meno.
Affermare che stesse sulla difensiva è poco: l’amica mirava solo a uscirne indenne, concentrandosi sui quadri, invero assai belli, e pregando di schivare brani di conversazione che l’avrebbero, come si usa dire oggi, “triggerata”, provocando imprevedibili reazioni a catena, non ultima la gastrite.
L’opera centrale, un’installazione audiovisiva all’interno di una raccolta saletta di proiezione, constava di una lunga serie di acquerelli azzurri, sfogliati come pagine di un taccuino e commentati da una calda voce femminile fuori campo. La progressione di infinite varianti di blu e celeste raccoglieva lo sguardo spettrale di una giovane migrante che fissa l’orizzonte nella speranza di vederci una terra — che non arriverà mai. Visioni di cielo e mare si susseguivano sotto un sole implacabile come tante istantanee di un Mediterraneo immoto e privo di riferimenti, come una deriva della coscienza, e, accompagnate da coordinate geografiche precise della rotta libica, raccontavano senza enfasi retorica il viaggio della fine: le vite che si spegnevano una a una sulla barca, così come poco a poco si spegneva la speranza di lei. Tutto era presente e reale: la pelle riarsa, la sete feroce, il sale in gola, il caldo, la paura.
Magia dell’arte: nel buio della sala, l’immedesimazione era totale, come un sortilegio, e la pena palpabile per coloro che assistevano. L’amica, pur con tutti gli arrocchi e le difese alzate, s’era disarmata, toccata, di nuovo in sintonia — seppur momentanea — con un mondo, con un punto di vista e un argomento che solo poco prima le avevano causato insofferenza e fastidio.
L’episodio mi è tornato in mente quando ho letto dell’imminente uscita di un film in cui i componenti di una famiglia si scambiano di corpo imparando a mettersi — dài — uno nei panni dell’altro, e che quindi sarebbe importante andarlo a vedere perché l’empatia è importantissima. La notizia ha fatto scattare in me quel che gli intellettuali che vanno alle mostre a tema chiamano call to action: un’esortazione a non rimandare il non più rimandabile. Qualcuno deve pur dirvi che questa parola non significa quel che pensate che significhi: tanto vale che sia io. Non è la traduzione di I care, per favore smettetela di abusarne.
Anche i suoi più titolati detrattori la definiscono un’attitudine più assimilabile al simpatizzare o alla compassione, mostrando di considerarla in sostanza una forma di autolesionistica tolleranza.1 Altri,2 pur inquadrandola con maggior precisione, si focalizzano comunque più sulle sue conseguenze in termini etici — su ciò che questa dimensione comporta o rischia di provocare — piuttosto che su quel che è.
L’equivoco è comprensibile, le sovrapposizioni inevitabili, trattandosi di moti umani che hanno in comune la partecipazione ai destini altrui. Ma la differenza risiede nella qualità e profondità dell’esperienza.
Il tratto principale, scriminante, dell’empatia è infatti la sua natura esperienziale e immersiva. È il trasferimento di un vissuto — spesso penoso o doloroso — un passaggio diretto o comunque mediato in modo così efficace da riuscire a ricrearlo, a riprodurlo ogni volta dal nulla, rievocando intatto il suo corredo emotivo. Si può provare pena e compassione leggendo in prima pagina di un terremoto o della guerra, ma non empatia profonda. Non dal titolo, comunque. Se nelle pagine seguenti c’è un reportage, un resoconto diretto, invece sì.
Questo accade perché i neuroni specchio,3 che ne costituiscono l’attivatore principale, abbisognano appunto di una superficie riflettente con cui costruire un rapporto uno a uno, che quasi ci isola dall’ambiente circostante. Il distacco tra le identità si attenua ma non si annulla, creando un canale unico, uno spazio biunivoco privilegiato.
Solo quando mi dedico all’altro, quando lo vedo, ascolto e riconosco come simile, quando il suo sentire mi arriva dettagliato e vivido, riesco ad abbattere tante barriere quanto basta per ricevere le sue emozioni come se le stessi provando io, e solo quelle. Non c’è confusione, ma pura condivisione. Così come ognuno degli altri visitatori che sentiva respirare accanto a lei, l’amica (che — in a big surprise to no one — ero io) riviveva quel viaggio allucinato, onirico, e pur avvertendo sofferenza e disperazione, come tutti i presenti, rimaneva consapevole di sé, mentre la giovane migrante rimaneva — eternamente — su un gommone in balia dell’ignoto. Io ero salvata, lei sommersa. Non avremmo mai parlato, non conosco il suo nome, eppure siamo state vicine al massimo grado possibile nelle circostanze date.
L’empatia è di fatto una sorta di trance vigile innescata da un racconto la cui fruizione intima, quasi ipnotica, svolge un ruolo insostituibile. Laddove non sia possibile un rapporto diretto con il protagonista che la riferisca in prima persona, la narrazione rappresenta da sempre l’unico veicolo capace di creare empatia autentica, e costituire fondamenta solide per la ripetizione del meccanismo, come un capitale emotivo a cui attingere nelle esperienze successive.
Potrebbe dirsi che i nostri neuroni specchio si allenano, diventano più abili e veloci quanto più assimiliamo storie in cui ci sforziamo di entrare: vicende per le quali via via creiamo le condizioni — interiori ed esterne — più favorevoli alla fruizione. La tradizione orale, la scrittura, l’arte e poi la narrazione audiovisiva hanno svolto questo compito da millenni, mentre i social vanno in direzione opposta, demolendo la nostra capacità empatica, sia per la modalità distratta e multitasking con cui ci approcciamo, sia per gli automatismi che ingenerano, specialmente quando si usano per esprimere opinioni.
