

L’hanno buttata giù “studiosi e studiose di storia degli ebrei e dell’antisemitismo”, in consorzio con “scrittori e scrittrici che si occupano di mondo ebraico o che difendono la libertà di parola e di opinione”. È una lettera, diffusa l’altro giorno dalle agenzie di stampa, che contesta il riferimento – in alcune proposte di legge – alla definizione di antisemitismo adottata dall’International Holocaust Remembrance Alliance (IHRA).
I motivi dichiarati dell’avversione – condivisi energicamente dal campo largo dell’antisemitismo editorial-parlamentare che ha dettato il tono del discorso pubblico negli ultimi due anni – riguardano il presunto rischio che si tratti di un espediente per conculcare il diritto di “criticare Israele”. Ma i motivi inespressi, e reali, sono altri: vogliono ammantare di quella dicitura assolutoria atti e retoriche che necessitano di quell’involucro legittimante per spogliarsi del loro antisemitismo.
Nessuno ha mai preteso – né tantomeno lo fa l’IHRA – di bollare come antisemita qualsiasi critica a Israele. Molti invece pretendono – e quel gruppo di sottoscrittori guida il corteo – di spacciare per legittimo e privo di tratti antisemiti il sistematico, mono-orientato, ossessivo ed esclusivo monitoraggio verso Israele, Paese meritevole di tanta attenzione solo perché è Israele, non per ciò che fa.
La realtà è che la presunta “critica a Israele” ha rappresentato – dalle università alle piazze, dalle colonne dei giornali alla fogna social, dai discorsi parlamentari alle aule di giustizia – l’espediente propagandistico e scriminante per assolvere comportamenti di schietto antisemitismo, che nulla hanno a che vedere con il diritto di critica su questa o quella scelta politica dello Stato degli ebrei.
Se manifesti contro la guerra di Gaza chiamandola “genocidio”, mentre ignori i 500 mila siriani sterminati dal regime confinante, a tuo modo stai “criticando Israele”: da buon antisemita. Se vuoi far arrestare i ragazzi israeliani in vacanza in Italia dopo aver combattuto la guerra di Gaza, ma non ti è mai passato per la testa di pretendere lo stesso da soldati di qualunque altro Paese, stai “criticando Israele”: da bravo antisemita.
Se strilli come un’oca spennata contro il presunto regime di apartheid in Israele, mentre dimentichi il repulisti degli ebrei in tutti gli Stati arabi circostanti, anche lì stai “criticando Israele”: da onestissimo antisemita quale sei. Se snoccioli l’ovvietà secondo cui “non tutti gli ebrei sono israeliani” (ma va?), e poi ti volti dall’altra parte quando ebrei e israeliani vengono trattati come un’entità indistinta, un corpo collettivo da processare in gruppo, puoi raccontare ciò che vuoi: non stai criticando Israele, stai facendo altro, da gagliardo antisemita.
Se ti sgoli denunciando il segregazionismo israeliano mentre ignori che un arabo israeliano può votare, essere giudice della Corte Suprema, sindaco, rettore universitario e perfino ministro, mentre un ebreo in qualunque Stato arabo circostante sarebbe un intruso da espellere o peggio, stai “criticando Israele”: da ipocrita antisemita quale sei.
Quanta tracotanza e impudenza ci vogliono, nel mezzo di una delle più violente e diffuse campagne antisemite dagli anni Trenta del secolo scorso, per abusare in quel modo del buonsenso e della minima onestà intellettuale che portano a un fatto inevitabile: non stai “criticando Israele”, stai esercitando il tuo diritto all’antisemitismo sotto mentite spoglie.
Qui non sono in discussione le critiche alle scelte politiche dello Stato di Israele: quelle le fanno, e spesso benissimo, analisti, osservatori, anche israeliani. Sono in discussione le ossessioni travestite da critica, le monomanie etiche a geometria variabile, la compulsione a giudicare solo e soltanto un Paese – lo Stato degli ebrei – qualunque cosa accada altrove.
