Fotografia di Jabin Botsford per il Washington Post.
Polarizzazione e violenza politica, l’attentato a Trump è il culmine delle tensioni?
È accaduto di nuovo: cambiano le epoche, le motivazioni, i leader e i loro assalitori. L’atto pratico è però lo stesso, marchiato a fuoco sulla psiche di un popolo abituato alla violenza armata, ma non alla sua trasposizione politica. L’impossibilità immediata di chiarire ogni dinamica favorisce già la diffusione di innumerevoli ipotesi e teorie del complotto. Se scegliamo temporaneamente di ignorarle, potremo concentrarci non tanto sull’evento in sé – chiaro nella sua sanguinosa semplicità – quanto su quel che significa e potrebbe significare nel prossimo futuro non soltanto per gli Stati Uniti, ma anche per noi europei.
Ricostruire i fatti impone di partire da lontano. L’incubo in cui sta precipitando l’America (e che ha rischiato di farla esplodere qualora il cecchino di Butler fosse stato più preciso) non è figlio dell’attentato, tutto il contrario: nel migliore dei casi, gli spari di stanotte sono il culmine di un processo iniziato anni fa – ci si può interrogare se prima o dopo l’ascesa del tycoon – che vede nella polarizzazione estrema una delle minacce più grandi che la democrazia debba affrontare. La demonizzazione dell’avversario, una tecnica che Trump padroneggia con maestria, non è infatti semplicemente un’arma a doppio taglio (poteva costargli la vita), ma anche una trappola in cui si cade con facilità. Si veda la scelta di Biden, durante il disastroso dibattito di fine giugno, di attaccarlo senza successo con parole prese in prestito dal dizionario dell’avversario, che poco si prestano all’immagine istituzionale di un veterano democratico. Come in un’epidemia che contagia la mente e l’animo degli elettori, il picco presuppone una discesa. In caso contrario, quanto andato in scena in Pennsylvania potrebbe essere l’inizio di un periodo di tensione ancora più alta, di fronte al quale la Casa Bianca sembra incapace di reagire.
Non si parla soltanto della prudente ma tardiva reazione del Presidente, preceduta dalle parole più nette dell’amico e alleato Barack Obama. Da mesi, le garanzie destinate alla protezione del sistema americano sono sotto pressione: dalla sentenza della Corte Suprema che concede a Trump l’immunità negli atti pubblici – un vulnus serio – fino alle polemiche per il famigerato “Project 25”, un documento stilato dal think tank conservatore Heritage Foundation che, se realizzato, farebbe retrocedere gli Stati Uniti di decenni sul tema dei diritti e, peggio ancora, ne indebolirebbe fatalmente le istituzioni, aprendo alla sostituzione degli attuali funzionari del Pentagono o del Dipartimento di Giustizia con fedelissimi trumpiani. I tentativi del tycoon di allontanarsi dalla nomea di questo progetto, che spaventa gli indecisi più moderati, sono comprensibili, ma si scontrano con molte delle dichiarazioni da lui rilasciate dal 2021 ad oggi. Quando, otto anni fa, l’uragano Donald soppiantò il conservatorismo rispettabile e signorile dei Reagan, Bush Sr. e Bob Dole – fermo nelle sue posizioni, ma che dimostrava di essere aperto al dialogo con la controparte – i democratici non riuscirono a capirne la portata e si limitarono a prenderlo in giro, restando di sasso mentre vinceva le elezioni. La lezione del 2020 aveva mostrato come la maggioranza degli elettori (compreso un numero non indifferente di repubblicani) non fosse disposta a riconfermare alla presidenza un uomo senza controllo, disposto a tutto pur di restare al potere, persino a incitare un attacco contro il Campidoglio – altro evento gravissimo che si inserisce perfettamente nel contesto di cui si discute.
Tuttavia, Biden e la sua amministrazione non si sono dimostrati all’altezza del consenso ottenuto e, anche quando venivano raggiunti risultati, non riusciva a comunicare a dovere con la popolazione, dando modo a Trump di riguadagnare terreno. Arenatosi dopo la perdita della Camera alle elezioni di medio termine del 2022, sul programma del Presidente si è allungata con il tempo l’ombra del suo stato di salute e della sua età, fino alle più recenti gaffe che hanno spinto numerosi esponenti democratici e donatori a chiedere apertamente un suo passo indietro. L’inquilino della Casa Bianca non sembra volerne sapere e dovrà ora prepararsi a un probabile aumento di popolarità per il tycoon, la cui immagine uscirà rafforzata: il suo volto insanguinato ma combattivo nel pericolo dell’agguato contrasta con la debolezza psicofisica dell’avversario, che si manifesta anche nella “comodità” delle iniziative più informali.
Così, in un Paese dove la politica sembra non avere più regole, dove nessuno sembra in grado di prevenire il ritorno a Washington di Trump (e le sue conseguenze) e dove procurarsi armi è impresa tutt’altro che difficile, non dovremmo essere stupiti da quanto accaduto a Butler. Eppure lo siamo, perché non ci rassegniamo all’idea che la democrazia soffochi nel sangue. Perché capiamo cosa il caos americano potrebbe voler significare per entrambe le sponde dell’Atlantico e questo, da europei, ci spaventa. I collaboratori del tycoon non ci tengono nascosto che una sua seconda presidenza indebolirebbe volontariamente la NATO, proprio nel momento in cui ne abbiamo più bisogno. Temiamo che Mosca, con cui siamo ai ferri corti da due anni, possa approfittarne per fare del male agli Stati più piccoli della coalizione, come le realtà baltiche. Temiamo anche che la militarizzazione degli Stati Uniti – scenario paventato da Trump durante gli scontri e le violenze del 2020 – possa spingere il nostro più grande partner in materia di sicurezza nell’anarchia interna, impossibilitandolo a mantenere gli impegni presi lungo il confine orientale del Vecchio Continente. Così, la fotografia scelta per la copertina di questo articolo rischia di diventare profetica, in un duplice senso che speriamo non si realizzi: le armi della fanteria americana per difendere un Presidente, quelle della fanteria europea per difendere tutti noi.
Scopri di più da InOltre
Abbonati per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail.