Eppure se ne parla di continuo. Il termine è trasmigrato dall’ambito più specifico dell’ascolto attivo terapeutico,4 di cui rappresenta un requisito, finendo nel parlato comune, dove si è affermato prepotentemente come sinonimo di comprensione non superficiale. Essere premurosi e solidali con qualcuno non è abbastanza: bisogna essere empatici. Questo upgrade del concetto è correlato con il dilagare dell’indignazione nel nostro presente, quasi a dire “mi arrabbio perché sono molto comprensivo verso le sorti dell’umanità”. I care, mi importa. Sicuramente più che a te. Perché io sono empatico.
In realtà, e per i motivi sopra esposti, tra la polarizzazione che l’indignazione crea e la vera empatia c’è sì un rapporto strettissimo, ma inverso: ove si riscontri la prima, l’altra si dissolve; ove si attenua la prima, la seconda riguadagna terreno. Sarà capitato a chiunque di assistere a un confronto che nasce acceso, estremizzato, ma in cui i due non mollano, vai a capire perché, e man mano che il dialogo faticosamente si protrae, anche le posizioni si avvicinano, perché elementi comuni e piccole concessioni simmetriche hanno “forato” le difese e permesso l’ascolto reciproco. Avrete anche notato che spesso è difficile inserirsi: si è creato uno spazio a due, ancorché pubblico, che è condizione necessaria perché la cosa più vicina possibile all’empatia, su quel mezzo, sviluppi il suo potenziale.
Il riscontro empirico ha una solida base neurologica, di nuovo. Ricerche cognitive recenti,5 utilizzando tecniche di neuroimaging, hanno esplorato come l’ideologia politica moduli e attenui le risposte di empatia in alcune aree temporo-parietali associate alla condivisione emotiva: valori rigidi corrispondono a minore recettività al vissuto e alle sofferenze di chi viene percepito come distante dal gruppo. Il fenomeno è del resto intuitivo: il fanatismo, il narcisismo morale, il virtue signalling, tutti si nutrono necessariamente della reificazione dell’altro, che dunque viene tutto men che ascoltato o considerato un simile, in quanto già in partenza ritenuto moralmente o intellettualmente inferiore.
Volendo semplificare, in un paradosso: accusare qualcuno di non avere empatia e umanità in quanto ideologicamente distante o divergente dalle nostre opinioni è la miglior dimostrazione di una carenza della medesima. Vieppiù se l’altro ci resta male, ma pur decrittando dalla sua espressione o dalla sua replica uno stato d’animo di tristezza, la cosa ci lascia indifferenti nel concreto, nel qui e ora, in nome del principio astratto che stiamo difendendo. Le espressioni del volto della madre sono infatti il nostro primo “testo” di studio, il primo allenamento dei neuroni specchio, che poi replicheranno quello che viene chiamato “embodied simulation”.6 Chi ne è stato privato, di rado sviluppa una sana empatia.
Forse è ora di riconsegnare questo termine a chi ci lavora, come gli psicologi, tornando semplicemente a godere e apprezzare l’eccezionalità dell’esperienza quando si verifica, in uno studio o in un cinema, o leggendo un libro che non riusciamo a chiudere. E di riscoprire parole come compassione, partecipazione e solidarietà, e le relative dimensioni collettive. Stati d’animo che magari ci scuotono meno, ma che, proprio perché meno trascendenti, non finiscano per rappresentare l’alibi per posizioni irrazionali e distruttive, avulse dalla realtà, e in definitiva per niente empatiche.
Note
[1]: Gad Saad, *The Parasitic Mind* (2020): “suicidal empathy” indica l’empatia patologica che porta individui o società a sacrificare i propri interessi vitali per proteggere gruppi percepiti come vittime, fino all’autolesionismo culturale.
[2]: Paul Bloom, *Against Empathy* (2016): l’empatia è biased (favorisce chi è vicino), miope e manipolabile; meglio la compassione razionale per decisioni etiche imparziali.
[3]: Neuroni specchio: scoperti negli anni ’90 da Rizzolatti e Gallese; si attivano osservando azioni altrui, base neurologica dell’empatia e comprensione intenzionale.
[4]: Carl Rogers (terapia centrata sul cliente, anni ’40-’50): empatia come capacità di comprendere vissuti altrui senza identificazione totale, con ascolto attivo e accettazione incondizionata.
[5]: Zebarjadi et al. (2023): neuroimaging mostra empatia ridotta (TPJ) in ideologie rigide/destra; parametri associati a valori politici auto-dichiarati.
[6]: Embodied simulation (Gallese): meccanismo automatico per simulare azioni/emozioni altrui; espressioni facciali attivano rispecchiamento neurali pre-riflessivo.
Se ti è piaciuto o se non ti è piaciuto questo articolo, scrivilo nei commenti.

InOltre è completamente gratuito ed è il frutto della competenza e della passione di molte persone che lavorano senza fini di lucro. Se desideri contribuire con un piccolo supporto, puoi farlo effettuando un bonifico come di seguito specificato oppure cliccando sui pulsanti che vedi, scegliendo l’opzione che più preferisci. Le donazioni verranno utilizzate per i costi di mantenimento del sito e per altre attività editoriali.
Grazie per il vostro supporto!
Bonifico bancario intestato a Inoltre Ente del Terzo Settore con Causale: donazione/erogazione liberale a favore di Inoltre ETS.
Codice Iban: IT55A0306909606100000404908



Scopri di più da InOltre
Abbonati per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail.