Non si domanda Gad Lerner – che pontifica dolosamente d’islamofobia per addomesticare la gravità di un antisemitismo legittimato dalla “critica a Israele” – come mai l’unico Paese al mondo di cui venga messa in discussione perfino la legittimità ad esistere sia Israele? Non si domanda come mai, mentre si firmano petizioni e delibere per boicottare professori e ricercatori israeliani, si continui a fare conferenze con delegazioni russe, cinesi, iraniane o saudite nell’indifferenza generale?
Non si domanda come mai questa bussola morale si disattivi e questa mobilitazione permanente evapori quando Israele non è coinvolto. Solo una malafede pervicace e spudorata può spiegare un’accecatura così evidente.
Ecco perché la definizione IHRA dà fastidio. Non perché revochi a chicchessia il diritto di critica verso questa o quella politica israeliana – diritto che nessuno vuole né può censurare – ma perché toglie la maschera alla “critica” come dispositivo d’impunità per reiterare l’antico vizio di accanirsi su un solo popolo. E oggi sul suo Stato.
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Letto solo ora. Da incorniciare! Rispecchia alla lettera i miei pensieri. Grazie!
Condivido pienamente. Si tratta di un’accozzaglia di pseudo soloni accomunati da un’unica caratteristica: sono stati, lo sono attualmente e saranno sempre degli ipocriti antisemiti, quelli che reggono il gioco alla tanto simpatica (come una molletta sugli zebedei) portavoce di hamas
Con la differenza che la molletta si può sempre togliere e buttare nel secchio della spazzatura.
Ho cominciato a occuparmi attivamente di Israele con l’inizio della cosiddetta seconda intifada, motivata con la “passeggiata” di Sharon sul Monte del tempio, in realtà spietata guerra terroristica in preparazione da diversi anni, come nel mio piccolo ho documentato nel mio blog. Ho deciso, in quel momento, che dovevo farlo, perché mi sono resa conto che Israele era realmente in pericolo. E la cosa che ho sempre verificato in questo quarto di secolo di attività è che questa gentaglia passa metà del proprio tempo a vomitare fango e peggio su Israele e l’altra metà a frignare che non si può fare mezza critica a Israele, che Israele è intoccabile, che se ti azzardi vieni censurato, che nessun giornale ti pubblica ecc. ecc. – per via, ovviamente, della famigerata potentissima lobby ebraica che controlla finanza mass media intrattenimento e in sostanza il mondo intero, come coraggiosamente denunciato dai Protocolli. E guai, naturalmente, a muovere mezza critica a loro, gli unici eroi che con grande sprezzo del pericolo osano denunciare gli orrendissimi crimini del nazisionismo. Ricordo il tempo il cui il noto saltimbanco si vantava pubblicamente di godere del privilegio della mia amicizia, e poi è arrivato il giorno in cui ha minacciato di denunciarmi per avere criticato le menzogne e le infamie che aveva cominciato a diffondere su Israele (il fatto è che nutriva una sconfinata ammirazione per la mia intelligenza, la mia cultura e le mie gambe, e non si dava pace che tutto questo bendidio stesse dalla parte del nemico, ossia di Israele).
Condivido. Aggiungo che quegli studiosi o niente-affatto-studiosi mi ripugnano tanto piu’ essendo io uno studioso con tante pubblicazioni accademiche quanto un dipartimento, eppure uno che vive il 1938 accademico fin dal 2002, quando si lancio` il boicottaggio. E con uno sfondo familiare nel Medio Oriente che mi consente di snocciolare subito subito quanto basta per sgominare tutta la loro propaganda.
Condivido questo articolo, è un penoso tentativo di autoassoluzione. Aggiungo che questo plotone di saccenti non rappresentano nessuno, né me in quanto ebreo né altre migliaia di ebrei italiani, ma ancora di meno le istituzioni che hanno accettato e fatta loro la carta dell\’IHRA.